Diverso è uguale
Francesco amava le sequenze.
Per lui, il mondo era un insieme di schemi: il ticchettio dell’orologio, il modo in cui la luce filtrava in cucina alle 16:00, mentre puliva le teglie per la pizza, la consistenza ruvida della sua coperta preferita. L’imprevedibilità degli altri lo spaventava, ma con Sara era diverso.
Sara non era un “imprevisto”. Era la ragazza dell’accoglienza, una presenza costante, che profumava di balsamo alla mela. Quando lei gli si avvicinava, Francesco sentiva che il caos della sua mente si placava. Non c’erano doppi sensi con Sara; se lei sorrideva, coi suoi occhi mandorlati – non per etnia ma per sindrome, era perché il mondo in quel momento le piaceva davvero.
Si erano conosciuti alla cooperativa sociale “Diverso è uguale”, dove lui – grazie alla sua metodicità – lavorava in cucina, come pizzaiolo, mentre lei, più spigliata e comunicativa, era al desk dell’accoglienza. Sara adorava quel ragazzone alto e silenzioso con la fronte sproporzionata. Ogni tanto lasciava la reception e si affacciava in cucina, e lo osservava di nascosto mentre lui, tutto compreso nel suo lavoro, metteva in ordine decrescente le teglie, bisbigliando a sé stesso: «Una, due, tre…» come ad inseguire un ordine che gli sfuggiva.
Un giorno Francesco, aiutato da Flavio, il direttore della cooperativa, le preparò una pizza a forma di cuore. «Francesco,» aveva scandito Flavio cercando il contatto visivo, così difficile per il ragazzo, «adesso vai di là e la dài a Sara.» Francesco sfornò la pizza, poi rigido come un baccalà si diresse verso il desk: «Sa-Sara, que-questa è per t-te», fuggendo subito dopo sopraffatto dall’emozione. Per Sara quel dono equivalse ai gioielli della corona. Nessuno mai si era spinto a tanto con lei. Sì, certo, c’era Alfredo, l’altro ragazzo con la sindrome di Down, che quando la vedeva arrivare le faceva gli occhi dolci. Ma quello era un dongiovanni che ci provava con tutte, perfino con Ottavia, la psicologa del centro! Poi a lei piaceva Francesco, perché era alto e gentile, perché aveva quella fronte spaziosa, e perché faceva le pizze a forma di cuore. Alfredo mica era capace.
Il giorno che successe l’amore, tutta la cooperativa era fuori per il mercatino della solidarietà del venerdì. Erano partiti tutti la mattina presto col furgoncino, quello giallo con i fiorellini e la scritta “Diverso è uguale”. Le famiglie avevano lasciato i loro ragazzi speciali nelle mani di Flavio che per l’occasione faceva anche da autista. In cooperativa erano rimasti solo Sara, sempre pronta in reception, Ottavia la psicologa a sovrintendere, e Francesco in cucina a preparare le polpette con Glauco, il cuoco della cooperativa.
«Franci, io vado un attimo a portare il caffè a Ottavia. Tu continua a fare le polpette. Hai capito?» aveva detto a un certo punto Glauco, asciugandosi le mani.
Francesco aveva annuito con un mugugno, continuando a lavorare.
Sara vide il cuoco dirigersi col vassoio del caffè verso l’ufficio di Ottavia. Si salutarono. Quando Glauco scomparve, lei mise in ordine le penne sul bancone e sgattaiolò in cucina.
Francesco stava battagliando col macinato, quando i suoi sensi allertati avvertirono una presenza sulla porta. Vide Sara che lo fissava, e arrossì distogliendo lo sguardo, come faceva sempre, anche quando non c’era da arrossire.
Poi Sara si avvicinò lentamente. Lei capiva le pause di Francesco. Sapeva che lui aveva bisogno di tempo per elaborare ogni nuovo centimetro di pelle condivisa. «Ti piace?» sussurrò lei, posandogli una mano sulla guancia. Francesco chiuse gli occhi, concentrandosi sulla temperatura della mano di lei. Gli ricordò quando la mamma gli prendeva la temperatura per sapere se avesse la febbre.
«Ahhh sì. È… 24 gradi. Calda. Buona.»
Non ci furono movimenti frenetici. Fu tutta un’esplorazione fatta di dettagli. Sara guidava Francesco con una pazienza infinita, trasformando l’atto in una danza lenta. Adesso i due corpi erano avvinghiati. Sara si stava strusciando come una gatta sul corpo dinoccolato e impacciato di Francesco. Il respiro iniziò a farsi pesante. Un corpo estraneo, sotto il grembiule, prese vita per conto suo, tendendo. Lui lo sapeva, perché questo gli era già successo più volte, a casa. E mamma si arrabbiava sempre molto quando lo vedeva, si metteva a strillare. Invece Sara si staccò solo un poco, e lo guardò in faccia. Ma non era arrabbiata, anzi: Sara sorrideva. E quando Sara sorrideva era più bello di quando suo fratello Giulio lo portava allo stadio a vedere la Roma. Quando Sara sorrideva, lui sentiva la stanza girare ma non come quando urlava e poi venivano gli assistenti a bloccarlo contro il muro e a dirgli «Francesco basta!» I due ragazzi si baciarono. E basta. Non successe altro. Non sapevano che altro fare.
Francesco iniziò a giocherellare con una ciocca di capelli di Sara, contandoli mentalmente. Sara gli si accoccolò contro il petto, ascoltando quel motore interno che girava come una palla di biliardino.
«Mi hai sporcato i capelli con la carne» disse Sara mettendosi la mano sulla bocca.
Francesco si scusò ma capiva che Sara stava giocando.
Da fuori i due sentirono Glauco salutare Ottavia.
Il tempo a loro disposizione era terminato.
Si staccarono. Francesco si rimise ad appallottolare le polpette.
Sara si aggiustò la gonna: «Come sto?»
«Ahhh bene. Stai bene tu,» disse Francesco sorridendo.
«Ora vado,» disse Sara lanciando un’occhiata alla porta. «A venerdì?»
«Venerdì è dopo giovedì. Ahhh, sì. Venerdì,» rispose Francesco un po’ confuso.
«Venerdì lo rifacciamo!» disse Sara ridendo.
E poi corse via, incrociando Glauco che rientrava in cucina col vassoio sottobraccio.
«Franci, ma ‘ste polpette?»
Francesco non lo guardò.
Si strusciò un po’ di carne via dal grembiule e poi ripeté:
«Venerdì.»
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Un racconto dolcissimo finito troppo presto. Bravissimo Simone!
Un amore tenero e sensuale raccontato con grande dolcezza e maestria. La diversità non è nel loro cromosoma in più, è nel nostro modo di pensare che non concepisce l’amore in forme diverse. Sarà che hai una marcia in più nel descriverlo, Sara, Francesco ed io te ne siamo grati.
Ciao Simone!
Un racconto meraviglioso, dolcissimo, pulito. Di diverso c’è solo il punto di vista, il cuore batte comunque. Grande Simone!
Ciao Giacomina, grazie tanto per l’apprezzamento. Grande tu. Un caro saluto.
Ciao Simone, mi è piaciuta soprattutto la delicatezza con cui viene raccontato il rapporto tra Francesco e Sara: c’è tenerezza, rispetto e anche un po’ di ironia. Funzionano molto bene i dettagli del modo di pensare di Francesco e il finale semplice, con quella parola ripetuta – “Venerdì” – che resta addosso.
Ciao Daniele, sapere che quella parola ti è “rimasta addosso” è il complimento più bello per chi scrive.
Grazie!
Bravo! Diverso da cosa poi, sarebbe da chiedersi…
Già. Mi verrebbe da dire: diverso dalla generale ignoranza…
Mi ha dato un sorriso caldo e un nodo insieme: Francesco che cerca sicurezza nel “contare” e Sara che lo accompagna senza fretta, senza mettergli addosso niente. E quel finale mi è sembrato proprio il modo in cui nasce una promessa quando non hai le frasi giuste.
Notevole, Lino: quando non hai le frasi giuste. Molto vero. Grazie!