
Deliri di un alchimista
Non so da quando tempo sono qui, seduto nella stamberga, la testa china sullo scrittoio coperta da un cappuccio liso, le maniche gonfie appese alle mie braccia scheletriche, le dita delle mani intrecciate dietro la nuca. Gli alambicchi nelle buche delle pareti, rivestiti da una coltre di ragnatele e mucillagine, conservano una certa chiarezza di vetro annoso. Il buio sa di muffa e contamina l’olfatto. Dallo spioncino del piano stradale un’improvvisa spada di luce permette la danza ai corpuscoli della polvere. Da quella improvvisa chiarezza emergono nuove visioni: le basole del pavimento, le fughe infestate di muschio, gli spigoli scheggiati, gli angoli cupi, le tane dei topi e degli scarafaggi, i canali di scolo, i refoli di vecchi cartigli, i peli aggrovigliati, gli scarti del legno, i craticci d’osso, la segatura, i pennelli con le setole indurite dalle vernici, le giare imbevute di mosto, i vecchi arnesi rugginosi. Mi chiedo se e quando sia necessario indugiare sulle cose inutili, su tutti quelli oggetti il cui perdurare non è contemplato ma che rammentano la sospensione del transito.
… quanto sia colma la forra della vita tanto è vacua l’ampollosità della morte passiamo per i cunicoli dei colubri senza lasciare la muta distratti dalla luminescenza della neve intessiamo chimiche sequele di tetragoni a giustificazione di un ciclo che consola rubiamo sostanza all’addio dilatandolo nella congiunzione della fattispecie come se il limite della somma non fosse che la somma di ogni singolo lascito postuliamo teoremi senza ipotesi inganni della più rara mestizia impastando frattaglie e briciole nella pregnanza… con cura guardiamo negli occhi il male e non ci importa quando il bene si curvi con le spalle trafitte dall’andare l’antropomorfismo devia ci illude di forme estatiche là fuori la gente si eccita toccando le zone erogene del sole ad oltranza si contagia di feromoni di clivaggi di visioni di pitture murali di mosaici di fraseggi di galassie di stamine di ferite di statuaria di architettura di crivelli di ultrasuoni di lessemi di linfe di gocce di ninfe di vini di orde di estasi di follie d’amore e altro ancora io sono sepolto qui ancorato a questa gravità d’inchiostro m’imbratto le mani per tentare di concludere quello che l’esistenza m’aveva strappato…
Penso al sangue, alla saliva, alla magrezza. Fin troppe discordanze, troppi rumori, purissime labbra da scollare, troppe maldestre boutade per la maggior precisione possibile, migliaia di soldatini in fila con il rolex sul polsino sinistro e, nella destra, una racchetta in fibra di carbonio già in tinta con lo smoking, un gilet a cavallo della fuoriserie come fosse castone di diamante. Diavolo di un figlio di puttana! Guardalo, non molla, non cede, caracolla, cade ma è sempre in tiro. La sua pervicacia mi assilla. Ti ricordi com’era? Un asino maldestro, un colletto bianco sempre a sfidare l’altro, a mettersi in discussione, a cedere alle richieste, mai un sì che fosse sincero. No, io non sono di quella pasta. Sembrava non dovesse passare, c’erano stagioni assurde da consolare, le mescolanze funzionavano a pennello colme di strafottutissimi rifiuti. Giuro, me ne sarei fregato delle attitudini, delle buone maniere, delle miserie strutturate, delle passeggiate convenzionali, delle scappellate di mano, delle iscrizioni intraducibili, delle ore di lezione impartite a cielo aperto, delle insulse triturazioni del discorso. Ho visto spioni strisciare sotto lugubri mantelli, clienti affettati vestirsi a festa per incensare la patria, scoscese damine d’aprile aprire il compasso a cerchi infiniti, magistrali suonatori di denti ribattere su teorie di cartomanti, creature da cinquanta pollici gettare anatemi per ritrovarne il senso. Che il senso poi è quasi sempre a metà strada o forse più in là, nel luogo inarrivabile del cervo, nel sottofondo della foresta dove si nascondono i succubi, in quel pianeta lontano e fluttuante cosparso di bolle di sapone dove l’atmosfera fa così tanta spuma che la vita pare il vezzo di un ombelico sul ventre del mare.
… sto molando l’ultima lente turgida al tatto allo stesso tempo ostinatamente molle ricavata dalla pasta di silice che per mezzo del fuoco si plasma trasparente come ghiaccio del nord chissà per quale assurda presunzione avevo la certezza che una volta raggiunta la molatura perfetta attraverso di essa avrei visto la verità o quantomeno quella luce che l’occhio non riesce a contenere eppure eccola là ancorata alla pressa una specie di radice contorta che proietta la sua opalescenza al capo opposto della stanza stanotte proverò nuovamente ad averne ragione… un’ossessione attanaglia la mente tramutare la pietra in ferro magari in argento l’oro è eccelso un carico di preziosità che si addensa di rado come afrore sul corpo d’una fanciulla non si riesce a manipolare un processo solipsistico provare a condividerlo vuol dire andare in direzione opposta svilirne la materia sfugge all’istante del germinare è cosa ingorda qualora si creasse resterebbe odorosa per pochi istanti una figura affamata di oscurità ghermisce il chiarore una coscia fasciata di seta su cui scorre la mano da cui viene concupita uno strofinio che non si arrende alla lenta dissoluzione dell’orgasmo… vade retro…
Mi sarebbe piaciuto scrivere un manuale della percezione. Studiare gli organi del senso, analizzarne i dettagli anatomici, comparare l’anatomia umana con quella delle varie specie animali per trovarne le differenze. Come si presentano e come funzionano nei vertebrati, nei mammiferi, negli uccelli, negli anfibi, nei pesci e nei rettili per passare ad esaminare le conformazioni degli invertebrati, dei molluschi, dei poriferi, dei celenterati, degli artropodi, dei vermi, degli echinodermi. La vista per esempio, non tutti gli esseri viventi hanno la medesima visione delle cose. I fotorecettori conici dell’occhio umano permettono la ricezione di innumerevoli sfumature di colore. Alcuni animali, invece, come i pipistrelli, i criceti dorati, i topi a pelo piatto, i procioni, le foche, i leoni marini e i trichechi hanno la percezione solamente del bianco, del nero e delle gradazioni del grigio. L’udito poi, quale senso meraviglioso! La membrana del timpano recepisce onde di materia a determinate frequenze e le trasforma in suoni nella parte di cervello a ciò deputata. Molti animali invece percepiscono solo alcune frequenze. Cosa sarebbe il suono senza l’apparato uditivo? Onde che si propagano nel vuoto senza un terminale, materia senza involucro destinata ad esaurirsi oppure a vagare nel vuoto. L’uomo è anch’egli emanazione, non è principio né fine, una specie di recettore della tensione del cosmo. Potrebbe esistere un essere più atroce e sofisticato? Questo consumare, questo bruciare a pochi passi, questo danzare ci rende frangibili come falene impazzite. Abbiamo bisogno di credere che qualcuno tornerà a rovistare tra i rimasugli per sentire l’odore belluino della carne. Non c’è conoscenza tra la bellezza e l’orrore, bisognerebbe modificare i rituali, adattarli a nuovi involucri, creare talenti dal nulla. Ogni atomo è pulviscolo miniato, agglomerato endogeno, guscio rubato ad un essere viscido che non sa se appartiene alla terra, all’aria o all’acqua. Ci sono momenti in cui non si riesce nemmeno a respirare come se delle spine urenti azzerassero la voce e, allora, il costato si sfibra, gli organi rallentano, talvolta si arrendono come meccanismi inceppati, le gambe non sanno più camminare e le braccia non rispondono ai comandi. Le periferiche rendono tutto più complicato.
… ma ora lasciatemi mescolare e cantare canto e mescolo rimescolo e ricanto… che stregoneria è mai questa intruglio che ribolle nei fluidi viscosi delle droghe filtri millesimali di ossido riduzioni il cristallino spacca lo spettro in un ventaglio di colori si espande nella stanza per donarmi un’altra vista c’è un appoggio d’amore su cui cadere un po’ alla volta un’ulteriore possibilità di prestidigitazione mi sento intollerante a tutto tranne che ai miei deliri Deus ubi es Tu che per essere non hai bisogno di spazio permei la natura imperscrutabile della sostanza ci includi escludendoci ti ho cercato in fondo all’oceano nei solchi desertici nello sterminio della notte nell’eco famelico delle lupe che dominano l’ignoto… hic ego sum veni et posside me si vult… vieni a prendermi ho molti peccati da farmi perdonare e questa voglia questa voglia infinita di non finire questa voglia infinita di ricominciare…
Incompiutezza. Mi sento incompiuto come se ciò stesse avvenendo da un’altra parte, in qualsiasi parte che non è qui ed ora e fosse di gran lunga più significativo di ciò che mi sta succedendo qui ed ora. Come se tutti gli accadimenti veramente rilevanti siano sempre in un altro posto e, per qualche assurda punizione, non tocchino il mio recesso. Non avere il tempo per prenderne atto mi lascia uno strano rimpianto. Non è tanto la consapevolezza di non poter assorbire il reale perché conosco bene la casualità che pervade il mondo ma è proprio questa casualità che si tramuta in certezza che mi fa rimpiangere l’assenza. Allora il sapere diventa inutile e resta una deficienza consapevole che inaridisce il giorno. È un sogno di perversione verso l’imponderabile, un accostamento irriverente che frolla dentro un gioco di vuoti a perdere. Eppure sono fiducioso che prima o poi tutto avrà coscienza di sé.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Ciao, Antonio. Hai scritto un racconto stilisticamente pregevole e interessante fin dalle prime battute per chiunque si appresti a leggerlo. Tuttavia, ti dico con rammarico, non mi è piaciuto. Si ha l’impressione che i deliri dell’alchimista siano effettivamente tali, quando invece vorresti portarci lontano. Si ha l’impressione che ci sia tanta carne al fuoco, ma brucia tra le righe di pensieri eccessivamente arzigogolati. Le parti in corsivo senza la punteggiatura sono un azzardo che disturba la lettura. Malgrado queste mie considerazioni ritengo il potenziale enorme.
Grazie Francesco innanzitutto per la lettura e per l’apprezzamento sullo stile che, ci terrei a precisare, non si nutre di forzature essendo dettato piuttosto da un impulso che da un metodo. E, capisco bene, che sia ostico alla lettura e apparentemente fumoso. Anzi devo dire che non mi aspettavo apprezzamenti in maggioranza positivi da parte dei lettori: il mio è certamente un azzardo ma le possibilità della scrittura, a mio parere, vanno oltre la corretta e normale articolazione sintattica e morfologica delle frasi. Per me la parola è impatto, fuoco che brucia, come d’altronde hai percepito.
Hai appoggiato le parole su uno spartito musicale e lasciato alle nostre orecchie l’interpretazione di esse. La cadenza la dobbiamo sentire, così come il loro ritmo. Lo scrittore si fa compositore e il lettore, direttore d’orchestra che interpreta con l’anima la musica. Ho percepito molto romanticismo in questo tuo alchimista e, solo se mi permetti il paragone, leggendoti mi sono ritrovata in un piccolo laboratorio sperduto nelle paludi del Caribe accanto a un vecchio colonnello che plasma pesciolini d’oro. Là era luce, nel tuo testo il buio, tuttavia la medesima tensione. Bravissimo.
Sì Cristiana, credo che inconsciamente o meno sono stato guidato dal colonnello Aureliano Buendia così come da Baruch Spinoza, o per dirne altri da Claude Debussy o Andy Warhol ma perché no da Javier Marias, Francesco Guccini, Lucio Dalla, Pino Daniele o Anna Maria Ortese… da tutti quei visionari che ci attraversano e che, nelle loro mani, hanno plasmato la differenza. Siamo stratificazioni, sempre a scavare nella bellezza. La tua lettura è come al solito profonda e valica la muraglia del testo. Grazie di cuore!
Eccezionale padronanza linguistica, spunto di rara bellezza.
Ma nell’interminabile ricerca della pietra filosofale, una spessa coltre di parole offusca la limpidezza del vero gioiello.
Grazie Robért, spesso mi succede questo, non riuscir a tirar fuori dalla materia grezza l’essenza pura della scrittura! E’ un continuo sovrapporre e tutto si oscura!
Insomma, l’ho quasi visto questo tuo alchimista/stregone, come il ribollire del suo calderone e dei pensieri. Gli intermezzi senza l’uso della punteggiatura danno, a mio personale gusto, un’impronta specifica a tutto il testo, potrebbero avere la valenza di una “cifra stilistica”. Per farlo occorre saper gestire tanto la punteggiatura quanto l’assenza di essa, forse di più, nel collocare le parole con i loro suoni nei punti giusti. Bravo.
Grazie per la tua attenzione Bettina, apprezzo molto la tua visione e ne sono lusingato!
Ciao Antonio, hai pubblicato un piccolo capolavoro, bravo e davvero grazie per averlo condiviso. Arrivata alla fine della lettura mi sono accorta che stavo trattenendo il respiro, chissà quante volte ho respirato durante la lettura, forse ad ogni transito fra la voce narrante ‘dei giorni nostri’ e la voce del passato.
Questo lucido delirio è veramente ben pensato, il ritmo del racconto è perfetto, la tua padronanza della lingua ancora una volta ineccepibile. Concludo con la tua stessa certezza che prima o poi tutto avrà coscienza di sé.
Nyam, sentire il coinvolgimento del lettore è il vero completamento all’atto dello scrivere. Ti ringrazio davvero per esserti immersa nel testo e per aver attraversato le parole con i tuoi sentimenti, con il tuo respiro.
Ciao Antonio, mi è piaciuto molto questo tuo racconto, più che racconto forse un pensiero, una ponderata idea ed il forte desiderio di metterla su carta.
Appena letto il titolo ho capito che non mi sarei potuta fermare dal leggerlo, e così ho fatto.
Ora come ora posso dire che è meraviglioso.
Ma grazie Beatrice, ricevere le tue considerazioni e i tuoi complimenti mi rendono felice e, poi, quando si estrapolano le frasi da un testo per sottolinearle e farle proprie è il massimo riconoscimento per l’autore.
“Allora il sapere diventa inutile e resta una deficienza consapevole che inaridisce il giorno”
Bellissima questa frase! Complimenti 👏🏻