
Diamante
Serie: I racconti della Rue Morgue
- Episodio 1: Diamante
- Episodio 2: Il Club dell’Orrore
- Episodio 3: Ombra
- Episodio 4: Il gioco
- Episodio 5: La gola
- Episodio 6: Il Sogno
- Episodio 7: Sotto la vetta divina
- Episodio 8: Il gigante
- Episodio 9: Le notti di New Orleans
- Episodio 10: Un messaggio in una bottiglia
STAGIONE 1
Il mio ultimo desiderio: un foglio, una penna.
Per ironia della sorte, i migliori rappresentanti della nostra becera specie li ho trovati reclusi tra quattro mura: Padre Mackenzie, stringendo il breviario, mi scruta in silenzio seduto sulla panca. Si direbbe che voglia saltar giù da un momento all’altro per scuotermi dalla mia tranquillità. Gli ho chiesto di consegnarvi questa mia ultima lettera e non ho dubbi che lui, uomo di fede, manterrà la promessa fatta a un morituro. Quando la riceverete, io avrò già lasciato il mondo dei vivi: la sedia mi attende.
Ma sono sereno, perché Voi saprete. Voi, giudicherete.
Mi chiamo Edgar Allen. La mia esistenza ha conosciuto un prima e un dopo, periodi i cui accadimenti hanno rivestito una tale importanza da non poter essere trascurati per comprendere come e perché io mi trovi, ora, in tale infausta circostanza.
Nacqui a Boston nel 1911, figlio di uno scellerato che mai conobbi e della donna più amorevole che si potesse desiderare. Ophelia mi crebbe da sola, con la passione e l’intelligenza di cui solo un’anima eletta era capace. La buona sorte non ci fece mancare l’aiuto di una facoltosa zia, grazie al quale evitammo il baratro della povertà.
Nel tempo, manifestai presto quell’affinità d’indole che mi legava a lei ben oltre il vincolo di sangue: insieme ammirammo i contorni delle nuvole, accogliemmo sulle mani le farfalle multiformi, ricambiammo ogni sorriso. Leggevamo libri di tutti i generi; non esisteva materia bandita nei nostri dialoghi. Brillava nei suoi occhi un diamante: e sapevo che la sua luce viva non mi avrebbe mai abbandonato, indicandomi la giusta via.
Lei mi ripeteva spesso:
-Edgar, un giorno imparerai come il desiderio di conoscere sia un riverbero degli spiriti liberi, l’altra faccia della passione. Il più grande dono di Dio: e il peggior castigo di Satana.
Quando mi parlava così provavo un brivido, come se ricevessi una sinistra profezia. Non potevo sapere, allora, quanto affidabile fosse il mio intuito.
Prima che compissi sedici anni, mia madre venne accusata di condotta immorale. Fu denunciata allorché i sospetti, da tempo consistenti per via del suo accompagnarsi con giovani uomini, si trasformarono in certezza quando un’arpia la vide in atteggiamenti lascivi sull’uscio di casa, ignara del maligno sguardo che incombeva su di lei.
Io sapevo ma, essendo fatto della sua stessa materia, intimamente capivo. Non c’era nulla di male nel suo agire: Ophelia era una figlia dell’amore, generosa nel dare, desiderosa di conoscere. Non metteva barriere tra mente e corpo; il suo essere, come le corde di un violino, risuonava in armonia con le vibrazioni della Natura.
Eppure, nulla potemmo contro lo stolto bigottismo: quando la internarono non potei che assistere, impotente, al suo progressivo spegnersi. Fino alla morte avvenuta un anno dopo.
Colei che mi aveva mostrato, durante i giorni di primavera, la bellezza nei petali di un fiore; l’anima gentile le cui mani avevano sfogliato, per me, le più belle pagine di scienza e letteratura, giaceva ormai sotto la terra consacrata del Trinity Church. Questo mi lasciò un vuoto incolmabile, che solo il tempo e l’aiuto dei parenti più stretti mi consentirono di superare. Trovai, infine, il conforto nei ricordi.
Ma non in tutti…
Ripensavo spesso alle visite in ospedale, dove incrociai coloro che avevano perso il dono della ragione. Eppure, già allora mi resi conto di come, al pari della mia povera madre, molti non avessero nulla a che fare con la pazzia: possedevano semmai un’indole diversa da quella comune o, nei casi più terribili, erano state vittima delle calunnie di anime malvagie.
-Edgar, non tornare più.
-Madre: come puoi chiederlo?
-Questo è il più orribile degli antri, dove l’umano diventa disumano.
Fu quell’esperienza drammatica che mi spinse a diventare psichiatra. Volli inconsciamente dedicarmi a salvare colei che mi aveva dato la vita, cercandola in un viso ogni volta diverso. L’impegno negli studi fu tale che i risultati conseguiti mi aprirono, giovanissimo, le porte dello Sheppard Asylum, celebre istituto per la cura dei disordini mentali. Un manicomio, senza troppi giri di parole… lo stesso dove la mia adorata madre si era spenta pochi anni prima.
Al destino non manca una buona dose d’ironia.
Accanto alla cura dei malati, ciò che più desideravo era salvare chi malato non era, coloro che venivano etichettati sulle cartelle come «non conformi». Ma nulla poteva infrangere il solido muro che una cultura bigotta, colpevole, aveva costruito perfino attorno ai membri dell’illustre ordine dei medici. Più volte dovetti desistere, intimorito dallo sguardo accusatorio del Prof. Oliver, direttore dello Sheppard. Il luminare di cui ero assistente.
Tutto cambiò quando conobbi Ophelia Wilson. Il suo caso mi fu assegnato dal professore in persona, con il compito di usare ogni mezzo per estirpare il male che la rendeva una scandalosa ninfomane.
Il portare lo stesso nome fu la prima di alcune evidenti somiglianze della donna con mia madre. Giovane di fine bellezza, aveva vissuto la tragedia delle tante costrette a sacrificare i sentimenti in favore degli interessi familiari. Sposata a un ricco possidente sulla soglia della vecchiaia, non tardò a innamorarsi di un trentenne scapestrato. Il balordo la trascinò in giri perversi e lei, per amore, si lasciò portare. Fu lo stesso marito a far scoppiare lo scandalo, che la famiglia di lei preferì soffocare facendola internare.
La donna, che dimostrava di possedere intelligenza e cultura fuori dal comune, iniziò presto a patire tutti i mali tipici di quelle maledette mura: crisi di pianto, sbalzi d’umore. Eppure, quando la incontravo ritrovavo in lei la stessa luce, quel diamante scintillante che brillava negli occhi di mia madre. Ma questo mi faceva rivivere lo stesso dramma, e alla fine cedetti… durante una visita, al riparo da sguardi indiscreti le presi improvvisamente la mano, sussurrandole:
-Ophelia, so che non siete pazza. Sono vostro amico: mia madre è morta qui, allo Sheppard.
Lei sembrò rinascere; io, m’innamorai follemente. I nostri divennero incontri clandestini camuffati da terapie. Con Ophelia riscoprii la mia natura, quella di colei che mi dette alla luce: ci donammo uno all’altra senza limiti, senza tabù. Ciò produsse un duplice effetto: lei sbocciò come il più bel fiore e io mi sentii libero, pronto ad affrontare una nuova vita, fatta di spirito e carne.
Per una volta, lo Sheppard aveva compiuto un vero miracolo.
Ma presto girarono voci, quelle di colleghi invidiosi e infermiere nelle cui vene scorreva una gelida linfa al posto del sangue. Oliver mi convocò:
-Per il tuo stesso bene, Edgar, non seguirai più il caso della Signora Wilson. Non dire nulla: tu sai.
Non dissi nulla. Sapevo.
Quel giorno stesso, Ophelia passò sotto le cure del dott. Jenkins. Un vero macellaio, con cui avevo avuto pesanti divergenze su terapie e metodi: ciò lo spinse a dimostrare, in quel frangente, di quanta malvagità era capace.
Dopo il terzo elettroshock, pratica da poco introdotta che avevo espressamente vietato nel caso specifico, Ophelia dette segni di cedimento. Le dosi elevate di farmaci potenti, gli stessi che io, pur prescrivendole, fingevo di somministrarle, fecero il resto. E il dramma si mostrò in tutta la sua crudeltà quando Susan, una delle poche anime buone che prestavano servizio in quell’inferno, mi consegnò di nascosto un biglietto di lei:
-Edgar, vi imploro: se davvero mi amate, donatemi la pace della morte.
Piansi lacrime amare leggendo quelle parole. Ma mi bastò una notte per comprendere come non vi fosse altra via di fuga dal male che dimora nel cuore dell’Uomo. L’indomani decisi di passare all’azione: mentre sostituivo, al riparo di una tendina, il preparato che sarebbe stato somministrato, pensavo senza sosta a mia madre, a ciò che aveva passato… non c’era altro modo per trovare il coraggio di andare fino in fondo. Prima che tutto accadesse chiesi a Susan, che tenni ignara del mio reale intento, di affiancarmi per non destare sospetti. Così, entrati nella stanza di Ophelia, mi accostai a lei. Aveva lo sguardo perso da qualche parte nella porzione di cielo che si scorgeva dalla finestrella, e sembrava non aver udito i nostri passi. Mi voltai con gli occhi gonfi di lacrime; Susan, commossa, uscì un istante:
-Ophelia… vi amo!
La baciai sulla bocca per l’ultima volta.
Lei fu la prima dei dodici decessi che si succedettero allo Sheppard nei due anni seguenti. Quell’esperienza mi aveva insegnato come chi ama possa trovarsi a dover dimostrare, nei casi estremi, un coraggio che sfida ogni legge. Mentre i pazienti realmente malati potevano beneficiare del bene dell’incoscienza, coloro che vagavano sani tra i folli erano condannati a qualcosa di molto peggiore della morte.
Fu il Bureau a incastrarmi, grazie a un’infiltrata che si finse infermiera: la mia perizia nell’uso di sostanze non rilevabili mi aveva salvato fino a quel giorno. Ma in fondo sapevo che, prima o poi, mi avrebbero scoperto.
Lascio questo mondo con la coscienza in pace, quella di un medico che, pur curando il corpo, non ha trascurato il male dell’anima.
Ora Voi sapete. Ora, giudicherete.
Serie: I racconti della Rue Morgue
- Episodio 1: Diamante
- Episodio 2: Il Club dell’Orrore
- Episodio 3: Ombra
- Episodio 4: Il gioco
- Episodio 5: La gola
- Episodio 6: Il Sogno
- Episodio 7: Sotto la vetta divina
- Episodio 8: Il gigante
- Episodio 9: Le notti di New Orleans
- Episodio 10: Un messaggio in una bottiglia
Bello, triste, potente. Ottimo lavoro Robért, ho ripensato alla vita dura di E.A.P, ai suoi amori perduti, alla sua Morella. Scritto bene e con un ritmo perfetto per consegnare al lettore tutte le informazioni e le emozioni. Ciao!
La tua è una presenza gradita qui, Cristiana. Non so chi più di te sia riuscita a conquistare un seguito tanto importante.
Le parole che mi rivolgi le percepisco come davvero sentite e questo è un bel modo di creare un legame a distanza, in un mondo in cui spesso è solo apparenza. Ecco, qui creiamo dei legami, autori autrici, lettori lettrici… sensazioni che fluttuano nell’aria.
Bello sapere che ti è piaciuta questa mia piccola storia.
Grazie.
Ciao Robért, hai dato vita a un progetto veramente interessante e accattivante, che sa di ‘antico’ e ha quel sapore buono di club di scrittura che farebbe tanto bene nei salotti e nella realtà. Benissimo anche che sia virtuale, l’importante è che questo genere di iniziative ci siano. Relativamente al primo episodio, da te scritto, posso solamente dire che è stato piacevolissimo leggerlo. Era un po’ come stare anche io a lume di candela, con la schiena piegata su un tavolino troppo basso. Concordo con @bassotti circa la precisione e l’ordine della tua scrittura, decisamente impeccabile. Ci sono poi tutti gli elementi della gothic novel inglese che ci fanno sentire quel buon brivido che corre lungo la schiena fra le atmosfere un po’ fumose e giallognole. I mie complimenti.
La tua è una presenza gradita qui, Cristiana. Non so chi più di te sia riuscita a conquistare un seguito tanto importante.
Le parole che mi rivolgi le percepisco come davvero sentite e questo è un bel modo di creare un legame a distanza, in un mondo in cui spesso è solo apparenza. Ecco, qui creiamo dei legami, autori autrici, lettori lettrici… sensazioni che fluttuano nell’aria.
Bello sapere che ti è piaciuta questa mia piccola storia.
Grazie.
Ciao Robèrt e complimenti per l’iniziativa. Ho letto e ho trovato il racconto preciso e ordinato, significa scritto senza nessuna fretta di arrivare, consentendo alla tua scrittura di rimanere dentro un binario di stile che ha tenuto dall’inizio alla fine del testo, permettendomi di rimanere a guardare i fatti di vita di Edgar e comprenderli fino in fondo. L’amore si può trovare ovunque, anche in luoghi dove quella che chiamiamo malvagità è un protocollo legittimato dalla società e dal contesto. In qualche modo ci salva e ci libera, pur nell’estremo atto della tua chiusura. E’ tener fede, nonostante tutto, al bene. Questa tua storia che, ribadisco, è retta e presentata col miglior biglietto da visita, cioè lo stile usato (adeguato per il genere) in alcuni punti l’ho trovata commovente, ma commovente non basta, perché resti occorre scriverla bene e tu lo hai fatto. Un saluto.
Chi mi legge sa quanto apprezzi Bettina. Ammiro il suo rigore e, piccola nota personale, la struttura così tipica del suo scrivere, edificata con maestrìa e pazienza per alzare o abbassare, accelerare o fermarsi del tutto. Scrittura come strumento, scrittura come parte dello stesso contenuto.
La sua presenza in questo primo testo che vuole celebrare il debutto della Rue Morgue ci onora.
Ti sono grato, Bettina, per queste belle parole. La mia, la nostra ricerca sulla strada del perfezionamento non si ferma mai: è importante trovare degli ottimi compagni di viaggio a cui volgere lo sguardo di tanto in tanto.
A presto.
Bello, davvero molto bello.
Leggo sempre con piacere queste storie, appartenenti a uno dei miei generi letterari preferiti.
Grazie, Giuseppe. Mi fa davvero piacere, sei il benvenuto se vuoi: ti basterà mandarmi un messaggio.
Un genere, come sai, impegnativo e proprio per questo appagante.
A presto!
@biro Sì certo, il diamante pazzo è il riferimento del testo. La mia boutade di inizio commento era un richiamare l’esclamazione presente nel pezzo di Zucchero, coincidenza vuole che si intitoli Diamante, che urla un ‘Ehi Francé” nel bel mezzo.
Finalmente riesco a vedere il gruppo. Avevo dimenticato di spuntare la casella “segui”. Il tuo stile Robert è molto elegante e la tua tecnica narravita molto ben controllata: non è mai troppo asciutta nè troppo lunga. Sai dosare bene i tempi, le descrizioni e gli accadimenti permettendo a noi lettori di mantenere alta l’attenzione. Il tema scelto è complesso, ho già letto gli altri commenti che hanno esplicitato i vari aspetti tematici della tua opera, quindi non mi ripeto, ma tu sei riuscito a esporre il tutto in modo significativo e con un ottimo colpo scenico all’inizio e alla fine del racconto, trovando una formula espressiva che rimarrà impressa nel lettore anche dopo la fine della lettura. Complimenti. Per questo gruppo è un inizio in grande stile.
Una grande soddisfazione per questo commento che, in poche righe, condensa tante indicazioni che riconosco tutte, segno evidente di una notevole sensibilità nella lettura. Ricevere note tanto positive da una ‘penna’ come te non è cosa da poco: credimi, lo dico al di fuori di ogni scontata risposta di cortesia.
C’è effettivamente, come rilevato da tutti, un affrontare anche qualcosa di attuale, ma l’intreccio sentimentale, emotivo, perfino dell’epoca rende il tutto un ensemble unico che non può essere separato in parti singole, come hai ottimamente intuito.
Il merito lo devo al gruppo Rue Morgue… credo ci sia stato quel surplus prezioso e raro nell’ispirazione, stimolato da una sorta di gratitudine verso coloro che come te, ho coinvolto in questa avventura. Chi, come te, ha risposto.
Grazie di cuore.
Sebbene sia evidente il riferimento a Poe ritengo che per il titolo, per il tema e per la canzone abbinata l’omaggio a Syd Barrett sia quasi altrettanto esplicito. Meno evidente è forse l’omaggio ai Beatles, fatto sapientemente en passant.
Francesca fa giustamente notare come il tema dell’eutanasia non sia affatto secondario nel racconto; il protagonista chiede egli stesso di giudicare. Sappiamo che l’argomento è di dibattito nell’attualità e la società si sta già confrontando. A mio parere i processi di secolarizzazione sono inevitabili, è sempre stato così. La narrazione mi ha comunque ricordato la storia di un “Dottor Morte” credo americano, del quale non ricordo quasi nulla, compreso il nome.
Sono andato a verificare l’esistenza di Trinity Church e dello Sheppard… Ormai me lo aspettavo.
Racconto pregevole, come sempre. In bocca al lupo alla crew.
Tra i riferimenti musicali vedremo in futuro anche Murders in the rue Morgue degli Iron Maiden? 😉
Ehi Francé! (Zucchero: Diamante) Mi dispiace che non sia il tuo genere perché tu avresti fatto faville tra noi. Ma la porta è aperta, anche per un passaggio radente.
Il tuo commento entra nel cuore delle cose, per non dire nel cuore del Sole ma sarebbe stato troppo floydiano. Complimenti per i riferimenti musicali, davvero.
Ci ho lavorato tanto sai, un po’ perché il racconto fosse un primo banner del gruppo, poi perché lo confesso, il primo amore non si scorda mai e imitare Poe, pur con tutti i miei limiti, mi “acchiappa” un casino.
Ma gli orrori a cui era soggetto chi in certe epoche finiva in posti del genere sono tremendamente reali.
Volendo, ci si potrebbe scrivere un’enciclopedia.
Sì, luoghi e area geografica ben centrata, avrei voluto retrodatarlo ma dovevo fare i conti con sedia elettrica ed elettroshock, il che mi ha fatto scivolare inevitabilmente in avanti.
Stanno per giungere nuovi testi e in futuro, chissà, nuove idee da un gruppo i cui membri sanno il fatto loro.
Ma dai, Zucchero? Ero convinto che fosse un riferimento al “diamante pazzo”.
Si, in effetti non è il mio genere, però sono un po’ stufo di quel mio filone e sto cercando alte strade. Chissà…
Che sapore persistente ha questo racconto, resta sul palato e non ti abbandona nonostante la deglutizione sia un ricordo lontano, lasciandoti impaziente di leggerne un altro dello stesso tenore.
Grazie Roberto. C’è l’ho messa tutta per onorare il varo di questo nuovo gruppo, i cui membri, ancorché pochi, sono di livello notevole. Se qualche volta ti andasse di tentare il genere, sei benvenuto!
Partenza col botto! Uno stile che riporta inequivocabilmente alle atmosfere di Poe (al di là dei rimandi anagrafici) non solo per l’eleganza del linguaggio, ma soprattutto per la finezza della materia trattata.
Caro Ndp, con te come con @gabriel-e_02 condividiamo questa nuova avventura. Il livello che hai sin dall’inizio dimostrato mi rende orgoglioso di questo tuo commento e, soprattutto, di fare parte di questa bellissima congrega. Abbiamo scelto Poe come immagine simbolo ma la qualità è già tale da poter pensare a un orizzonte vasto per la nostra base di ispirazione. L’amore per questo genere ci unisce in una missione che ha del mistico: ma no, non sto esagerando.
Avere questa tua lettura e l’ottima considerazione della materia trattata spinge me e noi Morghiani a proseguire su questa strada.
Ciao ❣️
Meraviglioso … la nascita di un “liberatore” di pene, ma al contempo un assassino.
Non vedo l’ora di leggere come continuerà questa serie, una cosa è certa il protagonista ha già lasciato il segno con il suo background.
❣️
Ciao Lola, fa sempre piacere averti tra le mie lettrici, ora posso dire le “nostre” lettrici perché, come vedi dal profilo, questa è la vetrina del neonato gruppo “Rue Morgue”. Siamo in sei per ora, purtroppo nessuna autrice tra noi ancora ma chissà che leggendo qualcuna tra le nostre eccellenti creatrici di storie non si faccia avanti.
Diciamocelo, un’opera celebre come Frankenstein non è forse scaturita da una mano femminile?
Questa prima serie avrà episodi legati per il genere, non nella trama perché vorrei prima consolidare il gruppo, ma in futuro potremo pensare di scrivere una serie corale. E non solo.
Grazie ancora.
Mi sono accostato a questo racconto con la fiera consapevolezza che non ne sarei uscito uguale a prima, e così è stato. Semplici complimenti non basterebbero. Se, come mi aspetto, il livello resterà lo stesso, siamo in presenza della nascita di un libro che verrà pubblicato.
I complimenti fanno sempre piacere, ma in questo caso hanno un sapore particolare perché, come fautore del neonato gruppo “Rue Morgue” la cui vetrina è rappresentata da questo profilo, mi sento di poterli già condividere con i cinque (speriamo presto molti di più) colleghi autori che hanno accettato entusiasti il mio invito. Sono ‘penne’ di rara bravura e non dubito che stupiranno me e tutti voi.
L’invito era rivolto, ovviamente, a un più grande numero di persone e lo rilancio qui, a chiunque sia appassionato di racconti horror, paura, trascendente e voglia partecipare. Basta contattarmi.
Ma sai che mi hai dato un’idea? Se il progetto prende piede, perché non proporre, un giorno, un’antologia di racconti del gruppo? Ci serve gente propositiva: a buon intenditor…
Come ha evidenziato @gabriel-e 02, ho cercato di dare il massimo spremendo fino all’ultima goccia le mie modeste capacità per onorare questo gruppo: in fin dei conti sono io ad aver coinvolto altri. Ed è fuori discussione, questo è un omaggio ad Edgar Allan Poe, mio mentore, faro guida, maestro, creatore di racconti meravigliosi. Nonché immagine simbolo del gruppo; gruppo che però, garantisco, allargherà la propria base d’ispirazione traendo da geni della letteratura come Lovecraft, Stevenson, Shelley, Maupassant, Goethe… Stephen King.
Che il protagonista si chiami Edgar Allen e sia nato a Boston è un marchio a fuoco.
Non ti nascondo che la trama mi ha impegnato a fondo. Ho scelto una zona geografica, alcuni celebri nosocomi dell’epoca, l’epoca, e messo a sistema con la data di introduzione dell’elettroschock (scoprendo peraltro che è stata un’invenzione italiana) e della sedia elettrica. I nomi richiamano prigioni esistenti o ospedali storici, per non dire del cimitero. Impressionante poi leggere i trattamenti che riservavano ai malati mentali, o anche solo ai ‘non conformi’. Raccapricciante.
Grazie Giancarlo, scusami della lunga risposta ma era l’occasione buona per allargare il discorso.
Quale miglior modo di dare inizio al progetto se non con un simile racconto? Sospeso tra amore e morte, questo testo apre le danze rendendo omaggio a E.A. Poe sia nella forma (il nome del narratore ne è un chiaro riferimento) sia nel contenuto. Il vedere in altri gli occhi e l’essenza della persona amata, ormai defunta, è una tematica caratteristica del grande autore di Boston, e qui è resa con un’efficacia tale che mi rimanda ad uno dei suoi testi più apprezzati e riusciti: Ligeia. Che dire poi della graduale “trasformazione” del personaggio protagonista in un artefice di azioni poco ortodosse che lo condurranno alla forca, che possiamo trovare in celebri opere come “il gatto nero”. E le descrizioni “dualistiche”, per così dire come la intendo io, che riportano eventi di natura sgradita pur con una eleganza come a restituire ed evidenziare l’indissolubile legame fra Eros e Thanatos, ancora una volta un tema in qualche modo anticipato da Poe in “il genio della perversione” e altri.
Insomma, complimenti a Robért, che ha avuto il coraggio e la perseveranza di mandare avanti questo piccolo progetto che, sono sicuro, vedrà una crescita, e di inaugurare il tutto con una storia all’altezza, degna dello scopo stabilito.
Devi ringraziare Gabriele per più di una cosa.
Innanzitutto per avermi dato una mano a far partire il Gruppo “Rue Morgue”, aperto a tutti gli appassionati del genere che ne faranno richiesta (basta un messaggio al sottoscritto).
Poi per questo commento articolato che ho letto con un piacere davvero particolare, ricordando gli splendidi racconti dell’autore d’oltreoceano.
Che Gabriele Pagani fosse un vero discepolo di Poe l’ho sempre saputo. Ultimamente, ha voluto personalizzare il proprio stile e questo è un altro step fondamentale per ogni autore. Sono onorato di averlo come membro del nostro gruppo.
Gabriele, abbiamo il Maestro nel sangue, e tornerà a farci visita, nei momenti più solitari, regalandoci quel suo impareggiabile stile, la cui eleganza non smetterà mai d’incantare.
Grazie Francesca.
Questo è il primo racconto ideato per un piccolo progetto che ho lanciato ieri, grazie alla fiducia e collaborazione accordatami dallo Staff che ringrazio pubblicamente. Noterai che c’è un nuovo gruppo, Rue Morgue, dedicato alla narrativa horror/paura/trascendente. Il progetto prevede serie di racconti sulla scia di questo genere, anche con scrittura corale e perché no, iniziative ‘interne’ che partiranno in seguito se avremo successo.
Il tutto, ovviamente, nel solco della policy di Edizioni Open.
Questo testo di apertura non poteva che essere il mio: come hai intuito tu, non proprio una storia scontata. Ci sono elementi purtroppo reali, come alcuni nomi di siti, o la definizione “non conformi”, proprio quella che veniva allora trascritta nelle cartelle cliniche. Ho effettuato, per scrivere questa piccola trama, una ricerca sulla storia del trattamento delle malattie mentali e, ancorché ridotto, mi è bastato per comprendere come l’orrore non sia solo nei libri del genere.
“Ora Voi sapete. Ora, giudicherete”: desituare storicamente una tematica attuale come quella dell’eutanasia è una tattica che può essere utile a stabilire una distanza critica nel giudizio. Resta comunque un compito arduo quello di esprimere valutazioni etiche su un problema del genere.
Devo anche dire che lo stile, pacato e impeccabile sul piano formale, e opportunamente “invecchiato” per rispettare l’ambientazione, rende molto interessante e piacevole questo tuo testo. E ho anche apprezzato l’idea di chiamare Ophelia il tuo personaggio per l’ovvio riferimento al noto episodio letterario di follia come grado estremo della sofferenza morale.