Dolorosa routine
Forse era ora di cambiare casa. Questo era il pensiero che da un po’ di tempo passava per la mente a Andrea. Era troppo grande per lui da solo. Ci si perdeva.
Aveva finito di mangiare da poco. Solo, seduto al grande tavolo in cucina. Senza tovaglia, un hamburger di plastica scaldato al microonde e una Heineken gelata. In un angolo la piccola tv andava per conto suo, c’era uno che doveva indovinare delle parole. Si alzò, quasi con fatica. Si sentiva appesantito, doveva fare qualcosa, la pancia cresceva. Mangiare bene, fare movimento. Va bene, certo, ci penso domani.
Prese il piccolo cartone che aveva contenuto l’hamburger e la bottiglia vuota; quindi aprì l’anta della cucina che conteneva la grande pattumiera. Il sacco era pieno, anzi straboccava. Andrea sospirò e lo tirò fuori mettendolo a terra. Infilò i resti della cena e si apprestò a legarlo in cima.
Vide però sul ripiano un piccolo sacchetto, bianco, tipo quelli che ti danno in farmacia. Rimase interdetto. Cos’era?
Lo prese e lo tastò. Avvertì la consistenza di un cavo. Capì.
Lo tenne un attimo in mano, lo soppesò. Lo guardò senza vederlo. Guardava lontano.
Alla fine si decise. Lo infilò nel sacco grande che richiuse accuratamente legando il sottile filo di nylon.
Mise il sacco nero vicino alla porta di casa e andò in bagno a mettersi le scarpe. Non le teneva mai in casa, una regola da sempre. Allo specchio si intravide per un istante. Una faccia stanca, colorito pallido. Doveva andare da un barbiere.
Uscì sul pianerottolo con il grosso sacco. Un peso inaspettato. Ma cosa ci aveva messo dentro? Gli tagliava le dita e doveva cambiare spesso mano.
Scese le scale al buio. Era al secondo piano e una tenue luce saliva dall’androne sottostante. Poi un rumore di scatolame e il sacco scivolò verso sinistra. Andrea si fermò a controllare. La solita sfiga: si era strappato e rischiava di seminare immondizie per le scale. Già gli sembrava di sentirne l’odore.
Fu obbligato a fermarsi, alzarlo e trasportarlo con entrambe le braccia. Non vedeva chiaramente dove metteva i piedi. Un passettino per volta, doveva fidarsi.
In qualche modo arrivò al portone. Con qualche contorsione premette il pulsante apriporta e infilò il piede per aprirlo.
Un’ombra appoggiata su una macchina poco più in là. La brace rossa di una sigaretta.
«Buonasera Andrea, come sta?»
Era Marco, il figlio dei suoi dirimpettai. Chissà se i suoi sapevano che fumava.
«Tutto bene grazie» biascicò tra i denti. Strinse più forte il sacco e proseguì.
Camminando pensava ancora al sacchetto. Non ricordava l’ultima volta che qualcuno glielo avesse chiesto.
Lei.
Arrivò finalmente ai bidoni in fondo alla via. Ora sentiva chiaramente la puzza uscire dal sacco. Non era un’impressione. Sperò di non essersi sporcato.
Appoggiò il sacco a terra. Si fermò un attimo. Gli facevano male le braccia e la schiena. Sì, doveva fare qualcosa, era proprio un rottame.
Aprì il cassonetto. Dovette trattenere il respiro: l’odore che usciva era terribile. Prese il sacco, lo alzò e lo tenne sospeso. Poi si fermò.
Mise nuovamente il sacco a terra.
Lo aprì rompendo il filo di nylon. Incurante della puzza infilò la mano e rovistò all’interno. Trovò infine il sacchetto. Sentì il cavo con la mano e tirò fuori il caricabatterie. Il suo caricabatterie.
Lo tenne in mano. Non sapeva dove metterlo. Alla fine se lo infilò in tasca.
Quindi richiuse il sacco alla bell’e meglio e lo buttò nel cassonetto.
Tornò verso casa. Marco non c’era più. Salì le scale sempre al buio. Entrò in cucina, mise la mano in tasca, estrasse il caricabatterie e lo appoggiò vicino al lavello.
Si sedette.
La tv era ancora accesa.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mi ha riportato a un certo stile di Raymond Carver, uno scrittore che, a suo tempo, ho amato appassionatamente. Molto efficace, Pierpaolo. Ben scritto e, soprattutto (cosa difficilissima) senza nemmeno una parola superflua.
Grazie Francesca… addirittura Carver, non esageriamo 😳