Desolazione

Gli sovvenne l’invito alla cena di Natale dedicata ai poveri. Di sicuro, pensò, gli altri senzatetto suoi amici lo stavano aspettando, come ogni anno del resto, e magari erano anche in pensiero per lui; perché chi sarebbe stato così folle da rinunciare a un pasto caldo e a un tiepido ricovero in una notte così gelida? Ma quell’anno aveva deciso di non andarci, di rinunciare alla pietà, anche se sincera. Era stufo. Stufo di elemosinare compassione per sopravvivere in una vita che non lo aveva mai desiderato. Non era dipesa da lui la decisione di venire al mondo; tutt’al più poteva prendere quella di lasciarlo, questo marcio mondo. Alla fine, la vita è solo una grande casualità di eventi.

Era stanco di vedere gente pronta a calpestarti, denigrarti o bramare la tua morte per tutto il resto dell’anno, per poi sprizzare bontà d’animo da ogni poro proprio la notte di Natale, elargendo magari qualche banconota e guardandoti con quell’espressione di ammonimento, come a dirti: “Goditi questo giorno, perché a Natale si è tutti più buoni”. Quanta odiosa ipocrisia. Ma come si fa a festeggiare il Natale con così poca fede?

Il giorno dopo sono di nuovo risoluti a gettarti nella perfidia umana solo perché non sei come loro, convinti che tu non meriti di vivere dove vivono loro solo perché mendichi un po’ di vita, ammorbando il loro ambiente. Non si rendono conto che, in fondo, siamo tutti mendicanti. Ognuno nella propria esistenza mendica qualcosa: c’è chi mendica il successo, chi il potere, chi l’amore e chi il denaro. Ma in un modo o nell’altro, tutti chiediamo l’elemosina al nostro Signore.

Tra reminiscenze perdute e amare riflessioni, l’uomo senza accorgersene si ritrovò nella piazza centrale, dove svettava un imponente albero di Natale interamente sfavillante di una miriade di lucine. Esitò per qualche minuto, ammaliato da tale splendore. La stella del puntale era così luminosa che la sua forma si fissò nelle retine dell’uomo come un flash. Osservando quella fulgente forma conica che si inerpicava nel freddo cielo, fugando un po’ di quel nero che regnava lassù — e di quello che da anni dimorava nel suo animo — l’uomo ebbe la gradevole sensazione di una morbida mano invisibile che gli rovistasse dentro, mettendo ordine e accarezzandogli la fragile anima disillusa.

Da quando aveva intrapreso quel peregrinare, smarrendosi nel proprio flusso di coscienza, aveva perso il senso del tempo. Dinanzi a tale lucentezza, che gli faceva fremere il cervello, quasi dimenticò chi fosse: i trascorsi, le ingiurie, le ignobili azioni, gli scherni e i rimorsi andarono sbiadendo; per qualche istante la sua testa fu libera e pura come un volo d’aquila.

Era come se tutto il suo vivere si fosse dissolto in una consolante insussistenza. Più nessuna porzione di tempo da scandire o rimembrare: il passato dissipato in un nero oblio, il futuro un foglio bianco su cui sbizzarrirsi.

Esisteva solo l’esatto momento. E in quell’attimo fissato nell’eternità, sotto un seducente sortilegio, Michele si sentì l’uomo più felice del mondo.

Poi di colpo, come una gelida onda inaspettata che ti lambisce e ti mozza il fiato, con ancora lo screziato splendore dell’albero riverberato nei grigi occhi, si ritrovò a pensare ai suoi genitori. Li desiderò con tutto se stesso. L’immagine di sua madre era vivida nella mente. Calde lacrime scesero sulle guance, perdendosi nel folto intrico della barba. Il pover’uomo socchiuse le labbra e, insieme a una nuvoletta di condensa, sussurrò parole che gli lacerarono il petto: “Oh mamma, papà, stasera mi mancate come l’aria”.

Chiuse gli occhi e pianse, pianse sino a oscurare il mondo.

“Perdonatemi, perdonatemi per non essere diventato nessuno, ma solo un misero essere privato della dignità”.

Mentre forti singhiozzi gli scuotevano lo scarno petto e gli occhi annegavano nelle tiepide lacrime, percepì un lieve fruscio alla sua sinistra. Un movimento a stento avvertibile, come un sogno appena colto e subito scivolato via. E poi lì, sul levigato manto nevoso, apparvero una serie di impronte di piedi che dall’albero si allontanavano verso il dolce pendio alle sue spalle. Il senzatetto sbarrò gli occhi con incredulità e apprensione. Poi, senza porsi domande, con una vibrante nota di frenesia iniziò a seguire le impronte mentre una fitta nevicata precipitava con intensità.

Arrancò sulla pendenza, scivolò più volte sul farinoso strato bianco, ma ogni volta si rialzava in preda a una sconosciuta esaltazione. Era come se quei segni impressi nella neve mettessero in atto nella sua coscienza un’oscura malìa, un richiamo troppo forte per resistervi.

Corse quanto più gli era consentito dal corpo dominato da una follia quasi infantile. Con il fiato corto avanzava verso il cimitero della città. Cristalli di ghiaccio gli si scioglievano sulla barba grigia.

Le tracce si susseguivano dinanzi a lui, anche se l’intensa coltre di neve ne lasciava breve margine di osservazione e le andava cancellando rapidamente. Lo portarono al grande cancello di ferro per poi seguitare sul lato est del muro di cinta. Le misteriose impronte lo condussero a ridosso del bastione perimetrale dove apparvero enigmatiche orme di mani che si inerpicavano sulle fredde pietre, portandosi al di là del muretto.

Il senzatetto arrivò privo di fiato, scavalcò il divisorio e si ritrovò nel bianco camposanto. La nevicata non accennava a diminuire mentre si trascinava tra le lapidi ammantate. Tagliò per il vialone centrale e le sfuggenti orme lo condussero a un triste loculo scoperchiato, all’altezza del suolo. Il coperchio era scivolato via, poggiandosi sulla neve che lo aveva quasi del tutto ricoperto. Le sinistre tracce finirono lì. L’interno buio del sepolcro era completamente vuoto: dimorava solo l’eco della solitudine.

Michele si sentì svuotato di tutta l’adrenalina. Chiuse gli occhi e altre lacrime rigarono le rugose guance. Il respiro affannoso gli bruciava nel petto mentre un gelo funesto gli serrava le vecchie ossa. Poi, in un ultimo atto di volontà prima di cedere alla spossatezza, si mise carponi e, con le mani che affondavano nella neve, si trascinò all’interno del loculo. Si coricò in posizione fetale, mentre vigorosi tremori lo scuotevano fin dentro l’anima.

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Discussioni

  1. Questo testo mi è arrivato come un fulmine a ciel sereno. Mi ha colpito profondamente la frase: “Perdonatemi, perdonatemi per non essere diventato nessuno, ma solo un misero essere privato della dignità”. In quelle parole c’è un dolore nudo, senza sconti né compiacimento, che resta addosso anche dopo aver chiuso il racconto. Una storia dura, ma necessaria.

  2. Commovente e coinvolgente.
    Lo stile narrativo è ricco di particolari e la descrizione delle scene è molto dettagliata. Lo stato d’animo del protagonista arriva al lettore.
    Attendo seguito 🙂
    Un saluto

  3. Il tuo racconto mi colpisce per la prosa densa ma controllata e stilisticamente solida. Non scivoli mai nell’enfasi e riesci bene a sostenere un flusso di coscienza credibile e coinvolgente. Le immagini sono potenti e simboliche, il contrasto tra Natale e disperazione è gestito con maturità, e il finale resta sospeso e doloroso senza cercare facili consolazioni.