Dario, l’innocenza

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NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dario parla sempre e solo di sesso e allude spesso all’omosessualità, ma in un modo strano, con disprezzo. Come se disprezzasse gli omosessuali ma è incoerente, perché subito dopo dice qualcosa di molto ambiguo, come se avesse desiderio di un rapporto.

I suoi genitori volevano a tutti i costi una femmina e invece era nato lui, l’ottavo figlio maschio. Suo padre netturbino, la madre casalinga impegnata a star dietro a sette pesti. La casa popolare e gli aiuti della parrocchia bastavano appena per quella famiglia disgraziata. Gli zii del nord, la sorella della mamma ed il marito, non avevano figli ed economicamente stavano molto meglio dei suoi genitori naturali. Lavoro stabile e casa di proprietà. Dario li ha sempre chiamati zia e zio ma erano i suoi genitori. Era un bambino molto affettuoso e dolce, tutti gli volevano bene e lui ricambiava. Quel suo visino angelico ed il sorriso amabile e sincero lo rendevano irresistibile.

Anni felici.

Il cambiamento arrivò dopo il trasloco in periferia. Lo zio aveva cambiato lavoro ed era più pratico trasferirsi nella zona sud della città. E poi il nuovo appartamento era più grande. Ma era tutto diverso da prima, le strade sporche, i bidoni di immondizia stracolmi, i palazzoni enormi e ravvicinati. Le persone.

Poi la scuola.

Quell’edificio enorme, vecchio e sporco. Il plesso ospitava scuola primaria e secondaria di primo grado. Finestre rattoppate con cellofan e nastro adesivo. In un angolo del cortile una montagnola di vecchi banchi e sedie rotte. Aiuole non curate e ruggine dappertutto. Le maestre distaccate mostravano sorrisi stanchi e rassegnati. I compagni, si conoscevano già tutti dagli anni precedenti, lui era quello nuovo. Poi c’erano i ragazzi più grandi, quelli delle medie.

Passano, le settimane. Durante l’intervallo, se non piove, la maestra li porta fuori in cortile, così può concedersi un paio di sigarette e qualche pettegolezzo con le colleghe. Dario se ne sta in disparte, nel suo angolino, come al solito. Non è riuscito a legare veramente con nessuno dei suoi compagni. Di tanto in tanto scambia due parole con qualcuno. Prova ad inserirsi nei gruppi già formati ma nessuno gli concede confidenza sincera. Passa la maggior parte del tempo da solo. Non ha mai avuto problemi a stare con gli altri ma ora si sente solo.

Soltanto quei ragazzi grandi sembrano accorgersi della sua presenza. Stanno sempre dietro la catasta di banchi rotti, vicino la palestra a fumare di nascosto e a parlare. Lì le maestre non vanno mai.

A volte ha l’impressione che stiano parlando di lui. Il più grande di loro, forse ripetente, lo guarda e gli sorride. Dario ricambia spontaneamente.

Un giorno, mentre sta nel suo angolo in cortile a contemplare le sue carte Pokemon, qualcuno attira la sua attenzione.

«Psssh, ehi! Palla. Passa la palla.»

Il ragazzo più grande gli indica un pallone da calcio mal ridotto che è lì vicino. Non se n’era neanche accorto.

«Allora? Tira!»

Dario si avvicina alla palla, si prepara, poi calcia più forte che può. La palla non va dove lui aveva mirato ma i ragazzi più grandi fischiano ed applaudono.

«Ehi! Che colpo! Sei forte.»

Dario sorride ed arrossisce, quegli apprezzamenti inaspettati lo gratificano. Il più grande dei tre lo invita.

«Dai campione. Vieni a fare due tiri con noi.»

L’istinto lo mette in guardia, ma il sorriso del ragazzo e gli incitamenti degli altri lo convincono a lasciarsi andare. Tra un passaggio e l’altro i tre lo osservano, fanno domande, provano a conoscere chi sia quel ragazzino così amabile ma sempre solo.

L’intervallo finisce.

«Allora campione, ci vediamo anche domani?»

Non se lo aspettava ma è contento della proposta, «Ok».

Dario sorride e saluta con la mano.

Mentre i ragazzi lo osservano rientrare di corsa nell’edificio, si scambiano delle occhiate di intesa. Dopo la scuola, come al solito, Dario rientra a casa con la zia. Stranamente è sorridente e felice come lei non lo vedeva da mesi.

«Sei molto allegro oggi, cosa è successo?»

Lui fa spallucce e risponde con un gran sorriso «Niente».

La zia non insiste, in fondo non è un male se il suo bambino è tornato ad essere felice e sorridente.

Nei giorni seguenti, il legame tra Dario ed i ragazzi si era consolidato. Durante l’intervallo non si fermava più nel suo angolino del cortile ma andava direttamente dietro la palestra. Qualche volta giocavano a calcio, altre volte sfogliavano i fumetti dei supereroi. Erano tutti simpatici ma in un modo strano. Lo riempivano di complimenti anche quando giocavano a calcio, anche se lui pensava di non essere tanto bravo. Soltanto quello più basso dei tre non sembrava contento della sua presenza. Non era cattivo o scortese ma non parlava quasi mai e non gli sorrideva come gli sorridevano gli altri due. Sembrava dispiaciuto per lui, come se provasse pena.

La scuola è quasi finita. Il più grande dei tre propone «Possiamo vederci nel nostro posto segreto, dietro il campo giochi della parrocchia. Questa estate verrai al campo giochi, vero?».

«Si» risponde Dario incerto.

Il campo giochi è enorme. Colmo di bambini e ragazzi di ogni età. Al cancello, unico punto di accesso e di uscita, ci sono sempre due adulti di guardia. Sua zia lo accompagna lì alle quattro del pomeriggio. I tre lo abbordano subito, lo stavano aspettando. Si allontanano insieme e si dirigono verso il capanno dove il custode tiene gli attrezzi. Il più grande si guarda in torno e poi fa cenno di proseguire. Dietro il capanno c’è la rete metallica della recinzione agganciata al sostegno con del fil di ferro provvisorio. Con una manovra esperta la rete viene sollevata e il gruppetto passa sotto. Dario si ritrova in mezzo all’erba alta e alle canne. I più grandi si avviano decisi e lui li segue. Qualche minuto di cammino e vicino al fiume vede entrare in una specie di baracca due dei tre ragazzi. Fuori, sull’ingresso, il più grande lo aspetta con un sorriso.

«È il nostro posto segreto» e con la mano dietro le spalle lo accompagna dentro con una decisione che Dario non riesce a interpretare.

Continua...

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Discussioni

  1. Caio Pasquale, Mi è piaciuta la costruzione lenta della tensione e la solitudine di Dario, resa in modo semplice ma efficace. I dettagli del cortile e della rete sollevata creano un’atmosfera forte senza bisogno di spiegare troppo. 😉