Delle carte utili e inutili

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il resoconto del poeta mette in luce il periodo di permanenza da Edo: la sua passione per la letteratura, la loro convivenza monacale e pacifica, lasciando affiorare nel suo animo l'incantamento, il disagio e la paura per quanto conti nella sua vita il dono oscuro della poesia.

«Mi liberai dalla sua mano, chiedendogli di vedere la rivista di cui mi parlava, così da poter leggere i suoi versi pubblicati, se gli andava, ma lui, dopo la mia richiesta, cambiò di colpo espressione. Sollevò entrambe le braccia e per qualche istante strinse gli occhi, sussurrandomi che la sua vecchia domestica, che per un breve periodo lo aveva accudito – quando cadendo dalla bicicletta si era rotto una gamba –, nel fare un po’ d’ordine, e senza chiedergli cosa fosse più o meno importante tra i vecchi giornali e le sue carte sparse, aveva buttato tutto, per cui non aveva più cosa mostrarmi.

«Dannazione, ma come ha potuto fare una cosa del genere! Io non capisco come si può arrivare a essere così leggeri e superficiali. Non riesco a capacitarmi. Immagino che gliele avrei cantate quattro!» gli dissi.

«No, non gliene ho affatto cantate, perché la donna era reduce da un grande dolore – la morte improvvisa di una figlia – ed era semplice, anziana, un po’smemorata. Lei non ha colpa. Sono stato io ad averle confuse con i quotidiani che accumulavo e che consegnavo al portiere. Prima della mia caduta mi ero riproposto di separare la carta utile da quella inutile, poi non ho avuto più il tempo né il controllo sulle mie cose, e ho dimenticato di dirle che dentro la carta inutile vi era nascosta della carta utile e poetica – nonostante ogni poesia rimanga ugualmente inutile, come entrambi già sappiamo… –, ma la poverina non sarebbe mai riuscita, da sola, a separare l’utilità della carta dalla sua inutilità. Ho dovuto assumermi le mie responsabilità. Mi dispiace per te. Avresti preferito dare uno sguardo alla rivista, prima di parlare con il direttore, immagino. Vuoi assicurarti di entrare in una scuderia di ottimi, eccellenti poeti, sarebbe comprensibile. Resta comunque un tuo diritto non fidarti.»

«Ma no, assolutamente. Mi fido alla cieca di te e della rivista. La mia era una semplice curiosità, giusto per leggere qualcosina di tuo, nulla di più.»

Edo mi garantì che l’indomani avrebbe chiamato il direttore, chiedendomi cosa avessi di pronto da potergli sottoporre. Io, imbarazzato, gli feci: «Ho qualche appunto, diversi cancellati e riscritti. Niente di che, come avrai capito. Meglio aspettare un momento migliore, secondo me.»

«Aspettare cosa? Quale momento migliore dovrebbe capitarti? Mi parli di continuo di poesia, del poetare, del tuo mondo di ricerca, dell’ermetismo lirico, che a quanto pare sarebbe tutta la tua vita, e poi? Non lasci tracce, se non appunti, cancellature, cassature? Ero convinto che possedessi intere pagine di versi. E su tutti i fogli che ti ho regalato, cosa diavolo hai scritto?»

«Ne ho alcune, di poesie finite, intendo, ma adesso non le sento più come all’inizio. Hanno perso la loro fragranza, o comunque non la mantengono mai viva e pulsante come vorrei, come succede con gli appunti disordinati, che pur essendo dei frammenti, hanno il seme fragrante, il tuorlo fecondato, come spesso lo chiami tu.»

«Oh, se le cose stanno così allora i tuoi stralci o frammenti avicoli andrebbero sviluppati al più presto. E poi… sei sicuro che non siano già delle poesiole rivestite dalla forma di appunti? È possibile che quando ci si sforza a tutti i costi di poetare si crea in automatico l’ostacolo alla poesia. A me è successo, ed è stata una delle ragioni per cui ho smesso. La poesia affiora nel sonno, nella semincoscienza oraziana, in un livello parallelo e poco tangibile di realtà. Forse i tuoi appunti, oltre al seme, potrebbero rappresentare il cuore bianco del frutto, capisci?» mi disse Edo, tutto infervorato, come non lo avevo mai visto. Era diventato un altro.

«Non so che dirti. Ho bisogno di prendermi del tempo, di controllare cosa ci sia di buono negli appunti incompleti o di cattivo nelle poesie complete, e viceversa» gli dissi, con un certo disagio per averlo deluso.

«Devi decidere tu. Se per te la condivisione delle tue prove deve costituire un problema e un motivo di ansia, allora lasciamo perdere» mi disse lui, amareggiato.

«Non ho detto questo. Vorrei che mi comprendessi, come hai sempre fatto, d’altronde, mentre adesso mi sembra che non riusciamo più a comunicare. Non so il perché. A me piacerebbe sfruttare nel migliore dei modi l’occasione che mi stai offrendo, ma senza correre il rischio di bruciarla. Lo dico anche per te, Edo. Ne andrebbe della tua immagine se condividessi del materiale mediocre, approssimativo, incompleto.»

«Fermiamoci qui! Io procederei in questo modo» mi disse Edo, ricaricandosi e riprendendo fiato.

«Domani pomeriggio telefono al direttore. Gli preannuncio l’invio dei tuoi versi, facendomi confermare il loro vecchio indirizzo di redazione, che mi auguro sia rimasto lo stesso – ora non lo ricordo nemmeno più, pensa. Fatto questo, se lui accetta di poter visionare il tuo materiale, gli inviamo sia gli appunti sparsi che i testi finiti: la tua carta utile e quella inutile, insomma, e vedremo alla fine cosa deciderà. Intanto, a partire da stasera, ti impegnerai a revisionare gli scritti che ritieni più affidabili, ma senza alterarli troppo, mi raccomando. Devi dimenticare per quanto possibile il condizionamento del tuo sguardo. Lo sguardo di un direttore di redazione sui tuoi versi non sarà mai lo stesso di un poeta, ricordalo. Sarà esattamente l’opposto, e non è un male che sia così, fidati» gli disse Edo.

«E quindi, con la sua insistenza, Edo mi convinse a mettermi in gioco, nonostante le mie incertezze e apprensioni sul valore dei miei scritti o appunti sperimentali» disse Stain, tirando il fiato e gustandosi le espressioni attonite dell’avvocato e di Ariele.

«Allora?» fecero entrambi, col volto incantato, lo sguardo sospeso sui trascorsi del poeta.

«Il fiato, amici il fiato. Non mi sono fermato un attimo. Datemi il tempo e ritorno sul pezzo.»

«Tutto il tempo che vuoi» gli disse Ariele.

Dopo qualche secondo riprese.

«Dove eravamo… vediamo ah, sì! Dunque: Edo, come mi aveva preannunciato, si mise in contatto col direttore della rivista dei nuovi poeti ermetici. Era una persona di parola, ed ero sicuro che lo avrebbe fatto. E così fu, amici.»

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


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Discussioni

    1. Grazie, Arianna. Confido anche io in sviluppi positivi per il nostro poeta. Il tutto continua a essere sempre nuovo e misterioso per me. Mi piace sentirmi all’oscuro di ogni dinamica, fino all’ultimo istante. Per quanto riguarda i suoi versi, devo fare alcune valutazioni se renderli o meno visibili all’interno dei prossimi episodi. Ci aggiorniamo. Una buona serata e a presto