Delusioni

«Va bene, ora basta! Ne ho abbastanza di te e delle tue lagne. Quindi, è questo quello che pensi di me? Credi che sia un povero stupido, che se ne sta qui, davanti al pc, tutta la giornata a rigirarsi i pollici. Non è così?»

«Non ho mai detto che—»

«Ma è quello che volevi intendere, no? Sai, sono grande a sufficienza per capire certe cose, certe frecciatine. Sono una persona piuttosto paziente, ma anch’io ho il mio punto di rottura.»

«Beh, ma, in fondo, è la verità. Te ne stai qui, dalla mattina alla sera, mentre tutto il mondo è là fuori.»

Voltai repentinamente il capo verso di lui e, sollevando il sopracciglio, lo fulminai con uno sguardo truce.

«Credi che ne sia contento? Credi che mi piaccia non avere nemmeno l’ombra di una dannata vita?» presi ad alzare la voce, accorgendomi solo più tardi di quanto fosse divenuta acuta e gracchiante. Mi concessi qualche secondo per raccogliere i pensieri. Volevo evitare di trasformare quella discussione in uno scontro intriso di rancore. Le parole hanno un peso: è una lezione che ho appreso molto tempo fa, ma, spesso, ce ne si dimentica. Per quanto possa sentirmi ferito, oltraggiato, calpestato, provo sempre a mettere ordine nei pensieri. È come applicare un filtro alla mente, una protezione contro l’irreparabile. E, in ultimo, uno scudo per proteggere sé stessi dalla potenza deflagrante delle idee.

«In tutta la mia vita» ripresi, mantenendo il capo chinato e lo sguardo basso «non ho ricevuto altro che rifiuti. Uno dopo l’altro. Ho dovuto faticare il doppio, il triplo, il quadruplo rispetto a tutti gli altri per raggiungere i miei obiettivi. È facile sputare sentenze. È troppo facile colpevolizzare. Ognuno di noi ha la sua storia, che nessuno sarà mai in grado di comprendere.»

Pur senza guardarlo, sapevo che le sue labbra fremevano per lasciar fluire le parole con cui avrebbe replicato alle mie.

«Quello che dici è giusto» mi giunse distinta la sua voce «ma, nella pratica, cosa stai facendo per cambiare le cose? Nulla, è questa la realtà.»

Non sono mai stato il tipo di persona che ama controbattere all’ultimo sangue pur di affermare le proprie ragioni. Per quanto mi riguarda, non m’importa se gli altri non credono a ciò che dico: ognuno ha la sua verità, per quanto, alla fine, solo una di esse sia vera. Quella volta, però, sentii di dover reagire, in qualche modo. Non per avere la meglio, ma per semplice rispetto nei miei confronti. Afferrai lo smartphone dalla scrivania. Lo accesi e scorsi rapidamente tra le applicazioni, fino a trovare quella delle e-mail. Cliccai. A quel punto, posi il telefono fra le sue mani, lasciando che leggesse. Notai il suo volto scurirsi lentamente, finché un’espressione malinconica si dipinse su di esso.

«Sei contento ora?» dissi, allargando le braccia come a voler sottolineare ironicamente la frase. «Rifiutato. Rifiutato. Rifiutato. Sono anni che la storia si ripete, sempre uguale. Nessuno è interessato ad assumere un pivellino senza esperienza. E io questa esperienza come la dovrei fare se nessuno mi ha mai concesso di acquisirla, eh? Sei soddisfatto?»

Mantenne lo sguardo fisso sul display del cellulare: probabilmente, non aveva più il coraggio di replicare. A quel punto, mi voltai verso la scrivania, prendendo il mio libro tra le mani.

«E questo?» continuai. «Ho impiegato più di un anno per scrivere questa dannata storia e ora nessuno è interessato anche solo a leggerla. Eh, già, è troppo lunga per i loro standard. Lo stile è troppo vecchio, per carità! Fanculo!»

Non sono il tipo che si lascia andare ad imprecazioni: le ho sempre trovate indegne di una persona che abbia anche solo un minimo di cultura. Quella volta, tuttavia, urlai quella parola con tutto il fiato che avevo nei polmoni, scaraventando rabbiosamente a terra il libro.

«Mi dispiace» mi disse, infine «perdonami.»

Allungò la mano per porgermi il telefono. Lo afferrai. Poi, lo vidi girare su sé stesso, con aria affranta, uscendo dalla stanza in silenzio. Restai da solo: non avevo voglia di vedere o sentire nessuno. Accesi il display dello smartphone e aprii la galleria delle immagini. Non erano molte: non amo avere molte foto o video nella memoria. Ma fra le poche che avevo ve ne era una, in particolare, su cui mi soffermai. Si chiamava Dana: eravamo stati assieme per poco tempo, è vero, ma in quel breve periodo l’avevo amata profondamente, come non mi era mai successo prima. La guardai, ancora una volta, sorridendo a quel volto scolpito nel tempo.

«Addio, mio splendido amore» sussurrai. Poi, vidi la foto svanire alla pressione del tasto, inghiottita, per sempre, nell’abisso dei ricordi.

Avete messo Mi Piace13 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “È facile sputare sentenze. È troppo facile colpevolizzare. Ognuno di noi ha la sua storia, che nessuno sarà mai in grado di comprendere.”
    Quanta verità.
    Credo che tutti, almeno una volta nella vita, si siano ritrovati in questo tipo di situazione. Ci vorrebbe un mondo più empatico, più incline all’ascolto che alla parola.

  2. Viali Giusepoe, un dualismo atroce che ci perseguita perennemente, non ci lascia. Una lotta inquieta che può finire in un solo modo, così come hai fatto tu. Un soliloquio con due attori, bellissimo, anche se molto sofferto.

    1. Hai assolutamente ragione. Scrivere questo racconto mi ha consentito di ripartire a seguito di amare delusioni, appunto, che mi sono capitate in quel momento.
      Sono davvero felice che ti sia piaciuto.
      Grazie infinite, caro Nino! 😊🙏

  3. Mi ero perso questo piccolo librick standalone: si potrebbe dire un racconto quasi interamente discorsivo, che va dritto al punto con le parole del personaggio che non girano tanto attorno alle cose. Le righe dedicate al libro che nessuno legge sono state le più “deludenti” (per riprendere il titolo) assieme a quelle finali che sono proprio intrise di una profonda malinconia. Si vede che fai un buon uso della scrittura, e il risultato è sempre, in un modo o nell’altro, riuscito anche quando tratti tematiche molto varie.

    1. È un racconto diverso dal solito, in cui sono uscito per un attimo dai confini del mio terreno naturale, per così dire, per sfogare alcune delusioni. 😊
      Per questo sono ancora più contento che tu l’abbia apprezzato e che abbia colto questi aspetti molto importanti del testo.
      Grazie infinite per i tuoi preziosi commenti, Gabriele! 😊🙏

  4. Un bel confronto dialettico, netto, misurato, con una buona alternanza nella progressione degli stati d’animo tra l’economia del discorso diretto e lo sfondo descrittivo che lo costella. Vi è sempre un buon equilibrio nella gestione delle tue frasi, nella loro linearità e limpidezza, che favoriscono un’immersione naturale nel tuo tessuto narrativo, come è accaduto anche in altri tuoi scritti.

  5. Anche se il racconto era privo di descrizioni, sono riuscita a visualizzare anche troppo bene la situazione. Oggi il mondo del lavoro è così e le generazioni che ci hanno preceduto non se ne rendono conto perché anche solo 20 anni fa non era così difficile come oggi trovare un lavoro. Se stai a casa sei uno scansafatiche… mentre la realtà è che ti stai sbattendo per trovare un lavoro serio.

    1. Hai centrato perfettamente il punto, che hai sintetizzato alla perfezione.
      Alla tua riflessione aggiungerei solo che ho sperimentato questo comportamento “miscredente” e accusatorio, tipico delle vecchie generazioni, anche in persone che, in teoria, dovrebbero esserci più vicine, ovvero fidanzate (nel mio caso) e fidanzati.
      E questo, forse, fa ancora più male, perché è proprio da loro che ci si aspetta maggior comprensione e fiducia. E, quando queste vengono a mancare, inevitabilmente tutto finisce.

      1. Mi spiace molto che hai avuto questa esperienza da qualcuno che dovrebbe farsi qualche domanda in più e dare più prontamente il beneficio del dubbio invece di partire con certe accuse…

    1. Grazie mille, Roberto! 🙏
      Verissimo: prima o poi queste situazioni capitano a chiunque, per quanto si possa provare ad evaderle. La cosa positiva è che, almeno nel mio caso, la scrittura mi dà modo di buttare fuori tutto e ripartire, forte delle conoscenze e delle esperienze acquisite.

  6. Bravo Giuseppe e grazie per averci messo tutti di fronte allo specchio. E proprio tutti, perché di delusioni viviamo, tantissime, e di pochi successi. Tuttavia un confronto costruttivo con noi stessi può diventare una richiesta d’aiuto che poi esce dalle mura in cui ci siamo rinchiusi. Come una sorta di ripartenza

    1. Hai ragione, Cristiana: il confronto con sé stessi è utile sia per curare le ferite che per chiedere indirettamente aiuto. In ogni caso, è sicuramente un modo per ripartire, per mettere da parte i fallimenti, accettandoli senza, però, ignorarli, per trarre nuove motivazioni e imparare dai propri errori.
      Essendo una persona piuttosto introversa, certe volte questo tipo di racconti mi è di notevole aiuto per concludere definitivamente un paragrafo della mia vita, confrontandomi con me stesso, e ripartire.
      Non più da zero, però, ma, forse, da tre, parafrasando il grande film con Troisi.

  7. Certo, questo racconto è diverso dalla serie che hai appena concluso, ma non troppo: c’è sempre una sorta di alter ego con cui dialoghi. Non ho idea di cosa possa significare, dentro di te voglio dire, ma è comunque di grande effetto narrativo.

  8. Molto bello questo confronto, che è anche uno sfogo (non ha molta importanza quanto aderente alla realtà di qualcuno in particolare). So cosa significa vedersi rifiutare il frutto di sforzi di anni di lavoro, e so cosa significa vedere un proprio scritto che non viene nemmeno letto, o viene letto e cestinato perché ce ne sono altri più attuali, o più semplici (tutta ‘sta tecnologia, chi la capisce?), o più commerciali (non ci hai messo nemmeno un bacio). Mi sono sempre dato la responsabilità di tutto, perché dirsi “m’ha rovinato la guera” non serve a molto e fa semplicemente passare la voglia di lottare.
    Lo so, ci sono passato, ci passo ancora. Però, leggerlo così ben descritto, fa un certo effetto!

  9. Questo racconto mi ha catturato sin dal principio, con l’immagine che hai scelto. Un genere e uno stile di scrittura molto diversi dal precedente, con la stessa cura per il peso che possono avere le parole. Il ragazzo suscita una forte empatia. Una storia breve che riesce a creare un coinvolgimento di mente e cuore.

    1. Grazie mille, Maria Luisa! 🙏
      Sì, è un racconto molto diverso dallo stile di Diario della fine. Sentivo di dovermi prendere una pausa dal genere horror, lasciando uscire le altre storie che, nel frattempo, si erano accumulate in questi mesi.
      Questo racconto, però, è servito anche per provare a lenire qualche ferita, anche se, forse, alcune di esse, per loro natura, non potranno mai essere sanate del tutto.

      1. Scrivere puó diventare, in certi casi, come una malattia, nel senso di una dipendenza di cui non riusciamo a fare a meno. Ma soprattutto, io credo, puó essere una cura, una terapia, per cicatrizzare le ferite o per lenire o far pace con qualcosa di irrisolto.