Diamante

Si era vestito in fretta, guardando l’ultima sigaretta poggiata sul comodino. Era ancora fumante, perciò si apprestò a spegnerla il più veloce possibile, perché suo padre non doveva accorgersene.  Nessuno sapeva che suo padre, chiamato da tutti gli amici “Diamante”, per via dell’occhio destro di una tonalità diversa da quello sinistro, in realtà di prezioso non aveva nulla, tantomeno l’anima.  “Diamante” lo aveva sempre ritenuto inferiore a lui, lo aveva sempre picchiato e aveva sempre umiliato anche Sandra, ovvero sua moglie e madre di Enrico, il fumatore incallito.  Sandra aveva deciso di lasciare “Diamante” quando si era resa conto che sarebbe potuta morire a causa della violenza domestica di cui era vittima e si era fatta una nuova vita con Michele, uomo buono e pacato.  La collana con la croce possente d’oro ballò e tintinnò contro il suo petto liscio, mentre Enrico cercava di calmarsi, nonostante sapeva che suo padre stava bussando alla porta in modo insistente.  Lo avrebbe ucciso se avesse scoperto che stava fumando.  Non voleva sentire l’odore del tabacco nemmeno da lontano, figurarsi vedere le cicche spente nel posacenere.  Bussò di nuovo, e poi di nuovo e il cuore di Enrico bussò a sua volta in modo violento, come se volesse uscire dal petto. Le mani gli tremarono dalla paura e dal panico.  Enrico aveva compiuto 20 anni da poco, ma sapeva che a  suo padre non sarebbe importato dell’età adulta del figlio, gli sarebbe interessato solamente sfogare le sue frustrazioni lavorative su di lui, per poi fare finta di niente e parlargli come se nulla fosse.  Sarebbe stato meglio se “Diamante”, ovvero Luigi, ovvero il bipolare, fosse rientrato a casa tardi la sera, invece ritornava presto proprio per controllare quell’unico figlio che Dio gli aveva dato.  Doveva assicurarsi che non fumasse o comunque doveva, nel caso Enrico contravvenisse alle regole della famiglia Ferisi, punirlo in modo esemplare.  L’ultima volta aveva usato una cintola, di quelle piuttosto grosse che lasciano i segni ben evidenti e i lividi sulle spalle e sulle braccia erano spariti del tutto solo dopo qualche settimana.  Enrico era stato costretto a indossare magliette a maniche lunghe in pieno Luglio, mentre i suoi amici lo avevano guardato in modo sospetto.  Il ragazzo, che allora aveva 17 anni e si era infatuato di una bella giovane di nome Clarissa, era risultato agli occhi di lei, strano e sfuggente, come se stesse nascondendo qualcosa.  Se Clarissa avesse conosciuto “Diamante”, si sarebbe spaventata e sarebbe scappata perfino da Enrico, da quel ragazzo fragile e forse un po’ immaturo di cui si era a poco a poco invaghita.  Luigi non era a conoscenza del legame che si era instaurato tra Clarissa e suo figlio, ma una notte a cena mentre la forchetta di Enrico era accidentalmente caduta emettendo il tintinnio fastidioso tipico della posata, “Diamante” lo aveva ripreso e aveva colto la palla al balzo chiedendogli se stesse uscendo con qualcuna.  Enrico chiese come mai gli fosse venuta quell’idea e quando disse di no in modo convincente, suo padre gli permise di fumare mezza sigaretta davanti a lui.  In un modo o nell’altro Luigi riusciva sempre a imporsi sul figlio in maniera violenta anche a livello psicologico, per poi fare credere che la vittima fosse lui.  Riusciva a plagiare chiunque.  Ora, la porta si aprì e quando Enrico vide suo padre che teneva tra le mani un pacchetto di sigarette forti, rimase sconcertato.  Non solo Luigi stava sorridendo a suo figlio in maniera sincera, non solo stava dimostrando per la prima volta di essere almeno degno di quel bizzarro soprannome che portava (Diamante), e non aveva alcuna intenzione di picchiarlo, anzi gli lanciò il pacchetto di Marlboro.  Enrico si sedette sul letto, tremando. Gli si era spezzata la voce in gola, proprio come una sigaretta rotta a metà, e quando Diamante lo abbracciò piano, lui provò per la prima volta pena per quell’uomo che odorava di vino e di abiti sporchi.  Da quanto non faceva una doccia?  Perché suo padre era cambiato in quel modo dalla notte al giorno in modo inaspettato?  Troppe domande… Enrico preferì accendersi una sigaretta e parlare con suo padre che scoppiò in un pianto sincero e fissò la statua della Madonna di Lourdes di fronte a lui.

 

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Discussioni

  1. Ciao Roberta, è la prima volta che leggo un tuo racconto. La storia mi è piaciuta, è stata tratteggiata bene e porta il lettore in quella stanza assieme ai due protagonisti.
    A mio modesto parere in alcuni punti un dialogo diretto fra i due avrebbe aiutato la narrazione e accompagnato ancora di più il lettore nella storia e anche qualche spiegazione in meno avrebbe stimolato sicuramente la mente di chi legge nell’immaginare la scena. In ogni caso brava.

  2. Che bello questo racconto! Sei riuscita a portaci nella camera da letto e poi nel cuore di questo ragazzino. Molto scorrevole e piacevole nella lettura per la ricchezza di particolari. Mi è piaciuto molto

  3. Molto profondo e ottima analisi dei personaggi. Se posso darti un Consiglio,fidati di più della tua penna! Non c’è bisogno di raccontare ogni cosa, lascia che sia il lettore ad immaginare che tipo possa essere Diamante dall sue azioni. (Mi permetto di dirtelo perché faccio la stessa cosa!)

  4. Un racconto molto forte, mi è piaciuto. Molto belli i piccoli particolari qua e là (ho adorato gli occhi diversi del padre bipolare, davvero simbolico) e ho tremato assieme ad Enrico mentre Diamante bussava alla porta. Anche mentre leggevo il finale, percepivo il nervosismo e la paura di Enrico