
DØGNVILL
Nostra figlia morì in luglio, il giorno del suo terzo compleanno.
Ci lasciò nel mese della luna, l’astro che le aveva dato il nome.
Per due lunghi anni vissi assecondando lo spietato gioco del senso di colpa: io guidavo l’auto; io mi ero lanciato in quell’avventato sorpasso.
Dal canto suo, Patrizia non fu da meno: sua era stata l’idea di portare la piccola Luna con noi; sua era la disgraziata abitudine di tenerla sempre in grembo durante i nostri brevi viaggi.
Solo in seguito sarebbe venuto il momento di fare i conti con le responsabilità, il temuto istante in cui ciascuno di noi avrebbe rabbiosamente vomitato addosso all’altro la propria discolpa.
Fu così che ebbe inizio la crisi del nostro matrimonio, tanto che qualcuno ci consigliò inutilmente di andare in analisi.
Non saprei dire la causa del bizzarro fenomeno che riportò Luna tra di noi.
Certo si sarebbe potuto attribuire a una qualche sconosciuta forma di pazzia, una psicosi che non si sarebbe tardato a definire collettiva. La cosiddetta “follia a due”.
Tutto iniziò il mese scorso, di domenica, quando in pieno giorno Patrizia si bloccò di fronte alla finestra.
Non aveva mai visto una luna così.
In principio non le feci caso, assuefatto com’ero, ormai, alla sua feroce arte dell’indifferenza.
Poi però il suo sconcerto mi costrinse ad accantonare il nostro silenzioso duello.
Le domandai se si sentisse bene.
La schiena curva di Patrizia persisteva nella sua immobilità mentre nel pugno alzato stringeva la tenda scostata, la nuca adiposa comprimeva un rullo di grasso ammassato sotto all’attaccatura dei corti capelli, il capo inclinato contro al raggio di sole proiettava la lunga ombra sul pavimento.
La sua sagoma sformata e negletta scintillava rapita dentro alla polverosa luce del mezzogiorno.
Mia moglie non era mai stata una bella donna.
Nemmeno io ero mai stato un bell’uomo.
Ecco perché ci eravamo amati: per solidarietà.
«Non ho mai visto una luna così» ripeté attonita.
Per accostarmi a Patrizia dovetti ripararmi dal sole di luglio che strinava le case, cuoceva l’asfalto là fuori facendo vibrare l’aria, ondulando i profili e arroventando le carrozzerie dei pochi veicoli rimasti in città per le vacanze estive.
D’istinto mi venne da coprirle gli occhi, per evitare che si accecasse a forza di fissare quel bagliore.
Le nascosi il viso e lei non reagì.
Temetti che la sua vista si fosse già guastata.
Impassibile, mi domandò il motivo per cui le stessi impedendo di ammirare una notte tanto strana.
Una notte in pieno giorno.
Quel pomeriggio il medico non riscontrò nulla di anomalo in mia moglie, tranne quell’assurda convinzione di aver scambiato la luna per il sole.
Non la notte per il giorno, bensì un corpo celeste per l’altro.
Patrizia infatti distingueva chiaramente la tonalità del cielo diurno da quella del cielo notturno.
Nella settimana seguente riuscii a delineare meglio la natura del problema: il nostro satellite, ai suoi occhi, sembrava aver definitivamente rimpiazzato il sole, mentre a scandire le parti del giorno, come una scenografia modulabile, restava soltanto il cielo. Nero di notte e azzurro di giorno.
Col tempo, consultammo parecchi specialisti, finendo per avere sempre la stessa diagnosi: una bizzarra psicosi dovuta alla perdita di nostra figlia; un morbo che sembrava aver tolto definitivamente il sole dalla vita di Patrizia.
Una sera le chiesi perdono: il suo male era la dimostrazione che, fra noi due, lei era quella più legata alla nostra bambina.
Subito però mi contraddisse: il suo male era una punizione, a riprova della sua colpevolezza per la morte di Luna.
Parlammo a lungo, fino a notte fonda.
Parlammo così tanto da riempire due anni di silenzi.
Poi Patrizia crollò addormentata sul letto, quel letto che da più di un anno non avevamo più il coraggio di condividere.
Fu allora che vidi il bagliore entrare dalla finestra.
La stessa cascata di luce che investì Patrizia il giorno delle sue prime visioni, quando il sole di luglio scorticava i tetti della città.
Scostai la tenda e fui costretto a ripararmi gli occhi: al centro di un cielo nero e puntellato di stelle risplendeva il globo incandescente di un sole impossibile.
Pareva che fosse lì solo per me, incapace di illuminare nient’altro che il mio sguardo.
Un astro fantasma che galleggiava sulla città dormiente.
E niente più luna.
Sarebbe stato quello il mio destino?
La visione perenne di ciò che a Patrizia era ormai negato?
Non seppi se spaventarmi o sentirmi sollevato al pensiero di condividere questa follia con mia moglie.
D’un tratto mi accorsi stupidamente di stare immaginando cosa avrebbe pensato Patrizia nel vedermi così: imbambolato davanti alla finestra.
Forse si sarebbe accorta di quanto io fossi brutto e squallido.
Forse avrebbe capito di non essermi da meno.
Comunque fosse, però, una cosa avrebbe detto di certo: “Nostra figlia, sono sicura, resterà sempre bellissima”.
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Mi complimento per la scelta delle copertine che sto notando spesso essere molto azzeccate. Riguardo al racconto invece, in due parole lo definirei originale e poetico. Ci si potrebbe scervellare per ore sul significato metaforico delle visioni di lui e di lei, come mi sembra abbia tentato di fare @biro. Resta il fatto che i tuoi racconti mi stanno piacendo, e li ringrazio per aiutarmi a tenermi compagnia mentre sono chiuso in casa con febbre e raffreddore XD
Grazie ancora, Gabriele, per aver scelto i miei racconti ad accompagnarti nella convalescenza! Figurati che a volte scrivo solo per trovare una storia alla copertina 🙂 Mi diverte far creare immagini all’intelligenza artificiale, e spesso mi da spunti per i racconti. Grazie ancora per le belle parole, e ti auguro una buona guarigione!
“Nostra figlia morì in luglio, il giorno del suo terzo compleanno.Ci lasciò nel mese della luna, l’astro che le aveva dato il nome.”
Che maniera originale per dire che aveva tre anni e si chiamava Luna, davvero, soprattutto laddove molti avrebbero dato queste due informazioni in modo secco e diretto
Così ci fai scervellare!
Mi sembra che la metafora sia la diversa percezione di ciò che è un figlio per i propri genitori. Il sole come fonte di calore, di luce, di vita. Patrizia ha perduto il suo astro, almeno così mi sembra. E lui? La luna riflette la luce del sole e lui non la vede più, non c’è più nulla a cui dare luce. Quel sole notturno mi esprime una tremenda solitudine.
Lui è anche la voce narrante, che non hai affidato a una terza persona e credo che non sia un caso. Il fenomeno (o follia) sembra collegato alla morte nel giorno del compleanno, altrimenti non mi spiegherai la scelta della coincidenza.
Insomma, ci ho provato. Scusa se ho fatto cilecca 🙂 Bel lavoro, scritto bene.
Grazie del commento. In realtà non mi sono soffermato a ragionare sulle simbologie del racconto (anche se sono perfettamente conscio del fatto che tutto ciò abbia un significato). L’ho scritto quasi per canalizzazione, mettendo “su carta” un’immagine che mi si è affacciata alla mente (una coppia che vive sempre in due differenti parti della giornata). L’analisi è molto interessante, la coincidenza è data dal fatto che l’ho scritta nel giorno del mio compleanno, credo che sia lo stesso motivo per cui ho scelto di far coincidere la voce del padre con la mia: per proiettare diverse parti di me all’interno del racconto, distaccandomi da quell’elemento che ho voluto far morire (il me del passato?). Anche la moglie deve avere un significato, forse è la parte femminile di me con cui non riesco a entrare in comunicazione. Come vedi, anche io non mi ci raccapezzo 🙂
Il tuo racconto mi ha molto colpita nella sua originalità. Lo scambio degli astri nel cielo è un artificio che non avevo letto finora e dietro esso metafore e significati che mi si arrovellano in testa. La tristezza del lutto l’hai resa visibile attraverso l’immagine di corpi in decadenza. La speranza? Forse c’è nella finale condivisione di quel letto e di tutte le parole che finalmente escono fuori, ma io non la sento, la percepisco ancora lontana. Sento invece forte il significato dell’ultima tua frase che mi commuove. Splendido racconto.
Grazie mille del commento. In effetti la speranza non è contemplata in questo racconto (ahimè, non lo è quasi mai nelle cose che scrivo) quanto piuttosto l’illusione della speranza, che di per sé rende tutto più malinconico, perché amplifica – anche se lo edulcora – il vuoto lasciato dalla sua assenza. Grazie ancora del bellissimo commento.
Una storia triste e gioiosa, di dolore e speranza; toccante e coinvolgente. In parte surreale, come un bel sogno confortante. Uno stile di scrittura – piu` che scorrevole o impeccabile – direi, a parer mio, magistrale. Leggero` i prossimi: avro` da imparare.
Grazie mille del commento a dir poco lusinghiero. Chi ha tutto da imparare, qui, sono io. Ancora infinite grazie.