Dario, il mostro

Serie: Nessun giudizio


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dario si ritrova in mezzo all’erba alta, qualche minuto di cammino e vicino al fiume li vede entrare in un capanno sbilenco. Sull’ingresso, il più grande lo aspetta. «È il nostro posto segreto» e con la mano dietro le spalle lo accompagna dentro con una leggera spinta che Dario non sa interpretare.

La condanna

Si è svuotato completamente prima di fare la doccia. In carcere ha sentito storie di cadaveri appesi sporchi di piscio e merda. Indossa la sua camicia preferita, un po’ consumata sui polsini e sul colletto. Taglia la corda per stendere il bucato tesa sul balcone. Rientra in casa, apre la scala a forbice e sgancia il lampadario dal gancio ancorato al soffitto. Dopo aver preparato il nodo ne prova la resistenza.

Regge.

Quasi tutto pronto, scende dalla scala.

«Devo lasciare un biglietto.»

Un respiro profondo. Cerca le parole giuste ma con mano tremante e grafia incerta, scrive soltanto mi dispiace.

Lo firma.

Un altro respiro profondo. Di fronte, sul vetro della vetrinetta dove sua zia tiene piatti e bicchieri per le occasioni importanti, la sua immagine riflessa lo fissa. Ripensa ai mesi in carcere, le aggressioni, gli insulti e gli sputi. Gli abusi… ancora.

Lo sdegno di quelli che sono i suoi zii ma l’hanno cresciuto come un figlio. La vergona che gli ha procurato. Tutto il male che ha fatto. L’odio e il disgusto che si porta dentro da quando era bambino. Tutto è cominciato da quella maledetta estate. Il posto segreto dietro al campo giochi. Quante volte si è chiesto se è stato veramente costretto a fare quelle cose o se è stato lui a volerlo.

La rabbia riversata su quei ragazzini innocenti spinto da un senso di vendetta. Prima soltanto qualche battuta, qualche allusione. Poi sempre di più. Sempre di più. Per ultimo, quel povero ragazzo che piangeva. Terrorizzato dal coltello, violato nella mente e nel corpo, per sempre. Per colpa sua.

In fondo al ricordo, un piacere nascosto, il desiderio di rifarlo…

Basta!

Sale tre pioli della scala. Infila la testa nel cappio. Un’ultima panoramica alla casa, come a cogliere un ricordo felice. Un ricordo qualsiasi, di quand’era piccolo, prima di trasformarsi in quello che è diventato. Spinge con decisione la scala dietro di sé e la fa cadere.

Il dolore improvviso alla gola e un panico mai sperimenato prima, per un lungo attimo, gli fanno capire che ancora non era pronto.

Il posto segreto

La prima volta che entra nel capannino, Dario, viene investito da una puzza inedita. Dalla copertura in alto filtra la luce del sole e lentamente la vista si adegua. Per terra fazzolettini appallottolati, lattine schiacciate e mozziconi di sigaretta. Due ragazzi sono seduti su un materasso lercio e ammuffito; stanno sfogliando alcuni fumetti. Il più grande sta armeggiando con un telefono cellulare; ha una sigaretta accesa in bocca. In un angolo uno scatolone che sembra pieno di fumetti e riviste. Si avvicina, ne prende una in mano e quello che vede lo lascia a bocca aperta. Capisce che quello che stanno guardando i due ragazzi sul materasso non sono fumetti. L’imbarazzo e grande ma la curiosità di più e continua a sfogliare la rivista, in silenzio, in piedi davanti allo scatolone. Non comprende tutto ma non riesce a smettere di guardare.

«Ehi campione, guarda questo» il più grande gli porge il cellulare.

Dario si avvicina e quello che vede lo sconvolge ancora di più; immagini e suoni assolutamente nuovi. Curiosità, imbarazzo, confusione. Si sente incapace di reagire, non sa se quello che sta vedendo gli piace oppure no. 

Passano le settimane, le visite al posto segreto sono quasi quotidiane e Dario ormai si è abituato a tutto, anche a vedere gli altri che fanno quella cosa con il pene. A casa, da solo, ci ha provato ma lì con loro prova troppa vergogna per farlo anche lui. Condividere quel segreto con i suoi amici grandi, lo fa sentire accettato, si sente uno di loro. L’interesse per le carte Pokemon e i supereroi è un ricordo lontano.

Un pomeriggio molto caldo, nel capannino, l’aria è immobile e appiccicosa. Dario sfoglia una rivista in silenzio, improvvisamente il ragazzo più grande gli si para davanti con il pene duro e dritto fuori dai pantaloni.

«Ehi campione, perché non mi fai un paio di carezze?»

Dario è confuso, spaventato. Dice no con la testa e prova a ridere ma non gli viene naturale. Prova ad andarsene ma qualcuno lo afferra da dietro per le braccia. Non si era accorto degli altri due che si erano avvicinati da dietro.

«Lasciatemi stare! Me ne voglio andare.»

Gli occhi lucidi. Un po’ per rabbia un po’ per paura. Il ragazzo, con il pene in mano, si avvicina di un passo «Dai, che ti costa? Sei uno di noi, vero?».

Dario non riesce più a trattenere le lacrime «No, non voglio. Me ne voglio andare».

«Dai, solo due carezze. Vedrai che ti piacerà.»

Il ragazzo appoggia il pene alla mano di Dario. Il piccolo è trattenuto dagli altri due, ora piange e si rassegna.

Quella sera, a cena, la zia nota il cambio di umore.

«Cos’hai? Ti vedo triste, cosa è successo al campo giochi?»

Dario non risponde, fa spallucce e continua a torturare la cotoletta che ha nel piatto. Dopo la cena, nel suo letto continua a pensare a quello che è successo. A quello che ha fatto. Si sente, raggirato, usato, sporco. Ripensa alle minacce.

“Non dirlo a nessuno. Se lo dici a qualcuno non fai più parte del gruppo, non sei più uno di noi. Se lo dici a qualcuno ti pestiamo a sangue.”

La cattiveria negli occhi.

Nei giorni seguenti Dario rimane al campo giochi, non si unisce ai tre; non vuole più andare al posto segreto. Rimane da solo tutto il tempo, non riesce a legare con nessun altro e non si sforza più di tanto.  Le ore sono interminabili. Passano i giorni e lui si sente sempre più solo. I tre ragazzi lo guardano da lontano ma non lo salutano neanche. Si sente abbandonato, escluso. Lentamente analizza quello che è successo. 

Ma in fondo che c’è di male? Anche loro l’hanno fatto. Sono uno di loro.

Decide che la solitudine è peggio.

Il giornodopo, Dario raggiunge di corsa il gruppetto che sta attraversando la rete di recinzione, e con il fiato corto quasi urla «Ciao ragazzi! Posso venire anche io?».

I tre lo guardano in silenzio, poi si guardano tra di loro e compiaciuti lo accolgono sorridendo.

«Certo campione, sei uno di noi.»

Continua...

Serie: Nessun giudizio


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. Ciao Concetta,
      Ho immaginato Dario vittima e carnefice e soprattutto giudice di sé stesso. Il senso di colpa gli ha dato la forza di mettere fine alla sua esistenza.
      Grazie per il commento.
      Ciao
      P.

  1. Bella costruzione, Pasquale, e trama intrigante. I risvolti psicologici sono tanti, e li riesci a evidenziare con accuratezza: “Dice no con la testa e prova a ridere ma non gli viene naturale”, “Dario ormai si è abituato a tutto”. Ecco, proprio il tema delle abitudini mi affascina ultimamente, e questo tuo racconto ne prende un aspetto che, mi sembra, mi darà altri interessanti spunti di riflessione.

    1. Grazie per l’apprezzamento e felice di contribuire agli stimoli della tua creatività. Anche io Raccolgo spunti da altri membri della piattaforma.
      Un saluto
      P.

  2. “Quante volte si è chiesto se è stato veramente costretto o se è stato lui a volerlo.”
    Cazzo! In una frase riassumi l’ambiguità psicologica che affrontano le vittime di abuso. Hai scelto un tema che definire complicatissimo è già di per se un eufemismo e l’hai fatto cominciando così: ‘Si è svuotato completamente prima di fare la doccia. In carcere ha sentito storie di cadaveri appesi sporchi di piscio e merda’.
    Dritto come un montante alla bocca dello stomaco. Mi piace come scrivi, dritto e senza troppi fronzoli.

  3. Il tuo racconto è duro e disturbante, ma proprio per questo, a mio parere, efficace. Mostri con chiarezza come il bisogno di essere accettati possa rendere un bambino vulnerabile alla manipolazione e alla violenza, e come un trauma non elaborato possa trasformarsi, negli anni, in rabbia e distruzione.
    Trovo molto riuscito il montaggio tra presente e passato. La scena del suicidio incornicia il ricordo dell’abuso e rende evidente il legame tra origine e conseguenze. È un testo scomodo, ma potente, perché costringe chi legge a guardare senza filtri la spirale di dolore che nasce da quella “prima volta” nel posto segreto.