
DERIDETE IL PAGLIACCIO TRISTE
Quando si svegliò al mattino, guardò fuori dalla finestra per vedere se era cambiato qualcosa, ma tutto fu come sempre. L’odore di spazzatura del giorno prima, il ronzio delle mosche, il grido di un gabbiano solitario: tutto come prima. La stessa noia. Il tetto della casa accanto, un tetto di ardesia grigia con chiazze d’acqua e di umidità, era davanti ai suoi occhi. Nient’altro dalla mattina alla sera. Nient’altro da guardare. La stessa noia. La stessa nоia. L’eterna routine.
Alessandro bevve il suo caffè, come sempre poco appetibile, chissà perché?! Ma almeno fu tranquillo. Sua moglie si sarebbe alzata presto e allora sarebbero cominciati gli orrori.
Erano passati anni dall’ultima volta che aveva visto sua moglie allegra. Alessandro non sapeva il perché, per cui si sforzò di fare del suo meglio, inventando battute divertenti per lei. Per esempio, una volta cadde a terra ridendo ed agitando le braccia; cercò anche di imitare un gabbiano che beccava la spazzatura da un sacco abbandonato. Un giorno si azzardò ad imitare la camminata della moglie, che aveva un modo tutto suo di camminare saltando, ma l’unica cosa che si sentì dire fu che era un idiota ed Alessandro si sentì un idiota.
Stava iniziando il fine settimana e per Alessandro era sempre durissimo. Le persone ordinarie si rilassavano, mentre lui era sempre costretto a lavorare. Non gli piaceva il suo lavoro, ma non aveva altro. Per lui era fondamentale avere un lavoro creativo, all’aperto e con le persone. Infatti, lavorava con le persone, di fatto con dei bambini che, ovviamente, erano senza dubbio il futuro, ciononostante gli facevano molta paura. Alessandro aveva questa costante paura dei bambini, anche se non gli avevano mai fatto del male. Pertanto, ogni fine settimana si metteva il cilindro giallo a pois rossi, il naso rosso, il colletto lilla e si recava in piazza a vendere palloncini. I bambini si avvicinavano a lui, toccavano i palloncini e gli sorridevano, ma questa fu la parte peggiore, perchénon poté sorridere loro, non seppe cosa dire loro, non volle parlare con loro. Avrebbe lasciato quella maledetta piazza con i palloncini se non avesse saputo che sua moglie lo aspettava a casa e lo avrebbe fatto a pezzi.
Quindi, fu contento di uscire di casa, dopotutto, nessuno si curava di lui quando si presentava in piazza.
Uscì sul balcone per fumare. Il sole stava sorgendo sulla casa accanto, bianco al centro, giallo ai bordi, e la sua luce colpì perfidamente i suoi occhi.
– Fa di nuovo caldo… – mormorò. – Mi scioglierò tutto il giorno.
Sua moglie si svegliò e accese la lavatrice.
Alessandro non riusciva mai a capire da dove venivano tutte quelle cose che sua moglie lavava con tanta fatica ogni giorno. Dal mattino sul balcone trovava un completo da letto con un disegno di anatroccoli danzanti (mai visto prima), alcune magliette bianche lucide (mai da lui indossate), pantaloni sportivi (troppo larghi per lui), grandi asciugamani mai osservati nel suo bagno. La lavatrice era vecchia, molto vecchia, dapprima sferragliò, poi, stanca, fece scricchiolare il ferro e si fermò, per poi iniziare a lavare, scricchiolando e sibilando. Fu come se la casa si fosse riempita di serpenti, come se un falò fosse scoppiato all’improvviso in mezzo ad essa e contemporaneamente diverse moto in frantumi sfrecciassero, rallentassero e ripartissero verso l’ignoto.
Alessandro non volle vivere in questo clima di coccole e litigi, e non capiva come facesse sua moglie a vivere così. Poteva naturalmente chiederglielo, ma per non si sa quale motivo non volle farlo. L’unica cosa che volle fare ora fu quella di non dare nell’occhio in mezzo al frastuono e al rumore e di uscire di casa senza essere notato. Quasi ci riuscì. Cercando di non fare rumore, mise insieme velocemente il suo costume da clown e i suoi palloncini, uscì nel corridoio, si mise i sandali e aprì anche la porta… Ma poi sua moglie uscì nel corridoio e disse, sorridendo ironicamente:
– Vai al lavoro?
– Beh, sì…
– Il tuo ridicolo lavoro?
– Perché ridicolo? Non tutti i pagliacci sono divertenti, no? Io sono un pagliaccio triste.
– Comunque buffo.
Sbatté la porta e si diresse verso la piazza. “Così sia, così sia, così sia,- pensò. – Pagliaccio ridicolo o triste, che differenza fa? Se ridi di me, ridi, purché tu sia sana! Ridi, e poi – riposati, riposati…”.
Camminava e pensava e guardava la sua cittadina, distesa come una murena stanca lungo il mare, la chiesa color sabbia, le stradine intricate, le case a due piani con delle finestre chiuse – la città dove non succedeva mai nulla.
Arrivò in piazza molto stanco. Stanco oltre ogni misura, ogni osso del suo corpo gli dolse e rimproverò questa vita che scorre pigramente sotto questo pallido sole. Indossò il suo costume da pagliaccio, posò i suoi palloncini sulla panchina, borbottando:
– Non è vita, è un sacco di pietre… Ovunque c’è confusione, incubo e caos.
Una ragazzina con dei fiocchetti rosa si fermò e lo fissò intensamente. Alessandro pensò che sarebbe stato bene risponderle con un sorriso, mostrarle un palloncino rosa come i suoi fiocchi, ma non ne ebbe la forza. Guardò la ragazzina aggrottando le sopracciglia e lei fece un passo indietro.
La piazza si riempì gradualmente di gente. Alessandro desiderava sempre di più che i bambini se ne andassero, ma invece ne arrivavano sempre di più. La gente si avvicinava a lui, gli chiedeva qualcosa, qualcuno comprò persino due palloncini, ma lui voleva solo una cosa: essere lasciato in pace, era l’unica cosa che voleva. Quando il sole cominciò a tramontare, raccolse le biglie rimaste invendute e si incamminò verso casa, incurvandosi e trascinando i piedi. Gli sembrò di sentire delle risate alle sue spalle. Fu sicuro che tutti ridevano di lui e non si sbagliava: faceva il mestiere del pagliaccio. Lavorava come pagliaccio triste, facendo ridere tutti. Non importava che lui stesso non stesse ridendo. Peccato che qui non piaceva a nessuno… Camminava e borbottava:
– Ridete per un saluto! Sono un pagliaccio triste, è molto più divertente così! Ridete per favore! Ridete quanto volete! Ridete e vivete la vostra vita al massimo! Solo io… solo io…
Improvvisamente un nodo gli strinse la gola, gli vennero le lacrime agli occhi, ma andò sempre più avanti, sempre più veloce… Arrivò al punto vicino alla sua casa. Una luce brillava attraverso la finestra socchiusa, come se qualcuno lo stesse aspettando lì, come se qualcuno avesse bisogno di lui. Nell’oscurità crescente vide di nuovo il bucato appeso al balcone: un bucato nuovo, naturalmente, quello precedente già si era asciugato con quel caldo. Ancora una volta rimase stupito, non ebbe mai visto nulla di simile in casa: ci furono pantaloncini da mare, lenzuola e federe a righe, e al centro pendeva un unico asciugamano blu con una scritta rossa: “Tutte le madri fanno figli bellissimi, ma mia madre ha proprio esagerato”.
Alessandro salì le scale e aprì la porta. Sua moglie, come sempre a quell’ora, stava seduta accanto al televisore, con le mani stanche e afflitte dai reumatismi sulle ginocchia, e sembrava guardare una soap opera, ma non stava guardando una soap opera, bensì il muro dietro lo schermo del televisore, pensando che era passato un altro giorno, un altro giorno senza il loro figlio Giovanni morto, e che non le fosse rimasto altro da fare che andare al cimitero e poi lavare le sue cose, lavare e asciugare, lavare e asciugare, lavare e asciugare…
Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
ho riconosciuto i gabbiani, la lavatrice che cigola e il tuo stile, che mi aveva già colpito nel racconto sulla gatta. Adesso leggo nel tuo commento ciò che avevo ipotizzato in precedenza, e cioè che l’italiano non è la tua lingua madre. A mio avviso questo è uno degli elementi del fascino sottile dei tuoi racconti. Spero di leggerne ancora.
Bravissima! Un’anima profonda che riesce ad emozionare. Complimenti!
Mi unisco ai complimenti degli altri autori per questo tuo racconto toccante, la storia di un rapporto che si spezza e di una convivenza fra due essere che non si riconoscono. Spesso, quando ci rompiamo dentro, anziché ‘affidarci’ oppure ‘appoggiarci’, preferiamo chiuderci e fare della nostra sofferenza quasi motivo di vita. Sbirciando qua e la fra i commenti, scopro che per te l’italiano non è lingua madre. Allora mi sento di congratularmi perché il messaggio è veramente passato, direi che hai ‘bucato’. Le concordanze verbali nella nostra lingua sono particolarmente difficili e spesso ci inciampiamo anche noi. Quindi tu sei stata più che brava.
Complimenti per il racconto che affronta un tema così drammatico. Si capisce che nella famiglia c’è qualcosa di triste, ma sei riuscita a tenere nascosto il motivo fino all’amaro finale.
Complimenti anche per lo sforzo di scrivere in una lingua straniera, davvero notevole. Il tuo italiano scritto è migliore di quello che tante capre nostrane mostrano attraverso i social. Devi migliorare l’uso dei nostri difficili tempi verbali, richiede impegno ma puoi farcela.
Ottimo esordio.
Probabilmente avrai già ricevuto una segnalazione, comunque volevo dirti che nel titolo c’è una delle poche sviste del racconto. C’è scritto pagliacco invece che pagliaccio.
Avevo scritto un commento lungo e articolato ma il sistema me lo ha fatto sparire… non so come.
Vado al sodo, perché questo racconto un commento lo merita davvero.
Complimenti, per la capacità di esprimere sentimenti profondissimi e drammatici. Una capacità di introspezione davvero esemplare. La descrizione dell’incontenibile dolore di lei, che lui non comprende e vede come insostenibile mostruosità, oppressione e follia. I vestiti e la biancheria che lei lava e rilava giornalmente, come se ne valesse della vita stessa che il figlio ha già person, e che lui non ricorda nemmeno di aver visto. Eppure, anche lui è un essere umano, non è giudicato, anzi, è compatito.
Complimenti davvero.
Toccante. Davvero..si sente tutta la solitudine di questa coppia spezzata da una tragedia. E l’inesorabilità di un dolore senza uscita. Complimenti mi è piaciuto tanto
Ringrazio sincerissimamente, non c’é nulla di più importante per un autrice che trovare dei lettori attenti e consapevoli, rarità oggi giorno. Mi fa doppiamente piacere perché è snche un riconoscimento dello sforzo investito nello studio della lingua del paese che mi ha accolto e dove ho trovato pace, contrariamente al mio lacerato dalla guerra.