
CRONACA DI UNA MORTE IMPROVVISA
Per quanto sia, fuor di ogni dubbio una certezza, alla morte non si è mai avvezzi. Quando, in qualche modo viene annunciata, una riluttante forma di assuefazione striscia nella mente di chi vi assiste, preparando all’inevitabile.
Ben diversi sono tuttavia i casi in cui sopraggiunge inattesa, come l’idiomatico “fulmine a ciel sereno”.
Vittorio è morto una mattina dal cielo immoto; la nebbia alta inumidiva l’aria, imprimendole come un senso di sospensione. Era il 25 gennaio, il giorno, un giovedì.
Pur restandomene a letto, al solito ero sveglia di buon’ora. Nella penombra della stanza ascoltavo il consueto tramestio al piano di sotto, i passi di mia madre a metà del corridoio, la porta del bagno richiusa alle sue spalle.
Ancora altri rumori: il lamento dell’asciugacapelli, il tacchettio dei piedi calzati che si allontanava verso la cucina.
Tra le 7:25 e le 7:30 il tonfo più forte del portone d’ingresso.
In genere, a questo segue la basculante del garage che si solleva e la macchina che scivola in direzione della provinciale.
Non quella mattina; poco dopo essere uscita, mamma era tornata indietro. Ne sentivo la voce concitata, spezzata, mentre riferiva a mia nonna qualcosa che il tono già preannunciava come sconcertante. Allarmata le ho raggiunte per sapere cosa fosse capitato.
Sul vialetto di casa, mamma era stata richiamata da uno dei vicini che le aveva domandato aiuto nel più completo smarrimento: suo fratello era morto sotto alle coperte.
A trovarlo era stata la madre. Ormai vedova da anni, la sua famiglia contava, fino al giorno prima, solo tre figli, tutti scapoli. Vittorio era il maggiore; a 63 anni conservava ancora delle abitudini più vicine a quelle di un adolescente che non di un uomo adulto. Per quanto si dichiarasse sveglio, la mattina gli bisognava dare sempre un incoraggiamento materno per alzarsi e prepararsi per il lavoro.
Gesuina – questo è il nome della madre – glielo aveva rivolto indistintamente anche a quello che credeva fosse un ennesimo risveglio. Non avendo notato accenni nel figlio che le lasciassero intuire di essere stata intesa, dalla soglia gli si era fatta più vicina, fino ad incombere sulla sua figura riversa. Afferrandolo per una spalla, subito doveva averne avvertito con orrore la resistenza del corpo, che lento era tornato ad abbassarsi. Il gelo sulla punta delle dita aveva confermato ogni incubo.
Dalla camera accanto era accorso Fabrizio, il figlio più piccolo; era stato lui ad appellarsi a mia mamma.
Ora la vedevo trafficare davanti ai miei occhi nel tentativo di contattare un medico di guardia. Scuotendo la testa, ripeteva borbottando poche parole, quasi fosse in uno stato di trance.
Nelle ristrette realtà paesane, i rapporti di vicinato non si riducono alle formule di circostanza che ci si scambia tra condòmini. Spesso, famiglie di dirimpettai possono aver condiviso le fatiche nei campi, aver visto crescere i reciproci figli. Non sorprende dunque che mia nonna sia stata naturalmente accanto a Gesuina per gran parte di quel giorno e dei giorni successivi.
Rimasta sola già poco dopo aver ricevuto la notizia, mi sono accostata alla finestra della cucina che si apre proprio sulla facciata della casa dei vicini. Non saprei spiegare il modo in cui talvolta, persino un insieme inanimato di legno e mattoni sembri esprimere le disgrazie che racchiude al suo interno. Eppure, ho avuto l’impressione che fosse così anche in quella circostanza.
Ero ancora lì quando l’auto di Paolo – il fratello mezzano – ha svoltato brusca all’imbocco del piazzale che fiancheggia l’abitazione. Ho visto la sua figura appesantita guadagnare le scale, salirle, scenderle dopo pochi minuti. Rabbioso, ha colpito il bidone lungo la rampa, abbattendo sul coperchio palmo e avambraccio. Forse non sentendo le gambe abbastanza salde, ha continuato a sorreggersi all’oggetto, lasciando che l’accanimento sfumasse nel concreto bisogno di un appoggio. Mio padre gli è andato incontro dall’altro lato della strada; non appena se l’è trovato a breve distanza, Paolo gli ha gettato le braccia al collo, singhiozzando. Aveva il volto paonazzo dal pianto.
A metà mattinata ho raggiunto la famiglia anch’io. In situazioni di questo tipo, giudico ogni parola inadeguata; preferisco tacere, abbracciare: lasciare che il corpo balbetti l’inesprimibile.
Nei piccoli centri di provincia come il mio è ancora invalsa l’abitudine di allestire una camera ardente in casa del defunto. Che lo facciano i parenti o i becchini, il morto e l’ambiente vengono comunque sistemati per le ultime visite e i saluti di congedo.
Anche dai vicini si coglieva un certo movimento indaffarato. In circostanze del genere, le persone più care all’estinto possono dare l’impressione di essere le più operose, si affrettano di qua e di là senza posa, nella speranza che una serie di azioni sconnesse impedisca loro di pensare.
Nondimeno, la cosa non poteva valere per Gesuina che, a fronte delle grandi difficoltà motorie, aveva preso posto ad un lato del letto del figlio.
Dopo il primo sconcerto del ritrovamento, la luce del giorno glielo aveva rivelato spaventosamente trasfigurato.
Il viso tumefatto rendeva Vittorio irriconoscibile, alterandone i lineamenti in un colorito via via più violaceo.
Le mani intrecciate sul ventre erano altrettanto gonfie, ma vi si distinguevano ancora i segni del lavoro di meccanico. La lunga frequentazione dei motori aveva bordato le unghie con una sottile linea di grasso nero.
Volendo rendermi utile, ho sgombrato il piano del cassettone su cui erano sparpagliati alcuni oggetti personali.
Ad uno ad uno li ho raccolti in una busta: un vecchio cellulare a conchiglia, un pacchetto di sigarette, delle chiavi, un misuratore di glicemia.
L’arredo della camera poneva un’altra questione a cui ovviare: ai piedi del letto si trovava un ampio armadio con degli specchi incollati all’esterno delle ante.
– Bisogna coprirli; che si può usare? – si domandavano mia nonna e le altre donne sopraggiunte.
Sulle prime, non ci ho badato molto: rimediato un lenzuolo, ho suggerito di lasciarlo cadere da sopra al mobile, trattenendolo con qualcosa di pesante. Sono salita personalmente su una scala pieghevole, mentre Paolo mi porgeva delle bottiglie d’acqua. Solo più tardi mi sono interrogata sulle ragioni per cui si dovessero nascondere gli specchi in presenza di un morto. Come per altre usanze, anche per quella pratica mia nonna non aveva una spiegazione.
– L’ho sempre visto fare.
Ne seguiva che lo avesse meccanicamente registrato come uno dei passaggi di quella specie di iter.
Certo si deve riconoscere che nell’immaginario le superfici riflettenti hanno sempre celato delle insidie; valga come unica conferma la vicenda di Narciso. Dalle fonti che ho avuto modo di scorrere pare che nella cultura popolare si sia tramandata la credenza per cui gli specchi sarebbero in grado di imprigionare l’anima del morto, impedendole di raggiungere un’ipotetica dimensione ultraterrena.
Secondo quanto ho letto, se le si volesse agevolare il cammino, si potrebbe perfino aprirle una finestra a mo’ di via d’uscita. A questo proposito, direi tuttavia che l’apertura, più che inaugurare un percorso verso l’aldilà, serva a non far viziare l’aria durante quello avviato alla decomposizione.
Gli addetti alle pompe funebri avevano disteso il corpo nella bara sin dalla mattina. In base a quanto avevano concordato con i parenti, sarebbero tornati a chiuderla il pomeriggio di venerdì, all’incirca intorno alle 17.
Il progressivo gonfiarsi della spoglia li ha costretti ad anticipare la cosa di alcune ore.
In tanti dei presenti sgranavano gli occhi, dichiarando di non aver mai visto un morto simile. Alcuni commentavano che doveva “essergli scoppiato qualcosa”, intendendo un’arteria o una vena. Nelle ipotesi più iperboliche era il cuore stesso ad essere crepato, lasciando defluire il sangue in ogni direzione fino a renderlo visibile a fior di pelle.
Per quanto mi riguarda, mi è difficile dire in che misura quel volto sfigurato mi risultasse estraneo.
Di Vittorio avevo in fondo un’immagine poco chiara, appena qualche transitoria apparizione quando lo vedevo rincasare. A differenza dei fratelli risultava schivo, riservato anche in famiglia fin quasi alla segretezza. A casa mi riferivano che non era stato sempre in quel modo.
– Da ragazzo doveva essere morto. Dopo di allora è cambiato molto.
Ancora prima dei vent’anni, una risonanza magnetica aveva informato i genitori della presenza di una macchia sul cervello del figlio. Dai racconti sentiti, sembra che non se ne fosse accertata neppure la natura cancerosa o meno: com’era venuta, se n’era misteriosamente andata. Con molta probabilità, Vittorio era riuscito a derubare la morte di una quarantina d’anni. Il fatto doveva averlo segnato; mi pare che in più casi persone che abbiano avuto problemi di salute in gioventù finiscano per sviluppare un atteggiamento di diffidenza nei confronti del mondo e del prossimo.
Con la sua scomparsa era stato rinviato anche lo strazio di sua madre che di sicuro non avrebbe mai immaginato di patirlo ad oltre ottant’anni di età. Non si può mettere in parole il dolore di una perdita, meno di tutte quella di un figlio. Se proprio alle parole si volesse fare appello, si dovrebbe constatare la mancanza del corrispettivo inverso di “orfano”. È innaturale che un figlio preceda il genitore nel morire: non si ammette termine che lo esprima.
Da quell’opaca mattina di gennaio, Gesuina ha ripetuto in più occasioni di avere Vittorio davanti agli occhi.
Nel tentativo di allontanare ogni visione cupa, mantiene sempre chiusa la porta della sua stanza.
Aperta è invece la ferita che serra nel petto; e lacrima sangue.
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alla morte non si è mai avvezzi: è vero, sebbene sia uno degli avvenimenti più ordinari e quotidiani. La morte improvvisa mi fa paura, l’agonia ancora di più. Il panorama umano che descrivi è dolorosamente umano ma, ciò che più conta, umanamente doloroso. E soprattutto lo stile, che non concede nulla alle mode del momento, è quello giusto per trattare un argomento grave e serio. Sono d’accordo con i riferimenti al neorealismo e al carattere “manzoniano” delle tua prosa. che ho letto nei commenti.
“Non saprei spiegare il modo in cui talvolta, persino un insieme inanimato di legno e mattoni sembri esprimere le disgrazie che racchiude al suo interno”
👏
Questo racconto è veramente splendido, ricco di immagini evocative e poetiche, che arrivano più volte a toccare l’animo del lettore.
Sei stata veramente brava nel descrivere un evento triste in maniera così delicata e toccante.
Ti ringrazio molto Giuseppe! Come ho scritto a Cristina, per me è essenziale che i miei racconti arrivino a scuotere il lettore. Se in questo caso ci sono riuscita anche con te, non posso che esserne felice.
“lasciare che il corpo balbetti l’inesprimibile.”
Un’immagine bellissima, descritta con poche, semplici parole.
Ancora una volta da un tuo racconto emerge la realtà contadina che sembra tu conosca molto bene. La narrazione è così accurata da darmi l’impressione di un fatto realmente accaduto. Ultimo, ma non meno importante, l’ennesimo complimento per l’uso della lingua italiana così corretto da ricordare una narrazione manzoniana. Bravissima
Ancora una volta mi trovo a ripetermi nei ringraziamenti. In quello che scrivo cerco sempre di infondere almeno un’idea di qualcosa di autentico. Se i lettori ne rimangono toccati, colpiti, per me è già una vittoria.
“Vittorio è morto una mattina dal cielo immoto”
Una prosa che diventa poesia
D’altra parte la “poesia” non dovrebbe essere prerogativa dei soli testi scritti in versi. La ricerca di musicalità e effetti fonosimbolici è essenziale anche in prosa, molti autori ce l’hanno dimostrato 🙂
Ciao, Ambra. È successa una cosa strana: non ho letto questo tuo racconto, l’ho guardato, come un film dell’Italia in bianco e nero, e mi è piaciuto veramente molto.
è davvero un piacere sapere che le mie immagini siano risultate tanto vivide da sembrare “cinematografiche”. Ti ringrazio molto!