Dogmi e magliette

Serie: Tutto in una sera


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La ricerca di un poco di frescura ci ha portati all’interno di nuova chiesa, con i suoi riti e un frate molto particolare

Si rivolge al ragazzo e senza mai degnare di uno sguardo la ragazza la indica più volte con il bastone, evidentemente giudica la giovane non degna di interloquire con lui oppure incapace di intendere e chissà forse fonte di peccato in quanto donna. I due giovani si guardano sorpresi e increduli, hanno come un motto di ilarità subito mascherato da una espressione contrita e rassegnata.

Credo stia dicendo al ragazzo di portarla fuori poiché con il bastone indica più volte il portale di ingresso. Lei, visibilmente a disagio, ancora seduta davanti alla contorta imponenza del monaco, ha come un improvviso motto di ribellione e si alza lentamente come a radunare le forze. Nel sollevarsi dalla panca è costretta a portare leggermente il busto in avanti dando così modo alla scollatura di mostrare un po’ più di femminilità allo sguardo torvo del religioso che dall’alto ha iniziato a misurarla con la coda nascosta del suo occhio.

È stato un attimo e come un magnete con la segatura di ferro, quei freschi e setati colli, quella valle che si perde all’ombra delle pieghe interne della maglietta, catturano lo sguardo e i pensieri nascosti del religioso. Resta lì, imbambolato a guardarle il seno, con gli occhi sbarrati e il ricordo delle sue voglie giovanili che si fanno gioco dei suoi dogmi e delle sue certezze. Potenza della gioventù.

Crediamo con le nostre convinzioni, ancor più, quando c’è, con il nostro fanatismo, di poter controllare e decidere solo secondo il nostro criterio. Invece, la nostra natura umana si fa beffe di noi ricordandoci che passioni e istinti non hanno schemi o regole definiti. Forse è per questo che la Chiesa ha tanto osteggiato la donna cercando di imbrigliare il senso di libertà e istintiva passione da esse rappresentato.

Per secoli, l’uomo ha agito in maniera schematica, si è dato delle regole ferree, dei dogmi per utilizzare al meglio, anzi sarebbe più corretto dire secondo i propri interessi, la sua caratteristica maggiore; la forza. Quest’ultima è coercizione, imposizione, azione che rifugge da libertà e passione che invece sono tipiche di chi non fonda la sua vita sulla fisicità.

Il libero pensiero, il dubbio, le emozioni e la passione incutono paura, è difficile controllarle, minano le imposizioni e mostrano alla forza le sue debolezze. Tanti uomini, liberi pensatori, sono stati ridotti al silenzio da chi ha detenuto il potere e su quest’aspetto stendiamo un velo pietoso sui nostri giorni. Nei confronti delle donne che non potevano contare neppure su un minimo di forza di forza fisica è stato facile ridurle a uno stato di sudditanza nei confronti del potere maschile.

La libertà, l’estro e le emozioni vanno asservite, controllate e condotte all’obbedienza. E cosa c’è di meglio che associare al pericolo il peccato? Ahi, donna peccatrice e tentatrice, che sconvolgi la purezza degli uomini. È vero che son passati sedici secoli da quando sant’Agostino si domandava se le donne avessero un’anima o perlomeno se fosse dello stesso tipo di quella degli uomini, ma è anche vero che son passati solo pochi anni da quando è stato riconosciuto a esse il diritto di voto, di dire la loro opinione. Mi sa però che ci sia ancora molto da fare perché l’ottusità del potere e della prevaricazione abbiano le armi spuntate.

Teresa mi riporta alla realtà ricordandomi che dobbiamo andare, tra poco passerà il bus che ci riporterà ad Abano Terme. Ancora una volta una donna mi riporta all’ordine e alle certezze, comincio a essere confuso.

Lasciamo lì il monaco che ancora abbagliato si interroga sulla lotta tra la fede senile e il seno rigoglioso della ragazza e usciamo alla luce e al caldo opprimente.

Arriviamo alla fermata del bus, dieci minuti ad arrostirci al sole, poi giunge il mezzo che con il suo carico di umanità ci accoglie con la convalidatrice dei biglietti difettosa e la deliziosa frescura dell’aria condizionata. Tutti i problemi appaiono ora secondari, il dover ripassare più volte i nostri biglietti, il callo al piede che mi ricorda continuamente che non devo ciondolarmi mentre cammino e l’inutile e pesante zainetto che è stato riempito di bottigliette d’acqua come se avessimo dovuto attraversare il Sahara.

Rilassato ho la possibilità di osservare meglio il paesaggio. Tra Padova e Abano ci sono solo circa dieci chilometri e diversi centri abitati si affacciano lungo la strada. Sono quasi tutte case recenti di due o tre piani, gli unici e rari edifici che mostrano i segni del tempo sono le vecchie masserie, oramai abbandonate, che un tempo davano vita a questa pianura, bassa, acquitrinosa e povera.

Fino agli anni cinquanta e forse anche per la prima parte del decennio successivo, questa è stata la terra della povertà, della pellagra, della malaria, dello sfruttamento delle masse contadine da parte dei signorotti locali e della fatica irredimibile. Terra di emigranti con le pezze nei pantaloni passati di padre in figlio, con quei miseri stracci che potevano portare con sé dentro la valigia legata con lo spago impeciato, lo stesso che legava le suole delle loro grosse scarpe. Lo spago doveva essere resistente per proteggere i ricordi e i sogni chiusi in quelle valige sbilenche di cartone marrone e ciò che era meno importante veniva posto nei cestini di giunco avvolti nelle tovaglie di tela coi ricami a nascondere i troppi rammendi del tessuto consunto e in cima, un nodo grande e stretto come quello che avevano in gola quando lasciavano alle spalle le loro abitazioni condivise con qualche animale e con la fame.

Continua...

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