Dentro le mura 

Dentro le mura del carcere di La Santé a Parigi c’eri tu. Era una mattina di febbraio, faceva freddo e il cielo era nuvolo, andava bene così, non poteva essere altrimenti. “Ti ho portato dei libri, so che ne hai bisogno” i tuoi occhi azzurri erano spenti e il viso emaciato “Stai mangiando?” “Ho lo stomaco chiuso”. Cinque anni. Dovevi stare lì dentro cinque anni. Sarei voluta venirti a trovare più spesso ma i soldi per andare a Parigi non erano sempre disponibili e in più non volevo occupare il tempo per le visite togliendolo alla tua famiglia. Io ero solo un’amica dopotutto. Amici. Io ero sposata e tu avevi una fidanzata. Le avevi promesso di sposarla una volta scontata la pena. “Finalmente posso farti leggere quello che voglio io! Non puoi fare nulla per impedirlo” sorrisi quando abbozzasti una risata. Avevi fatto tutt’altro nella vita ma ciò che ti faceva battere veramente il cuore era la letteratura. Quando arrivò la sentenza ti dissi che alcuni tra i libri più belli erano stati scritti da ex prigionieri e ambientati in prigione: da Victor Hugo a Dostoevskij, forse anche tu avresti avuto l’ispirazione. “Stai scrivendo?” “Solo pensieri sparsi…” eri assente, la mente chissà dove. “Come sta tuo marito?” “Bene, lavora, abbiamo deciso di avere un figlio” lo dissi velocemente distogliendo lo sguardo dal tuo “capisco, sono contento per voi”. Non era imbarazzo tra noi, la situazione non era adatta ad alcun tipo di discorso. Una voce annunciò che l’orario delle visite era quasi finito. Chissà quando ti avrei rivisto, fra tre mesi, forse sei, o un anno. Troppe cose da dire, troppo poco tempo. Senza pensarci parlai “perché quella sera di due anni fa non accettasti di camminare insieme sotto braccio?” “Che cosa?” avevo catturato la tua attenzione “mi ha fatto male quando ti sei scrollato la mia mano di dosso” “non capisco” “volevo solo camminare sotto braccio” ti guardavi intorno cercando qualcosa “guardami, perché?” “Forse avevo caldo non so” “era dicembre.” stavi iniziando a innervosirti “non capisco cosa cerchi di dire” “che forse se avessimo camminato sotto braccio non sarebbe finita così, forse staremmo insieme, forse avremmo un figlio, forse avrei potuto salvarti da questo” avevo iniziato a piangere “sono stato accusato di stupro. Come mi avresti salvato?” “Ti conosco da tempo lo so che non l’hai fatto avrei testimoniato che se fossi uno stupratore avresti potuto violentarmi tante volte ma non l’hai mai fatto perché sei buono…” non riuscivo a finire il discorso per i singhiozzi e le lacrime e tu mi guardavi “mi dispiace” avevi gli occhi lucidi anche tu “di cosa?” “Di non aver camminato a braccetto quella sera”. Avevi uno sguardo di premura e rassegnazione, mi hai messo una mano sulla testa, l’hai poi lasciata scivolare sulla guancia, stavi per dire qualcosa ma non l’hai fatto. Fu straziante quando ritirasti la mano, sorrisi triste. 

Ricevetti una lettera un mese dopo “ti aspetto per porgerti il braccio, fai con calma, abbiamo l’eternità davanti a noi”. Dentro le mura del carcere di La Santé a Parigi non c’eri più. Era una mattina di primavera e c’era un piacevole tepore, il cielo era limpido, andava bene così, non poteva essere altrimenti.

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Discussioni

  1. Un breve gioiello che arriva al cuore come una staffilata. Dialoghi molto veri e vivi, carichi di tutta l’amarezza delle occasioni perdute. Sei davvero brava Valeria, la nostra giovane autrice con un fardello di saggezza e di esperienze nello zaino. Un abbraccio

  2. devo dire che il dialogo fra i due ha un tono di autenticità davvero notevole. Credo però di avere qualche difficoltà ad interpretare il finale.