
Davvero un angelo
Serie: Dolceamaro
- Episodio 1: Davvero un angelo
- Episodio 2: Weekend senza sogni
- Episodio 3: Mela e cannella
STAGIONE 1
Un brusco tanfo acetoso si espande nello studio quando il Signor Bodelli spalanca la bocca. Pur indossando la mascherina, Emanuele deve indietreggiare di un passo, aggredito da quella belva indomita. Può un docile cane trasformarsi in lupo ferale se abbandonato nella bosco per anni? Forse se non spazzola le fauci dopo i pasti, pensa Emanuele tra sé.
– Dottore, mia moglie non mi bacia da tre mesi, io non capisco, la prego mi aiuti… – lo implora Bodelli, sdraiato su quel lettino probabilmente progettato da un sadico. I ferri dentistici puntano alla gola del paziente. Bodelli scansiona velocemente con lo sguardo quelle spade di Damocle, pronte a sbarazzarsi di lui al primo ordine del dentista.
– Tenga la bocca aperta per cortesia – comanda gentile Emanuele, andando contro il suo istinto di sopravvivenza. Bodelli cerca di capire se ha di fronte a sé un alleato o un nemico.
– Che sia una carie? …Ho letto su internet che c’è una malattia autoimmune che causa… – prova a chiedere, venendo bruscamente interrotto dal dentista che gli piazza uno specchietto nel bel mezzo della sua fogna a cielo aperto.
Un’esplosione di colori caldi dipinge un quadro astratto nella bocca di Bodelli. Un sospiro lieve sotto la mascherina.
– Signor Bodelli, è mio paziente da sette anni. Se non segue i consigli dell’igienista non può aspettarsi che io faccia i miracoli. – Sorvola sulla malattia autoimmune. – Lava i denti due volte al giorno? Il filo interdentale è suo amico?
L’interrogatorio si fa difficile per Bodelli. E se uno di quei ferri fosse un piccolo microfono collegato ad una macchina della verità? Non vuole che un bisturi lo sgozzi. Deglutisce, rischiando di ingurgitare lo specchietto. – …uhualhe ollta… – cerca di articolare.
È venerdì pomeriggio, Emanuele ha già la testa altrove e si limita a replicare: – Prenda un appuntamento con la segretaria. Le prescrivo anche un collutorio che può ritirare in qualsiasi farmacia, poi l’igienista le spiegherà meglio cosa fare.
Lascia lo specchietto su un vassoio etichettato “disinfezione con ultravioletti”. Sfila i guanti in lattice e scopre la bocca.
– Grazie dottore, lei è davvero un angelo! – dice il paziente, grato di non essere stato sacrificato al dio pagano dei dentisti. Emanuele si limita ad un cenno, prima di voltare le spalle all’uomo per scrivere un appunto su un foglietto. Quando questo finalmente esce, rilascia un lungo, stremato sospiro. L’ambrato colore degli occhi di Bodelli gli ricorda quelli di suo marito.
La porta sbatte dietro le spalle di Emanuele, spinta dal vento che, indomito, non vuole avere a che fare con le sue disavventure anche qua, a casa sua. Emanuele lancia le chiavi su un piattino vuoto a lato dell’ingresso. Un tintinnio acuto e appena fastidioso risuona nell’atrio. Ora che ha la mano libera, la lascia scorrere sulla sua testa liscia. Al tatto, sparsi aghetti sottilissimi gli ricordano che no, non è sempre stato calvo, e che sì, se non si rasa nel giro di qualche giorno la sua stempiatura sarà visibile anche dalla Luna. Altro che muraglia cinese. Sfila le scarpe e le calze, ed inizia a camminare sul fresco parquet.
Attraverso la porta della camera dà un’occhiata al grande letto matrimoniale, sfatto solo da un lato. Una gentile carezza di lavanda raggiunge le sue narici. Nel soggiorno, al contrario, un lenzuolo accartocciato sul divano fa compagnia ad un cuscino ingiallito, dipingendo un quadretto pietoso. Ecco che la lavanda inizia a fare a pugni con l’aspro lezzo di sudore. Emanuele chiude gli occhi per alcuni secondi, immobile ed estraneo in casa sua. Pensiero sospeso, per ora. Ora ha da fare, penserà dopo a punire in lavatrice quel casino.
Recupera lo scatolone trasparente dove tiene tutto l’occorrente per il suo hobby preferito. Piccoli parallelepipedi colorati stanno sull’attenti al suo cospetto. Un arcobaleno di pasta di fimo lo accoglie, caloroso e amorevole, come solo il polivinilcloruro sa fare. L’indice di Emanuele scorre su ogni singolo blocchetto, cercando nei colori l’ispirazione per la prossima creaturina, quando viene bruscamente interrotto da una sinfonia di note mai prodotte da uno strumento musicale. Emanuele prende in mano il cellulare.
– Pronto Ale?… – chiede. La voce del marito è distorta e deformata dalla tecnologia maligna. Emanuele corruga la fronte, ma resta in ascolto. Non è uno che si fa prendere dall’irrazionale voglia di sfasciare tutto. La bocca si piega in una smorfia, preme nervosamente il tasto per aumentare il volume. La lavanda in camera si copre gli occhi, iniziando a prendere ceffoni e calci dal lenzuolo sudato. Deglutisce. È il suo turno ora di dire qualcosa. Ma l’unica cosa che riesce a fare è mordersi la lingua così forte dal sentire un retrogusto ferroso. Sollecitato, risponde apatico: – Capisco. Quindi non torni lunedì, ma domenica.
Il petto si scalda, teiera di sentimenti dimenticata sul fuoco. Una fiamma di rabbia che potrebbe carbonizzare i suoi organi e la sua carne. Il rosso rugginoso ha in bocca assorbe tutte le parole che vorrebbe dire prima di essere deglutito assieme alla saliva. Giù, dove non può far male a nessuno, se non allo stomaco.
– Certo. Buon lavoro.
Ecco che quelle due maledette parole vengono pronunciate. Un secondo. Non aspettare troppo a rispondere. Due, tre secondi. Forse troppo?
– Anche io.
La lavanda ha vinto il match, nel senso che ha retto benissimo le botte del lenzuolo senza spezzarsi. Un granellino di lavanda cade sul mobile.
Interrompe la chiamata e si ritrova il telefono in mano. Emanuele non sa cosa fare, potrebbe lanciarlo contro al muro per esempio, o spaccarlo con un martello, o creativamente cuocerlo in forno assieme al fimo. Seguendo la saggia voce della razionalità, lo mette sotto carica. Lo schermo lo redarguisce: “Livello batteria 78%, tempo rimanente alla carica 29 minuti”. Almeno il cellulare si è salvato.
Emanuele guarda, in ordine: l’orologio in cucina, il letto disfatto a metà, la lampada sul comodino, la lavanda, il divano, quel cuscino color tartaro, un joystick abbandonato ai piedi del divano, la foto in cui sorride davvero, la tenda semitrasparente che filtra il sole della sera. Il fimo, pensa al fimo, suggerisce la voce interiore. Il cervello elabora informazioni ad una velocità impressionante. Emanuele giurerebbe che la temperatura sia aumentata di qualche grado nella stanza. La vocina cambia tono, un po’ beffarda ora: dovresti dire qualcosa per sfogarti, caro Emanuele.
– Eccoci… – sussurra estraendo un blocchetto di fimo color rosa Barbie. Parola sbagliata, sei proprio un coglione… ma meglio che niente. La vocina interiore si assopisce di nuovo.
In questo esatto istante, qualche scienziato dall’altra parte del mondo potrebbe star scoprendo la quinta forza elementare della fisica. Emanuele invece, nota, per la prima volta, quanto grandi e goffe appaiono le dita delle sue mani, quanto ruvidi e rotondi sono i polpastrelli, quanto scuri e spessi sono i peli che abbracciano le falangi. Ruota i polsi, i guanti in lattice stanno dilaniando dolcemente la sua pelle, a lavoro. Strofina le dita tra loro, apprezzando la secchezza degli angoli vicini alle unghie. Scende lentamente, testando l’attrito che due impronte digitali possono avere quando messe una contro l’altra. Ha i palmi completamente fradici di sudore.
Strofina le mani sui pantaloni, deve centrarsi sul piano originale per il suo weekend. Estrae i blocchetti di fimo colorato e li dispone sul tavolo. Non ha ancora deciso cosa plasmare, in realtà. Una coccinella? Un pinguino? Emanuele chiude gli occhi e prova ad ascoltarsi. Respira calmo, il diaframma danza come un’onda nel Mediterraneo. Una tartaruga?
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