Dimmi qualcosa che non so

Quando ci concedevamo un attimo di tregua dalla vita fuggivamo e finivamo sempre ad appollaiarci su due sgabelli scheggiati. Il bar sulla tangenziale est era un parallelepipedo di cemento con un buco per porta e due buchi laterali per finestre. In qualsiasi stagione la porta a vetri intelaiata di alluminio rimaneva aperta e tremolava di una tenda a frange di plastica. Era stata messa lì in un passato indefinito forse con l’intento di dissuadere le mosche a disturbare i clienti. Le mosche entravano lo stesso ma in compenso, anche quando non tirava un filo di vento, le frange si muovevano e, sbattendo l’una contro l’altra, provocavano un ticchettio ritmico, come d’orologio.

«Che cazzo ci troverai in un posto così» mi aveva chiesto la prima volta che ci eravamo andati, ma sapevo che ci avrebbe preso il vizio dell’abitudine. Tutti hanno il vizio dell’abitudine.

Il nostro capannone era a circa un chilometro di distanza ma noi riuscivamo a sentire il ronzio dei macchinari in funzione anche da lì. O forse eravamo noi a sentirlo. Ce lo portavamo incrostato nelle orecchie e ci faceva compagnia soprattutto nelle notti insonni.

Faceva freddo quella mattina di febbraio. Non restava che sedersi e tenere cappotto e cappello se non si voleva prendere una polmonite. Il termosifone era spento. Una donna era entrata trascinando svogliatamente un carrellino della spesa. Le rotelline facevano un cigolio lamentoso e lei aveva usato le sue ultime energie proprio per avvicinarsi al termosifone e toccarlo. Era gelato, come al solito. Non le rimaneva che accasciarsi sulla sediolina squallida e tenere su cappotto e cappello, come tutti gli altri.

«Dai, non mi vorrai mica parlare anche qui della linea tre che va in malora!» mi aveva detto mentre sorseggiava la sua bionda preferita.

La signora del termosifone ci guardò di traverso perché quelle parole avevano interrotto il silenzio e il vuoto dei suoi pensieri.

«Piuttosto… Dimmi qualcosa che non so.»

Avevo percepito la mia bocca aprirsi in un secco “Ah.” di stupore che mi era rimasto strozzato in gola. Poi guardai in su come ad inseguire un pensiero e accettai la sfida. In fondo aveva ragione. Potevamo anche evitare che il lavoro inquinasse la nostra amicizia. Si può lavorare insieme e non parlare di lavoro; si può portare avanti un’amicizia mentre ci si pugnala a vicenda per conservare il proprio posto di lavoro. Potevamo andare oltre le macchie d ́olio che ungevano le nostre divise e provare a costruire una qualche “eredità d’affetti” per dirla come Foscolo.

«In che senso qualcosa che non sai? » chiesi per prendere un po’ di tempo.

«Nel senso che vuoi tu» rispose.

La signora fece un grugnito fioco, un incoraggiamento a me o forse un segnale concordato da tempo con il barista per ordinare un po’ di inchiostro al caffè. Il ragazzo scongelatosi in quel momento dalla postura eretta che teneva sempre dietro al bancone, cominciò a sferragliare con la macchina da espresso. Tutto quel clangore coprì il ritmo della tenda e le mosche sul soffitto sembravano ronzare in silenzio.

Provavo ad affrontare la sfida che mi aveva proposto e a pensare a qualcosa che avrebbe potuto non sapere. Avrei davvero voluto conoscere un milione di cose interessanti da dire per evitare quell’imbarazzo. Ma probabilmente non aveva intenzione di sapere cose che chiunque avrebbe potuto trovare in qualsiasi libro di una qualsiasi biblioteca.

«Allora se lo vuoi proprio sapere» dissi «tutti si immaginano la vita come una linea orizzontale più o meno tortuosa che alla fine finisce in un punto, o in un abisso, chiamalo come vuoi. Io invece immagino che ogni giorno sia come un tappeto, più o meno morbido, più o meno colorato, che si sovrappone a quello precedente. A poco a poco ci allontaniamo dalla terra e…»

«No, aspetta, aspetta… » mi interruppe «credi che un qualche dio ci accolga in cielo fra angeli osannanti?»

«No, credo che ogni giorno che passa ci dia la possibilità di prendere le distanze dalla materia e di capire come stiano veramente le cose» risposi, secco.

«E come starebbero veramente le cose? Avanti, sentiamo.»

Nel bar era ritornato il silenzio interrotto solo dal ticchettio della tenda. La signora frugava nel carrello della spesa facendo attenzione a non rompere qualcosa o forse a non far troppo rumore.

Avevo le spalle al muro ormai. Non potevo più tirarmi indietro.

«Dunque» continuai «in effetti il casino è proprio tutto lì. Che se le cose stanno in noi, allora ci dominano. Ma se riusciamo, con tanto esercizio, a stare noi dentro le cose, possiamo uscirne quando vogliamo.»

«E tu quale esercizio proponi di fare?» mi chiese con un’aria ironica di sfida.

«Io, per esempio, scrivo poesie.»

«Ah! Questa proprio non me l’aspettavo? E da quand’è che scriveresti poesie? No, aspetta, non mi interessa. Dimmi, dai, dimmi una tua poesia! L’ultima che hai scritto.»

A questo punto la signora non faceva più neanche finta di frugare nella borsa, mi fissava in attesa della mia versione di verità che magari avrebbe dato un senso a tutto quel suo girovagare di giorno in giorno trascinando un carrello della spesa da un punto all’altro di una tangenziale dove non c’è ombra di un supermercato per chilometri e chilometri.

Presi un rettangolo di pseudocarta dal portatovaglioli marrone anch’esso a forma di parallelepipedo e scrissi con la mia matita:

Oblio del mondo

oblio dal mondo.

Nei botri

sulle creste

di cirri incipriate

dei monti

residua

ignota

remota

sarei

Neve.

Prese il tovagliolo diafano fra le dita e lo lesse dopo aver sistemato gli occhiali sul naso. Teneva il mento un po’ sollevato perché erano bifocali e questo contribuiva a dare a quella lettura una certa aria di solennità.

«Non si può nemmeno leggere ad alta voce.» disse dopo aver appallottolato la carta «È proprio brutta.»

La sirena del nuovo turno che cominciava annullò il presente e ci richiamò all’imminente futuro in catena di montaggio. Noi, ingranaggi di carne e ossa in mezzo a ingranaggi metallici. Quando uscii, prima di svoltare, buttai un’ultima occhiata alla signora.

S’era tolta il cappello e il cappotto.

Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. L’immagine che hai scelto mi ha ricordato i quadri di Hopper. Ho letto accompagnata da quel senso di solitudine e straniamento. La signora che si aggira col carrello, il tentativo di dare un senso alle cose, la poesia, la sirena che ti richiama al turno di lavoro…hai riportato in modo semplice ed essenziale cio che semplice non è. Davvero bravo. Scrivi davvero bene.

  2. Davvero molto bello.
    Mi è piaciuta molto la morale intrinseca del racconto, se così la si possa definire, che il protagonista stesso spiega nel parlare con la signora.
    Una lettura piacevolissima e scorrevole, grazie ad uno stile pulito e semplice.
    Bravo, davvero!

  3. “Io invece immagino che ogni giorno sia come un tappeto, più o meno morbido, più o meno colorato, che si sovrappone a quello precedente.”
    Questo passaggio mi è estremamente piaciuto.