
Dialogo sull’arte
“L’arte è libera”; tuttavia, al giorno d’oggi, questa definizione è sempre più una bugia. Quando si tratta di modellare un corpo femminile, fare di esso arte, soggetto principale su cui posa lo sguardo esterno, diventa automaticamente volgarità. Perché mostrare viene interpretato come sessualizzare?
La verità era che nessuno di noi due, me o Toby, sapeva realmente quale linea dividesse quelle due interpretazioni. Eravamo ancora studente all’università, io studiavo lettere, lui cinema, e per quanto fossimo con la testa sulle spalle, consapevoli del mondo, ci trovavamo sempre in situazioni spinose.
« Voglio fare un cortometraggio con James, » disse Toby un giorno al bar, in compagnia mia e di Sabrina, la cui ideologia non poteva ritenersi come “amica” nostra. La ragazza guardò prima me, e capendo che non si trattava, ovviamente, di una mia idea, passò a Toby. « Riguarda ancora il tema della sensualità? »
« Ovvio. Voglio che parli semplicemente di un fotografo, che assieme alla sua ispirazione, spoglia quest’ultima e fa di lei arte tramite gli scatti. »
« Perché deve essere una lei, e magari non un lui? » domandò Sabrina con vero interesse.
Mi intromisi anche io. « Semplicemente perché se non è oggetto di discussione o di fomentazione generale, lui non è contento. »
Toby sorrise, consapevole di cosa andasse incontro. « Mi infastidisce che persone mi dicano quello che posso e non posso fare. Il corpo femminile è più armonioso, è capace di intorpidire lo sguardo di chiunque. Mi risulta più facile e interessante plasmarlo nella mia visione di arte. »
Sabrina non era convinta; io non sapevo come intervenire. Era una situazione in cui non c’era un “giusto” o uno “sbagliato”, c’erano le motivazioni, ma queste spesso non venivano ascoltate.
« Se fossi donna questo problema non nascerebbe » commentò poi Toby.
Sabrina lo guardò con quello sguardo che solo a lui dedicava, un miscuglio di insopportazione e fascino. Lei era lì per sbaglio, tanto testarda da non ascoltare i consigli delle sue amiche che le sottolineavano quanto noi fossimo alieni nella sua vita.
« Questo non è il punto, Toby. La questione è molto complessa, non comprendo perché tu ti debba infilare in situazione così complesse, » disse Sabrina mantenendo il suo tono dolce.
Toby mise le mani sul tavolo, guardando dritto negli occhi Sabrina: « Io invece non comprendo perché l’arte deve essere inghiottita da situazioni che non le interessano. »
« Semplicemente perché è soggetta alla società e ai cambiamenti che essa attua nel tempo, » dissi io.
Toby comprendeva il punto di vista di Sabrina, lui voleva ardentemente quel dibattito per capire al meglio l’argomento. « Se io tratto un argomento, diciamo “controverso”, ma lo faccio con la testa, cercando in tutti i modi di rimanere entro i limiti morali, allora non c’è motivo per cui io non possa farlo.»
Guardai Sabrina, la quale era in dubbio. All’epoca non comprendevo perché ogni volta Toby metteva Sabrina in mezzo a certe tematiche sulle quali sapeva sin dall’inizio che la loro visione era opposta. “«Amava il dibattito, » mi dicevo ogni volta, e se in parte così era, mi sfuggiva un altro punto necessario.
Sabrina finalmente parlò. « Se vuoi accontentare tutti perderai la tua visione; non diventerà più un’opera tua, ma della massa. » In lei si era accesa quella fiamma. Levava via il buonismo che i genitori le avevano inculcato nella testa, prendendo finalmente identità.
« Non mi reputi capace di raggiungere quell’accordo in cui nessuno ci perde? » domandò Toby, e io lì divenni invisibile, la terza ruota del carro.
« Se è per dimostrare a me quanto sei bravo, allora sì, ma non sarà sincero. Tu da solo, di tua iniziativa, non saresti mai capace di mettere nella tua arte la visione di nessun altro che non sia vicino alla tua. »
Si guardavano con la stessa intimità con cui si guardavano due vecchie fiamme incapaci di allontanare il loro passato assieme. Erano amici, forse nemmeno quelli, eppure il modo in cui si guardavano era qualcosa di indecoroso.
La verità era che io non sapevo realmente da che parte stare, né avevo una mia personale opinione al riguardo. Avevo accettato perché amavo scrivere tanto quanto volevo bene al mio amico.
« James, tu che dici? » mi domandò Sabrina, guardandomi.
Feci spallucce. « Penso che, qualsiasi scelta noi attuiamo, sarà per certi versi sbagliata. Tuttavia ritengo di vitale importanza, nell’arte, provocare differenti reazioni con il solo scopo di instaurare dialoghi che ci possano unire. »
« O separare, » aggiunse Toby.
« Cosa volete comunicare con questo corto? Che siete bravi in quello che fate? Che siete ribelli e andate contro gli ideali? » Le domande di Sabrina erano legittime. Lei si rivolse a me. « Forse capisco anche Toby, ma tu? »
Improvvisamente divenni visibile ai suoi occhi e questo mi turbò assai. « Io voglio solo scrivere. »
Lei scosse la testa. « Non è sufficiente, così come non lo è la motivazione di Toby. Voi volete farlo ma senza una reale motivazione; di questo passo finirete per oggettificare la donna. »
Toby prese la parola. « No, non iniziare con questi termini. Perché ci deve essere sempre qualcosa di oltre al semplice “bello”? »
Sabrina alzò un sopracciglio. « Perché finirete per snaturare il corpo femminile per il solo piacere visivo. »
La tensione si era alzata, io sentivo di star perdendo le redini.
« Non se quello non è il mio intento. Studiare le luci, la storia, le inquadrature, mettere a schermo una realtà in cui vada a delineare semplicemente la bellezza della fotografia e del corpo femminile attraverso il cortometraggio. »
I due si voltarono verso di me, e all’unisono mi chiesero: « Tu chi pensi abbia ragione? »
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