
Cosa resta di noi
Serie: Dalla boccia del pesce rosso
- Episodio 1: Dalla Boccia del Pesce Rosso
- Episodio 2: Lontano dai miei verdi campi
- Episodio 3: Cosa resta di noi
- Episodio 4: La diga tra le montagne
STAGIONE 1
Dicono che “non possiamo sapere dove stiamo andando se non capiamo prima da dove veniamo”, e che se non è la consapevolezza dell’essere a tracciare la nostra traiettoria, lo è sicuramente la sua ignoranza, che non ci permette di intravvederne una. Cerchiamo allora continuamente di comprenderla, quell’essenza che crediamo annidata da qualche parte nei nostri corpi: ne studiamo ogni singolo capillare, la mettiamo a nudo e vivisezioniamo, immergendola poi in barattoli pieni di formalina che allineiamo su scaffali di metallo, in una stanza senza finestre. Finiamo inevitabilmente per renderci conto di non sapere cosa cercare in quella collezione di noi, migliaia e migliaia di io, e dobbiamo allora chiederci cosa resta dell’identità che troviamo nel barattolo, a cui diamo la caccia come fosse il genio della lampada al quale abbiamo ancora un desiderio da chiedere.
Vogliamo davvero prenderci il rischio di guardarla al microscopio, e scoprire il cancro che vi è cresciuto ?
Perché cosa altro resta di noi, che non abbiamo un Dio “perché la Chiesa ti spegne il cervello”, che non abbiamo una morale “perché i bigotti non arrivano da nessuna parte”, che non abbiamo qualcosa di nostro nel mondo della cultura globalizzata in cui stiamo crescendo. A chi possiamo dire di appartenere, se non a noi stessi, come la macchina del mondo ci continua a ripetere. A chi possiamo credere, se non ai numeri delle statistiche; per chi possiamo morire, se non v’è nessuno che sembra interessato a darci uno scopo per cui lottare, cadere, sanguinare.
Cosa dobbiamo rispondere a quelli che ci chiedono chi siamo, in cosa crediamo, cosa proteggiamo, se quando ci guardiamo attorno non vediamo altro che i nostri stessi vestiti indossati da altri corpi, sentiamo le parole che escono dalla nostra bocca pronunciate da altre voci, vediamo deserti di teste con il nostro stesso taglio di capelli, il medesimo paio di orecchini che pende anche dai nostri lobi, le stesse code d’eyeliner che ci segnano la pelle, il cibo che pensiamo sia giusto mangiare nel piatto di tutti, l’inchiostro che ci adorna il corpo come codice a barre.
Cosa ci rende noi, se non è la stessa cosa che rende voi, voi?
Ogni società si è dovuta creare un proprio loro: differenziando ogni carattere possibile nel tentativo di creare quell’identità che potesse dare alla gente un motivo per morire, ai potenti per sottomettere, ai bambini per crescere.
Ma ora ci ritroviamo senza un loro, perché siamo milioni e milioni di noi, appartenenti ad una civiltà che ha ammazzato tutti gli altri pensando che rendere il mondo un’intera copia della modella che sta sulle pagine plastificate in esposizione in edicola, fosse una buona idea.
Ci hanno dato un noi da imitare, e poi lo hanno resto talmente grottesco e crudele da farci salire il vomito ed il panico nel vederlo che ci osserva dallo specchio, mentre ci laviamo i denti.
Chi siamo noi, se il carattere che ci hanno assegnato, è un folle con un fucile d’assalto sotto al braccio, che preme il grilletto con la mente annebbiata dai tranquillanti, gli iridi resi bianchi dalla luce dello schermo, il collo gobbo dal doverlo chinare per leccare le briciole che cascano dalle gambe di altri, e che poi riversa la propria rabbia su chi gli sta accanto: in piedi, dietro alla linea gialla che hanno tracciato sul pavimento per non farci uscire dalla catena di montaggio, e che si ritrova con il cranio spappolato da una mano vestita di anelli di latta.
Questo è che uno dei noi che ci hanno messo sullo scaffale, ed alle altre versioni non hanno aggiunto che vestiti più costosi, muscoli più scolpiti, cartelloni che scrivono “Se i politici non ascoltano gli scienziati, che senso ha studiare?” senza capire che tutti siedono e brindano alla stessa tavola imbandita, gli uni accanto agli altri.
Questo è il noi che dobbiamo accogliere sotto le nostre coperte, con il quale condividere l’acqua che ci permette di vivere, nella stessa boccia.
Ma come possiamo restare nella nostra pelle, se il letto diventa lo scenario d’una violenza quotidiana, mani e sangue, lacrime e risa; come facciamo a continuare a restare noi, se quello stesso pesciolino sta avvelenando la boccia nella quale lo abbiamo invitato, ma da cui non abbiamo via d’uscita?
Pensiamo di essere veramente “liberi di partire”, ma come facciamo in realtà a scappare da quell’identità che non possiamo distruggere, ma della quale luce, come guida nella notte, non ci fidiamo più; come possiamo trovare un altro noi quando tutti gli altri restano fedeli a loro stessi, non ci permettono di saltare dalla nostra alla loro vasca per salvarci dal veleno che ci sta intossicando, ricordandoci tutti quelli che i creatori del nostro noi hanno ammazzato, sotto le bombe, con decenni di embargo, riducendo popoli alla fame e distribuendo mitragliatrici come fossero salatini alla prima di un film di Hollywood.
Non possiamo biasimarli, loro.
Ed allora possiamo scegliere d’essere “quelli fuor d’acqua”, dalla nostra tossica come da quella di qualunque altra boccia, passando il resto della nostra vita a saltare da pozzanghera a pozzanghera, sperando nella prossima pioggia; oppure ci tocca respirare a pieni polmoni il veleno che ci avvolge, e sperare che il nostro cervello si distragga rapidamente: abituandosi a vedere il marciume tra i denti che laveremo d’ora in avanti, ed evitando di osservare per troppo a lungo le macchie che continuano a comparire sulla materia che galleggia dentro al barattolo.
Serie: Dalla boccia del pesce rosso
- Episodio 1: Dalla Boccia del Pesce Rosso
- Episodio 2: Lontano dai miei verdi campi
- Episodio 3: Cosa resta di noi
- Episodio 4: La diga tra le montagne
Un racconto il tuo che assomiglia molto ad un trattato di sociologia, o forse che proprio questo vuole essere. E il mio è un complimento, si intende. Leggendoti, mi sono trovata davanti ad un vero e proprio rompicapo, con tante domande alle quali forse, faccio fatica a trovare una risposta. E intanto, da pesciolini si soffoca. Molto brava