Desiderio

La pioggia va avanti da ore e insiste senza tregua. Martella i vetri con un’accanita monotonia, ripulisce i balconi, ingorga le grondaie, allaga il cortile fino a ridurlo a una chiazza nera dove i lampioni tremolano inutili.

Me ne sto sprofondata sul divano sfondato, cosce divaricate senza pudore, Dean Koontz dimenticato sulle gambe, sigaretta tra le dita e nessuna intenzione di proseguire la lettura.

Tutto qui dentro è una scusa: il libro, la sigaretta, perfino questo appartamento in disordine. Il posacenere che strabocca di cicche, una tazzina sporca di caffè, la coperta ammucchiata sul pavimento, il reggiseno appallottolato sul bracciolo da chissà quanti giorni. L’arredamento urla che nessuno varca questa soglia, che una donna può disintegrarsi in santa pace, senza spettatori.

Il telefono vibra.

Andrea.

«Te l’ho trovata.»

Lo schermo si oscura subito, ma quelle parole restano sospese come fumo denso. Non rispondo. Rimango immobile, bocca secca, fumo che mi sale negli occhi. Due sere fa ho parlato troppo. Il vino ha spaccato una crepa e lui ci ha guardato dentro. Invece di richiudere, gli ho mostrato il marcio.

E ora bussano alla mia porta. Tre colpi lenti, decisi. Nessuna incertezza.

Mi alzo scalza, maglietta larga che mi sfiora appena le cosce nude, capelli raccolti alla bell’e meglio. Nello specchio dell’ingresso colgo il mio riflesso: una donna consumata dagli anni, non ancora del tutto sconfitta, con un nervosismo negli occhi che la rende viva e patetica al tempo stesso.

Apro la porta.

Lei è sul pianerottolo, cappotto nero lucido di pioggia, ciocche scure incollate alle tempie. Bocca dipinta di rosso scuro, sguardo truccato, lineamenti affilati da una bellezza dura, che non consola e non chiede approvazione. Mi fissa con una calma che mi spoglia all’istante.

«Sei tu?»

«Sì.»

Entra senza complimenti, si chiude la porta alle spalle e si leva il cappotto. Sotto porta un top aderente e pantaloni scuri. Spalle solide, fianchi generosi, mani curate. La osservo e sento una scarica di imbarazzo caldo: il mio corpo ha già scelto prima della testa.

Lei esamina il disastro intorno: divano sfasciato, libro abbandonato, aria viziata.

«Non aspettavi nessuno.»

«Aspettavo te.»

Un accenno di sorriso le sfiora le labbra, senza raggiungere gli occhi.

Si avvicina. Il suo odore arriva forte: pioggia mista a fumo e qualcosa di muschiato che resta in gola. Non mi ha ancora toccato, eppure mi sento già invasa.

«Dov’è la camera?»

Indico il corridoio. Lei mi prende la mano. Quel contatto semplice mi scuote più di qualsiasi gesto aggressivo. La mano è calda, ferma. Mi guida dentro casa mia come se fosse territorio suo.

Nella stanza accende solo la lampada bassa sul comodino. La luce gialla ammorbidisce gli angoli ma non nasconde il letto sfatto, i libri impilati, il caos quotidiano.

Si volta verso di me.

«Ti sei già pentita?»

Scuoto la testa.

Non aggiunge altro. Si sfila il top con movimenti pratici, senza seduzione calcolata. Poi i pantaloni scendono lungo i fianchi. Rimane nuda davanti a me, corpo pieno, reale, con quel sesso maschile che sporge evidente tra le gambe forti. Non nasconde nulla. Non spiega. Mi guarda dritto negli occhi, sfidandomi a reggere lo sguardo.

Il cuore mi martella nelle orecchie. Tutto ciò che avevo fantasticato era più ordinato, più controllabile. Lei invece è carne, respiro, desiderio.

Mi avvicino ancora, le ginocchia cedono quasi da sole. Mi abbasso sul pavimento freddo. Allungo la mano e lo prendo tra le dita. È caldo, morbido all’inizio, pesante. Lo accarezzo con lentezza, stringendo piano la base, risalendo con il pollice lungo la pelle liscia. Lo sento reagire, gonfiarsi sotto il mio tocco, indurirsi progressivamente fino a diventare turgido e pulsante. Continuo a masturbarlo con gesti decisi, ascoltando il respiro di lei che si fa più spesso.

Poi mi chino. Lo porto alla bocca. Prima solo la punta, assaporando il gusto salato e vivo sulla lingua. Lo prendo più a fondo, labbra strette intorno alla carne calda, succhiando con una fame che mi sorprende. Lo ingoio lentamente, avanti e indietro, sentendo la consistenza rigida riempirmi la bocca, la gola che si contrae appena. Non è elegante. È crudo, bagnato, reale.

Lei mi sfiora i capelli con una mano, senza forzare.

Quando sente che sta per esplodere, mi ferma con due dita sotto il mento, mi fa alzare.

Mi sfilo la maglietta e subito dopo le mutandine. Ora siamo entrambe senza barriere. Lei mi attira a sé. Le nostre bocche si incontrano in un bacio profondo, aggressivo, senza delicatezza inutile. Lingue che si cercano, denti che sfiorano, un’intimità brutale e necessaria. Sento il suo calore premere contro di me, il suo corpo solido che mi spinge lentamente verso il letto.

Ci sdraiamo. Le lenzuola fredde contrastano con la pelle bollente. La pioggia continua a battere fuori, indifferente, mentre dentro tutto si ferma in questo momento sospeso, carico di domande senza risposta.

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