Dolore

Serie: Credo.


Bene e Robi

Robi straparla sotto quella tettoia.  Siamo troppo vicini e riesco a sentire il profumo del suo giubbino di pelle, odore di sigaretta e menta. Lo scroscio della pioggia sul vetro mi rilassa. Vorrei colmare quella breve distanza farmi stringere dalle le sue braccia, sentirmi al sicuro per qualche istante e assaporare ogni sfumatura di quel profumo che conosco alla perfezione.  Potrei farlo.  Nulla me lo impedisce penso. 

“Ero a un passo dietro di te a sostenerti al funerale di quello che è stato il tuo grande amore negli ultimi anni….”

Ed eccolo li.

Di nuovo.

Un pugno dritto allo stomaco.

Come si può spiegare il dolore?

Do·ló·re.  Sostantivo maschile.

1. Qualunque sensazione soggettiva di sofferenza provocata da un male fisico.

Sono fortunata, non conosco il dolore fisico, non mi sono mai rotta nulla. Anche se mi sarebbe piaciuto avere un gesso su cui farmi scrivere cavolate dagli amici e una bella cicatrice da sfoggiare come una guerriera. Non ho mai avuto mal di denti e raramente soffro di mal di testa, nulla che non possa passare con un brufen. Non conosco i dolori del parto e nemmeno quelli provocati da una colica renale, quest’ultimi, per sentito dire spero di non provarli mai. 

2. Patimento dell’animo, strazio, sofferenza morale.

Ecco, questo lo conosco.

Difficile da quantificare o da paragonare. 

Non sanguini.

Niente punti.

Nemmeno una cicatrice, almeno non visibile.

Niente antidolorifici. 

Non guarisci. 

Cambi.

È un dolore che ti gela.

Un peso al petto ti fa credere di non riuscire a respirare.

La gola si secca e non riesci a deglutire.

Le gambe tremano e non ti reggi in piedi.

Tutto quello che ti circonda improvvisamente rallenta come in un video in slow motion in bianco e nero. Ogni piccolo e insignificante rumore infastidisce. Vorresti urlare, ma non riesci, paralizzata in un corpo trafitto da mille lame invisibili.

Il lutto.

Oh, ecco cosa me lo impedisce.

Rivedo me bambina. Mamma che intreccia con pazienza i miei lunghi capelli mori. Vi giocava spesso e creava acconciature strane ma le trecce a spiga erano quelle che le riuscivano meglio. Poggiando un cerchietto rosa cipria in velluto a contornarmi la frangetta mi sposta la treccia sulla spalla sinistra.

“Ora sei perfetta” dice dandomi  un bacio sulla fronte e allacciando con le mani tremanti i bottoni del mio cappottino grigio.

Camminavo lenta dietro il carro funebre. Gli occhi fissi su quelle rose rosse che cozzavano con il grigiore di quella giornata di metà novembre. Avrebbe nevicato di lì a poco. La mano fredda di mamma nella mia continuava a tremare. La stringevo forte. Ogni tanto sbirciavo dal basso il suo viso. Vedevo lacrime scenderle giù dalle guance e riversarsi sul colletto del cappotto grigio come il mio. Camminammo per un tempo che sembrava infinito eppure era lo stesso tragitto che facevo con papà la domenica mattina per andare al parco. Nella mia testa era proprio li che stavamo andando.  Percorremmo il viale alberato, i rami spogli e fragili sembravano volersi toccare e intrecciarsi creando un tunnel. Passammo l’edicola all’ angolo e Sergio il fruttivendolo che come il nostro bar preferito per la colazione, quel giorno era chiuso. Arrivammo fino al parco, gli alti cancelli in ferro battuto erano aperti, sugli alberi qualche foglia rimaneva saldamente attaccata le altre creavano tappeti rossastri sull’erba ricoperta da una sottilissima patina di ghiaccio, nel laghetto due anatre nuotavano silenziosamente.

Mi ritrovai seduta su una panca di legno freddo.

Una bara color noce alla mia sinistra.

Puzza d’incenso.

Puzza di fiori.

Sconosciuti e non che mi abbracciano, mi consolano. 

Io immobile che guardo degli uomini prendere la bara sulle spalle e portarla via. 

Il rumore del frattazzo che gratta sui mattoni che chiudono l’oculo. 

Un fiocco di neve si posa sulle mie guance. 

Durante il funerale di Fede continuavo a pensare a quello di papà, avrei voluto essere forte come mamma che, anche quel giorno teneva forte la mia mano. 

Come faccio ad andare avanti? Penso mentre guardo Robi accendersi una sigaretta.

La morte di papà mi ha cambiata e senza la sua assenza non sarei la persona che sono ora. 

Gli otto anni di relazione con Fede mi hanno cambiata. 

Ma anche gli ultimi due anni lo hanno fatto.

Vorrei dirgli che anche io ho pensato a noi ogni ma che poi, poi…

Io testarda?

“Nessuno ti ha chiesto di essere il mio eroe” sussurro. 

È davvero l’unica cosa che riesco a dire?

 

 

 

 

Serie: Credo.


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Discussioni

  1. Ti ringrazio le tue recensioni mi sbalordiscono!!
    Puzza di fiori ora che me lo fai notare è effettivamente molto figo… non c’ho pensato su poi molto ma per quanto mi riguarda descrive abbastanza bene quel opulenza di fiori a mio avviso fastidiosi.

  2. La storia mi trascina in un limbo, dove si perdono delle cose e si spera di acquisirne altre, e così sarà, ma se è vero che per raggiungere il giorno non c’è altra via che la notte, anche con la felicità, o quantomento la pace dei sensi di Robi, bisognerà attraversare il dolore. Dolore che descrivi bene, con parole dosate, sentenziose nella seconda parte, parole secche, come pugni, così dovrebbe essere il dolore e lì mi ci sono rivisto, è stato un bel momento anche se breve. Ho apprezzato l’uso delle virgole, un uso dosato delle parole. Amo la pioggia, anche se mette un po’ di malinconia. Puzza di fiori sarebbe un titolo fichissimo per un affresco che hai dipinto in parte, continuerai a dipingere, noi siamo qui! tnx

  3. Secondo episodio intenso quanto il primo, si percepisce una sorta di “acidità” (scusa, sto banalizzando) della protagonista verso il suo interlocutore, Robi, dalla chiusura del racconto che riprende la chiusura dell’episodio precedente, quella battuta secca, fatta per ferire. Forse questo può essere una forma di autodifesa (o di autolesionismo?) della protagonista? aspetto i prossimi episodi!