Corpo

Serie: Epigrafi di Santa


Una serie di racconti brevi con la stessa protagonista.

    STAGIONE 1

  • Episodio 1: Corpo

Mi capita, per vari giorni di seguito, di non fare il bagno né la doccia. Mi lavo nel lavandino, con l’acqua fredda e alla svelta. Chi mai potrebbe accorgersene? Qui non viene proprio nessuno e io, da sola, non percepisco il mio odore.

In realtà, credo di non avere affatto un odore: il mio corpo ha perso la capacità di quella radiazione arcaica e animalesca che permette di riconoscere la presenza di un altro a occhi chiusi.

Certe volte, dopo essermi alzata la mattina, annuso le lenzuola da cima a fondo: niente, solo il sentore pallido del cotone pulito e nemmeno una macchia, un alone, una scoria di sudore. Niente.

È possibile che si tratti di una delle conseguenze del mio regime alimentare. Più precisamente, dell’aver smesso quasi completamente di avere un regime alimentare.

Ma non sono anoressica. Al contrario, ho sempre un appetito del diavolo: se il frigorifero fosse costantemente traboccante di cibo come tre anni fa, forse continuerei a svuotarlo ogni giorno con la stessa voracità di allora.

A quel tempo facevo la spesa mattina e sera e talvolta anche di notte, in uno di quei supermercati che non chiudono mai. Tornavo a casa con le buste stracariche e pensavo con piacere che quel peso che mi segava le mani si sarebbe prima o poi trasferito nel mio corpo.

Svuotare e riempire, riempire e svuotare. Seguivo con orgoglio la progressione dei numeri rossi sui cristalli liquidi della bilancia.

Quando raggiunsi i cento mi sentii una dea.

Ciononostante, fu solo dodici chili più tardi che Emilio entrò nella mia sfera. Lavorava alla cassa di uno dei supermercati che frequentavo. Gli ero passata davanti innumerevoli volte, spingendo il carello ingombro, e ormai ci chiamavano per nome.

Credo che avessi raggiunto un volume superiore a quello che le sue pupille riuscivano a contenere. Forse nello sforzo di rinchiudermi tutta in uno sguardo quel giorno sentì dolore.

«Santa» mi disse a bassa voce «scusami, ma non posso più fingere.»

Lo presi alla lettera. Gli segnai un numero di cellulare sul retro dello scontrino. Emilio me lo restituì dopo averlo ricopiato e cominciammo a vederci.

Non so cosa mi aspettassi da lui, né lui da me, ma mi piaceva quando letteralmente affondava nella mia carne cercando a fatica l’ingresso. E anche quando succhiava il mio labbro inferiore come se volesse aspirare il mio grasso da lì.

All’acme, sussurravo al suo orecchio: «Sono una Dea, adorami» mentre sentivo il suo abbandono riempirmi come un sorso di latte caldo.

Poi ci mettevamo a tavola, perché certe attività stimolavano il mio appetito ancora di più.

Mangiava quasi niente, Emilio. Per la maggior parte della cena seguiva l’andirivieni della forchetta o del cucchiaio dal mio piatto alla bocca. Quando gli sorridevo, con la bocca piena e gli occhi fissi nei suoi, le mie guance facevano tre pieghe quasi parallele ed Emilio le accarezzava, spingendovi dentro le dita ad esplorarne il fondo.

Allora «Non c’è niente lì dentro» gli dicevo, «solo io.»

Annuiva serio e dopo un po’ andava via. Non abbiamo mai dormito insieme, credo volesse evitare l’odore del mio corpo al mattino.

Quando arrivai ai centoquaranta, con gli ultimi soldi che mi erano rimasti gli offrii una cena in un ristorante di prim’ordine.

Quella sera mangiò più del solito e bevve anche del vino.

Alla fine mi disse: «Santa, non riesco più a raggiungerti» e io gli risposi che lo sapevo e che non doveva più preoccuparsi di me.

Aveva cercato di prendermi da dietro, la notte prima, come un minatore, ma l’oro che cercava era ormai irraggiungibile. Alla fine, non è così che una dea si sottrae a un mortale troppo piccolo per lei?

Ancora adesso mi sorprendo di quanto poco mi sia mancato. Sparì come un bolo inghiottito di fretta, lasciando solo una sensazione di ingombro giù nella gola, che a un’altra che non fossi stata io avrebbe fatto pensare allo sforzo che si fa per non piangere.

Io però non piansi nemmeno una volta. La sera stessa mi fermai a lungo davanti allo specchio del bagno, da cui debordavo.

Era tutto dentro, ormai. Ero cresciuta come una farfalla enorme con un solo uovo nell’addome. Bisognava pure che lo partorissi prima che esplodesse. Anche perché dentro quell’uovo c’ero io. O meglio, quello che ero diventata.

A volte penso che se solo mi fossi trovata un lavoro le cose ora andrebbero diversamente. Eppure, non riuscivo a immaginarmi seduta dietro a una scrivania o al desco di una cassa come Emilio. E poi perché? Avevo divorato tutto ciò che possedevo e un indicibile scopo era stato raggiunto.

Vendetti la nuda proprietà della casa per quattro soldi. A trentadue anni non si poteva pretendere di più. Subito dopo, ridussi la dieta alle proporzioni di quella divinità che avevo nutrito per tanto tempo e che io stessa ancora non conoscevo. Venne fuori lentamente, una scheggia d’anima come l’osso di una seppia. Una solidità lignea nel morbido dell’adipe, una durezza tagliente che lacerò tutto il resto partorendosi da sola, chiusa in casa.

E via via che prendeva forma, tutto ciò che in me era stato corpo evaporava in una pulizia assoluta, fino a che anche il ricordo del latte caldo di Emilio mi sembrò sporco.

Adesso, quando mi affaccio alla finestra, i miei occhi sono così chiari che la luce li attraversa come attraversando se stessa. E la mattina, al risveglio, il letto è intatto quasi non vi avesse dormito nessuno.

Sarà che la notte non sogno, e i sogni sono forse la cosa più pesante che portiamo con noi.

Ma non so molto dei sogni.

L’altro giorno ho ritrovato nella tasca del mio enorme ex-soprabito lo scontrino col numero del cellulare. Sapevo che c’era una cifra sbagliata e che solo commettendo un altro errore Emilio l’aveva convertita in quella giusta. Due errori consecutivi talvolta portano alla verità e non sempre conviene.

Ma non è forse così che agisce una dea? Seminando indizi ingannevoli e vane speranze sulla propria esistenza? E scomparendo alla fine dietro parole insensate?

Continua...

Serie: Epigrafi di Santa


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un racconto che sfiora la complessità e la fragilità di una donna che si rifugia nel cibo, nel suo corpo sferico e nella soltudine, per poi smettere, quasi del tutto, di alimentarsi. Non so se avrebbe voglia di scomparire o di rendersi quasi invisibile. Sono curiosa di saperne di più.

  2. La tua protagonista ha uno strano modo di venerarsi, una fame vorace che l’ha portata a crescere a dismisura e a divorare tutto, anche i sentimenti. Di sicuro, ha qualcosa di misterioso e interessante da raccontare e la sua ambiguità è ciò che mi affascina di più.
    Bravissima Francesca, sai come catturare l’attenzione.

  3. Mi ha colpito tantissimo questa idea dell’odore che scompare: è una trovata disturbante e bellissima insieme, perché rende fisica la sparizione prima ancora che narrativa. E poi la voce: fredda, lucidissima, quasi “sacra” nel modo in cui trasforma il corpo in mito, fino a quella chiusura sugli errori che portano alla verità che è una cattiveria elegante.

  4. “Sapevo che c’era una cifra sbagliata e che solo commettendo un altro errore Emilio l’aveva convertita in quella giusta. Due errori consecutivi talvolta portano alla verità e non sempre conviene”
    È da ieri che rifletto su questa cosa. Brava, non vedo l’ora di leggere il secondo episodio…

  5. Santa sembra non avere desideri o sentimenti all’infuori del cibo, ma in realtà ha solo paura di ciò che non può controllare. Quando Emilio la lascia, nega di voler piangere o di sentire la sua mancanza, e decide di esercitare un altro tipo di controllo: scomparire e rinnegare il passato. Si convince di non soffrire e cerca di elevarsi al di sopra di tutto e di tutti, proprio come una Dea. È una mia sensazione, ma forse mi sbaglio. Un abbraccio, Francesca.

  6. Mi ha lasciato un senso di tristezza. Ultimamente mi capita così quando capisco che qualcuno si sta auto-affliggendo una punizione. Forse non è così per Santa. Forse Santa ha un fine diverso, ma è quello che è arrivato a me.
    Attendo il seguito per approfondire 🙂
    Un saluto
    P.

  7. Ho avuto una sensazione strana leggendo la storia del corpo di Santa. L’assenza di dolore e di giudizio verso sè stessa. È come se questa donna fosse votata a qualcosa di molto più grande, che va al di là della fame che la porta a ingoiare tutto e poi, per lo stesso motivo, a rinunciarvi. Dice di non essere anoressica, infatti non ci si comporta. Non ci sono vuoti da colmare e non c’è sofferenza. Non c’è neppure la volontà. Segue un istinto fisiologico, ci si abbandona. La fame mi apparsa come una divinità, una sorta di forza invisibile che guida le cose. Santa è entrambe. Dea e suddito.

    1. La tua è un’interpretazione che senz’altro coglie l’aspetto contraddittorio della protagonista, che finisce col diventare quasi una vittima del processo da lei stessa messo in opera. Grazie mille, Irene.