Domenica mattina 

Serie: Quello che chiamate perdono


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo uno svenimento dovuto a due incontri sconvolgenti legati al suo passato, Sveva conclude il sabato sera da sola a casa, scambiando dei messaggi con Roberto e riflettendo su una strana coincidenza...

Il sole delle due del pomeriggio è feroce, mi brucia la testa e le spalle nude, mentre mia madre, da dentro casa, mi urla che mi verrà un’insolazione.

“Non venire a piangere, poi!”

Faccio finta di niente e non mi muovo dal terrazzo. Guardo il fondo della strada sapendo che, da un momento all’altro, lo vedrò comparire. Sono già vestita per il mare, con l’abito di cotone a righe azzurre e il costume a pois. Finalmente, sento il ruggito timido e facilmente riconoscibile del suo “ciao”, lo vedo avvicinarsi e inizio a sbracciarmi entusiasta, come se non ci vedessimo da mesi. In effetti, ho  appena scontato una settimana di punizione e non vedo l’ora di uscire dal carcere controllato da mia madre. Sergio solleva la testa e mi grida di scendere con uno dei suoi sorrisi giganti. Anche se l’estate è appena iniziata, la sua pelle è già color cioccolato al latte, una tonalità che io non riuscirò a raggiungere neppure a settembre.

Entro in casa, mi affaccio sulla porta della cucina e vedo mia mamma con i bigodini in testa, intenta a  rammendare dei calzini.

“È arrivato Sergio, vado!”

“Vedi di tornare in orario, sai che tuo padre vuole cenare presto!”

Io sono già a un passo dalla porta, con la borsa di paglia su una spalla. Scendo le scale a rotta di collo, passo davanti all’appartamento di Anna, ma non rallento. È andata a trovare la sorella in Piemonte, non tornerà prima di due settimane. Arrivo in strada con il cuore a mille, neanche dovessi incontrare il mio ragazzo. Sergio è molto più di quello, è più di un cugino. È come un fratello maggiore, è il mio miglior amico e confidente. Mi è mancato tantissimo in questa settimana!

Mi guardo in giro e non lo vedo, è scomparso, sia lui che il suo “ciao”. Confusa, inizio a chiamarlo, penso a uno scherzo.

La luce intensa del primo pomeriggio mi ferisce gli occhi, mentre una strana ansia inizia a crescermi dentro.

“Dai, Sergio! Non mi sto divertendo, dove sei finito?”

Una mano si posa sulla mia spalla.

“Smetti di essere arrabbiata, Veva. Non è stata colpa tua.”

Spalanco gli occhi e mi ritrovo sul divano, tutta dolorante per la posizione scomoda. Mi massaggio la fronte con una mano, con la voce di Sergio che ancora mi risuona in testa.

Il sogno mi ha riportato all’estate dei miei sedici anni, a pochi mesi prima della tragedia. Mando giù il magone e realizzo di non aver sentito rientrare mia figlia. Di solito, il sonno non arriva finché non la sento ritornare, ma ieri sera devo essere crollata. Con una certa inquietudine, mi avvicinò alla porta di camera sua e abbasso la maniglia. E se non fosse tornata? Se avesse avuto un incidente? Trattengo il respiro e guardo il letto. Sorrido. In un groviglio di lenzuola, con una delle maglie di suo padre, vedo Giorgia dormire profondamente. Provo un misto di sollievo e tenerezza, rivedo nel suo volto sereno la bambina dolce sempre in cerca di coccole e non l’adolescente sul piede di guerra che fa di tutto per tenermi lontana. Resisto all’impulso di avvicinarmi e farle una carezza, mi limito a guardarla. Chissà cosa sta sognando, mi pare di vederle affiorare un sorriso sulle labbra. Mugola qualcosa e si gira, attorcigliandosi ancora di più le lenzuola intorno. Faccio un passo indietro e chiudo la porta. Dormirà almeno fino a mezzogiorno.

Io, come ogni domenica, ho un appuntamento.

Mi preparo un caffè, fumo una sigaretta e mi vesto. Non mi sento molto in forma, la notte sul divano e il sogno non hanno aiutato a riprendermi dallo spavento di ieri sera. Accarezzo l’idea di rimanere a casa, avrei anche delle faccende da sbrigare, come stirare la pila di biancheria accumulata in camera mia, che sto ignorando da tutta la  settimana. Invece, decido di uscire e non è solo senso del dovere.

Mia madre va a messa ogni domenica mattina alle 10.30, anche se è raffreddata, o piove a dirotto. Lo fa da sempre, quando ero bambina mi trascinava con lei. Se osavo lamentarmi, iniziava a parlare delle lacrime di Gesù e la tristezza di Maria, come se loro non aspettassero altro che vedermi in chiesa. Quando non riusciva a farmi sentire in colpa passava alle minacce, come vietarmi di andare al parco o vedere mio cugino.

Mio padre era esentato da certi doveri, lavorava tutta la settimana e  la domenica aveva diritto di riposarsi. Ogni tanto, osavo chiedere di rimanere con lui, visto che lo vedevo pochissimo, ma mia madre iniziava a urlare, a dirmi che era stanca dei miei capricci e delle mie pretese, che meritavo di andare in collegio. Quella era una delle minacce più quotate, utilizzata un po’ per tutto. Se entrava in camera mia e c’erano dei vestiti fuori posto o se tornavo a casa con un brutto voto, le porte del collegio erano pronte a spalancarsi e inghiottirmi. C’era pure lo spauracchio dell’andare all’inferno, ma quello era usato per motivi molto gravi, come quando avevo tirato i capelli a una bambina più grande dopo che mi aveva rovinato un vestito nuovo. Forse, non mi ero limitata ai capelli.

Da un po’ di anni a questa parte, la domenica mattina è diventata mia e di mio padre. Quando lei esce per andare a messa arrivo io. Calcolo bene i tempi, faccio in modo di non incontrarla. È il nostro tacito accordo.

Entro in casa dei miei e trovo mio padre a metà corridoio, con la camicia sbottonata e la canottiera di cotone.

Risponde al mio buongiorno e va in cucina, rispettando il solito rituale. Poso le chiavi e la borsa sul mobile rigato dell’ingresso, un pezzo d’antiquariato che mia madre ha ricevuto da una delle sue zie. In realtà, tutta la casa sembra un vecchio museo, con quadri dai colori cupi e i soggetti sacri, soprammobili di dubbio gusto e tappeti con le frange. Mio padre ha già in mano due bicchieri e la bottiglia di tè freddo, gli do una mano e lo precedo sul terrazzo. L’ombrellone a spicchi verdi ripara il tavolino e due sedie di metallo bianco. Verso il tè per entrambi, mentre lui si siede.

“Hai dormito bene?” Anche quello è parte del solito copione.

“Solito, mi ha svegliato il camion della spazzatura alle 5 e mezza. Tu?” 

Alzo le spalle, mi metto a guardare le impalcature del palazzo di fronte. 

“Ma si, solito pure io.” 

Beviamo entrambi un sorso di tè, il rombo di una moto passa sotto di noi. 

“La mamma?” 

“Si lamenta per i dolori e per il caldo, ma sta bene.” Prende in mano la pipa e inizia a caricarla di tabacco. Mi accorgo di aver lasciato le sigarette in casa, faccio un salto a prenderle, insieme al posacenere. 

So già quale sarà la prossima domanda. 

 “Giò che combina?” 

“È a casa a dormire. È uscita ieri con il suo ragazzo.”

Mio padre annuisce e porta alla bocca la pipa.

“Sei riuscita a conoscerlo?” È un modo delicato per chiedermi come sta andando con Giorgia.

“Non ancora.”

Annuisce di nuovo, si sposta per prendere la scatola dei fiammiferi dalla tasca. Io metto tra le labbra una sigaretta e la accendo. Stiamo qualche istante in silenzio, lui osserva una tortora posata sulla ringhiera, io di nuovo i ponteggi del palazzo di fronte. 

“Ho sognato Sergio, stanotte.”

Lui continua a guardare altrove, aspetta che vada avanti. 

 “Ero qui, lo stavo aspettando per andare al mare. Lui è arrivato, aveva una canotta gialla e gli occhiali da sole, sorrideva.” Sorrido pure io al pensiero. “Sono scesa in strada, ero felicissima, non vedevo l’ora di abbracciarlo.” Il sorriso si spegne, cerco gli occhi  scuri di mio padre. “Non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma lui non c’era più.” Guardo in alto e prendo un respiro, mio padre si toglie la pipa dalla bocca. 

“L’ho sognato anche io, tempo fa. Stava bene, c’eri pure tu. Ti stava prendendo in giro per qualcosa, non ricordo, però ridevate tutti e due.” Mi guarda dritto negli occhi, le parole che non pronuncia sono evidenti sul suo volto. Gli faccio un sorriso triste. 

” Come stanno gli zii?”

” Mi hanno detto che è da un po’ che non ti vedono. Sentono la tua mancanza.” Non c’è accusa nel suo tono, ma sento lo stesso il bisogno di scusarmi. 

 “C’è tanto lavoro e poi, Giorgia, la casa…Non sono più riuscita ad andare a trovarli.”

Mio padre annuisce, mi dà l’illusione di credere alle mie parole. 

La tortora decide di volare via. 

“Ti vogliono bene e ti vedono volentieri, ne hanno bisogno, sai?” si gratta la fronte e fa un respiro profondo, sa che sta camminando su un terreno difficile. “Non avresti potuto fare niente per salvarlo, Sveva. Doveva andare così.”

Le lacrime mi bruciano gli occhi, vorrei un’altra sigaretta. 

“Sarei stata con lui. Se non fossi stata in punizione, saremmo stati insieme. Magari, avremmo fatto una strada diversa, mi sarei potuta accorgere del camion…”

La mano di mio padre si posa sulla mia, in uno dei nostri rari contatti fisici. “Se non fossi stata in punizione, saresti morta pure tu in quell’incidente. Ecco cosa sarebbe cambiato.” Abbozza un sorriso e mi porge un fazzoletto. “Per una volta, uno dei castighi di tua madre è servito a qualcosa.”

 

 

 

 

Serie: Quello che chiamate perdono


Avete messo Mi Piace9 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Melania! Come al solito hai costruito l’episodio lavorando ai bordi, hai incastrato i pezzi in modo da lasciare intatta la curiosità del lettore fino all’ultima riga. Come già detto, la tua scrittura vive di mistero: ogni dettaglio, anche quello a prima vista più insignificante, è la tessera di un mosaico che rivela il suo pieno senso solo alla fine👏🏻

  2. Ecco il primo frammento del doloroso passato di Sveva.
    È molto bello l’incontro e lo scambio di battute tra lei e il padre. Forse, può rivelarsi per lei una figura più importante di quanto Sveva stessa non creda.

  3. Cara Melania, la tua scrittura è trascinante. Mi è piaciuto tantissimo questo tratto di strada percorso fra passato e presente, il modo in cui hai riportato a galla anni e abitudini che non esistono più.

  4. Ho letto, oggi che avevevo tempo, tutti gli episodi. La serie regge benissimo, hai una grande capacità di tenere le fila di tutti i personaggi, e non sono pochi, che girano intorno alla complicata vita di Sveva, con tutti i sensi di colpa che la angosciano. Con quest’ultimo episodio sei andata nel passato, un po’ a sorpresa e in modo spiazzante ma che voglio capire come si collegherà a tutte le vicende del presente.

  5. Bellissimo. Mi associo a quanto già detto da Rossano. La tua scrittura è in grado di evocare ricordi, non importa se dolorosi, perché comunque e sempre di emozioni che valgono la pena si tratta.

  6. Sergio mi ha riportato alla mente un episodio che mi riguarda. Storia diversa ma stesso finale. Non so se sia un caso, ma la tua serie, episodio dopo episodio, sembra un album di fotografie (neanche troppo datate) che, in molti casi con dolore, apro.

  7. MI è piaciuto molto questo episodio. Una storia quasi normale, un sogno, una famiglia, un rapporto fra adolescenti amici strettissimi come solo a quell’età si riesce ad essere. Una perdita, una ferita che non si rimargina… tutto descritto benissimo, con un’ottima prosa. Brava.