Cose che accadono

Serie: Regina


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un crollo improvviso nei tunnel della vecchia metropolitana...

La testa mi faceva male. Ancora. Ma era un dolore diverso dal solito. Poi mi sentii trascinare: le mie braccia e le mie gambe erano state afferrate da qualcuno. Sentivo voci simili a sussurri. Quando riaprii gli occhi, mi ritrovai in un letto di ospedale. Riuscivo a muovere gli arti e sollevai leggermente il capo. Vidi mia moglie e Arnold che parlavano con un medico. Erano così stravolti da non essersi accorti del mio risveglio. In compenso la loro attenzione venne presto richiamata dall’infermiera, io non ne avrei avuto la forza. Mia moglie accelerò il passo verso di me e mi buttò le braccia al collo. Arnold si avvicinò poco dopo osservandomi con aria commossa. Io, invece, non capii cosa fosse accaduto e mi limitavo a fissarli.

«Tesoro, ero così spaventata!»

Non avevo mai visto mia moglie in quello stato.

«Cos’è successo, Terry?» biascicai, incapace di pronunciare quelle poche parole in modo nitido.

«Sei quasi morto! È stato un miracolo!»

«Un vero miracolo» ribadì Arnold.

«Ma cosa…»

«C’è stato un crollo nella stazione della metropolitana, all’altezza di Manhattan. Dove stavamo lavorando, ricordi?»

Ricordavo bene la calca e la confusione, ma nient’altro.

Dovetti rimanere per circa una settimana in ospedale. Per fortuna l’assicurazione sanitaria aveva coperto tutte le spese. Il resto della mia convalescenza lo trascorsi a casa tra le coccole di Whisky e i tormentati discorsi di mia moglie. Quando la testa mi faceva meno male, cercavo notizie sull’accaduto. Non riuscivo a capire come fosse stato possibile. Un crollo in quei tunnel era di quanto più improbabile potesse accadere, specialmente se si considera che a causarlo non era stato un terremoto o un incidente. Più osservavo le immagini che i vari notiziari e talk show trasmettevano, maggiori erano i dubbi che mi assalivano. Ma ciò che più mi sconvolgeva, a distanza di giorni, quando ormai ero diventato abbastanza consapevole del rischio corso, era vedere quelle lunghe file di corpi chiusi nei sacchi neri. Sembrava un’ecatombe… e in fondo lo era stata. Decine di migliaia di feriti, centinaia di morti e non so quanti dispersi. L’intera metropolitana era stata chiusa in attesa che gli ingegneri verificassero la stabilità strutturale di quei tunnel, incapaci anche loro di comprendere la causa del cedimento. Ed io, che trascorrevo intere giornate là dentro, provai una sensazione di fragilità che, data la mia stazza, non era facile che provassi. In compenso mia moglie mi trattava come un bebè, alimentandomi con pastine calde e frullati. Eppure non avevo riportato danni seri, solo un trauma cranico per il quale ero stato tenuto sotto osservazione e sottoposto a vari accertamenti clinici. Per il resto funzionava tutto… a parte quel dolore alla testa. Non era andato più via. Definirlo dolore non era nemmeno esatto: un senso di calore, un bruciore simile a quello che provai una volta, quando appoggiai una mano sopra il barbecue acceso di Arnold. Ogni tanto era lo stesso Arnold a ricordarmelo tra le risate.

La notte, quando Terry dormiva, mi alzavo e, anziché in cucina, andavo in bagno per osservare quelle occhiaie profonde che non volevano saperne di andare via. Eppure avevo dormito per giorni interi. Mia moglie insistette nel dire che dipendessero dallo stress provato e dalla cattiva qualità del mio sonno agitato. Ma io dormivo come un bambino. E sognavo così intensamente che quando mi svegliavo credevo di essere ancora all’interno del mio sogno. Ricordavo le voci e i lamenti, le urla disperate. In effetti, più che un sogno, avrei potuto definirlo un incubo ricorrente se non fosse stato per quel viso d’angelo che mi sorrideva. Una bellezza da togliermi il fiato e che non mi permetteva di provare paura, ma solamente una profonda attrazione verso quella strana figura, evanescente e irraggiungibile. Tutte le volte che provavo ad avvicinarmi, forzando quel sogno ai miei desideri, lei svaniva e quando riaprivo gli occhi mi ritrovavo ad osservare il piccolo musetto di Whisky impegnato a leccare il mio.

Fu solamente dopo altre due settimane di convalescenza che mi venne dato il permesso di tornare al lavoro. La metropolitana era stata rimessa in funzione a eccezione del distretto di Manhattan: lì ingegneri, architetti, tecnici delle infrastrutture e geologi stavano cercando di venire a capo di ciò che era accaduto, lavorando per riaprire il prima possibile quella tratta. Io e Arnold seguivamo da vicino quei lavori, in attesa di iniziare il nostro.

Serie: Regina


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Fai benissimo guarda. Troppo spesso uno per provare a tutti i costi di “accaparrarsi” l’attenzione e l’interesse del lettore ricorre ad un eccesso di dettagli ed eventi straordinari sin da subito, per poi finire ancora più spesso per mozzarsi le gambe da solo, ottenendo un risultato contrario a quello sperato. Il colore e lo stupore è bene che ci siano, io credo, ma l’equilibrio è troppo fondamentale per rinunciarci.

    1. Ti ringrazio per questo commento. Trattandosi di un racconto-romanzo a episodi ho pensato di introdurre il tutto, personaggi e trama, con la dovuta calma. Il linguaggio semplice, mi aiuta a esprimere questa calma narrativa. È anche la ragione che mi ha spinto a scrivere questi primi episodi senza dilungarmi troppo sugli eventi. Non voglio stupire, ma accompagnare chi avrà la pazienza di seguirmi durante questo viaggio narrativo e dargli modo di “abituarsi” alla storia che racconto. I virtuosismi linguistici molto spesso rischiano di prendere il sopravvento sulla trama e sulla comprensibilità del testo, allontanando il lettore invece di avvicinarlo, e per questa ragione non ho mai sentito la necessità di farne grande uso. Grazie ancora per questo tuo commento.