Don Bastiano
Osservo da qui, da questo angolo di marciapiede che è diventato casa, dal fondo di una bottiglia che mi fa da lente. Siete capaci di tutto pur di affermare il vostro potere, autorizzati da un pezzo di carta che vi attribuisce un valore alla partenza del grande gioco della vita. Non vi rendete conto che, per arrivarci, avete già speso la metà dei crediti. Io non sono stato invitato al tavolo da gioco. La strada mi ha cresciuto, mi ha nutrito, e ora è la mia cuccia. Di domande ne ho ricevute, molte le ho lasciate marcire.
Mostrate corpi deformati da chirurghi estetici, intossicati da farmaci e consumati da ore in palestra e chilometri di corsa. Anoressizzati da diete, da rinunce, digiuni forzati fino al vomito procurato, con il solo fine di farvi una scopata con la vostra stessa immagine.
Gonfi di ego come mongolfiere, non distinguete più la realtà. Diventate merce, costretti a esibirvi da strumenti virtuali creati apposta. Pagliacci nutriti con un briciolo di popolarità, come fosse pane secco.
Il mio fisico è scolpito dalla terra, dal sole, dal vento e dalla pioggia. La mia dieta dipende da ciò che mendico, e il vomito — se non me lo procura l’alcol — è causato dai morsi della fame. Non ho nulla da dimostrare. Non mi esibisco come un burattino per un tozzo di pane. E se voglio scopare, preferisco farlo in due.
Smaniosi di esibirvi come statue di un teatro greco, siete pronti a una performance sessuale nel Grande Fratello planetario per mostrare la vostra virilità, la vostra vanità. Perché essere i numeri uno nel club dei like, vincere la classifica dell’ipocrisia è l’unica cosa che conta.
Cammino curvo, come se il mondo mi fosse crollato addosso, ma non per servire qualcuno. Alticcio, per vedere meglio. Il mio volto è una mappa di crepe, bruciato dal sole, corroso dal gelo, come un muro antico. Gli occhi, due fessure profonde, capaci di guardarvi attraverso. Indosso abiti usati: un cappotto sformato, una felpa slabbrata, pantaloni che hanno conosciuto fango e pioggia, e scarpe spaiate.
Voi, Addestrati come animali con strumenti mediatici, credete nell’onestà di giudicanti eletti e pagati dagli sponsor. E a casa, sui vostri divani, accomodati come plebe, ansimate pronti a dare il vostro giudizio a pagamento, ruotando il pollice del televoto, convinti di essere realmente giudici di qualcosa. Io non giudico, osservo. Ho solo questa voce. E la uso per dire quello che non volete sentire. Perché io sono libero. E la libertà, fratelli, puzza.
Infettati dal virus delle multinazionali, come zombie smembrate i vostri colleghi. Ne mangiate le viscere e, sempre più voraci, rincorrete obiettivi aziendali che vi consentano di averne di più. Vi vedo tutti i giorni: giacche, cravatte, scarpe lucide, con le mascelle serrate e gli occhi vuoti. Belate come pecore alla ricerca di una promozione. Per ottenerla siete disposti a tutto. Ansimanti, vi strappate la pelle per essere i migliori. Sappiate che alla fine non ci sarà un vincitore, ma solo il prossimo obiettivo. Il prossimo sacrificio.
Non corro, non ho obiettivi, non ho nessuno, e non ne ho bisogno. Ho solo questa bottiglia e un cane bastardo che mi tiene compagnia, pronto a rubarmi un boccone. La mia pelle satura di pacifismo. Io sono immune alla competizione. Perché ho scelto di non avere niente. E chi non ha niente non ha bisogno di fare guerre.
Depressi, riempite salottini di spacciatori per sentirvi dire che va tutto bene, che bastano poche gocce e tutto tornerà normale. Ma poi trucidate le vostre famiglie perché hanno umiliato la vostra virilità, l’unica cosa rimasta per dimostrarvi vivi. Che uomini siete? Entrate in ambienti profumati, pieni di parole sussurrate, tisane e suoni della natura, cercando pace. Vi affidate a professionisti che dispensano preghiere. Ma non si aggiustano le cose, vero? E allora tornate a casa, imbottiti di quel nulla chimico. Ed esplodete. Perché nel vuoto hanno messo rabbia, rancore, insoddisfazione. E quella roba, se la tocchi, esplode. Fa sangue. E il sangue, spesso, è di chi vi sta accanto.
Il mio salotto è la soglia di un supermercato, dove posso scaldarmi in questo gelido inverno. Non mi altero. Non uso violenza. Non ho bisogno di suoni psichedelici né di preghiere recitate. La mia vergogna l’ho guardata in faccia. L’ho lasciata lì, a marcire con me.
Tradite i vostri compagni perché non sono più all’altezza della vostra bellezza artificiale, della vostra età apparente nascosta da protesi estetiche e capelli colorati. O perché non rispecchiano il modello ideale servito al tavolo della libido della vostra psicotica adolescenza. Abbracciate chi può colmare il vostro bisogno di possesso: profumati di visibilità, lucidi di potere, convinte che il loro status vi possa soddisfare. Cercate nel culto della personalità ciò che non siete in grado di ottenere. Che donne siete? Brillate sotto luci artificiali. Colorate come caramelle. Pelle stirata come lenzuola. Labbra che cercano un cellulare. Non vi appagate mai, perché nessun uomo è all’altezza del sogno che vi siete cucite addosso. Tradite, non per amore. Tradite perché i vostri compagni non sono più i protagonisti della fiction che vi hanno scritto.
Ho solo questa faccia, che non piace a nessuno. La mia libido si nutre di sentimenti. Di ciò che brucia di verità. Ho fame. E la fame non tradisce. Ti accompagna. Fedele. Esibitevi pure, in nome di una finta emancipazione decisa dal mercato dei burattinai. Adulate i totem a forma di banconota. Rincorrete i vostri sogni erotici, figli di un’adolescenza che non vuole morire. Ma il tempo, sappiatelo, non si lascia ingannare. Io mi tengo la mia squallida vita. La mia astinente realtà. Anche se brutta. Anche se puzzolente. Almeno lei non mente.
Azzittiti dalla paura di perdere, non potete urlare la vostra sete di verità, la vostra fame di libertà, il vostro desiderio di umanità. Perché il gioco a cui state partecipando non ve lo permette. Non potete esprimere un’opinione. Qualsiasi essa sia. Dovete starci. Perché se sbagliate a tirare i dadi, o vi rifiutate di farlo, non passerete per il Parco della Vittoria. E alla fine in questo gioco non si torna al via.
Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Il testo ha una voce narrante molto forte e coerente, costruita come un’invettiva sociale sostenuta da immagini crude e metafore ricorrenti. Il contrasto tra il narratore emarginato e la società spettacolarizzata è efficace e dà compattezza al discorso.
Forse, in alcuni punti la ripetizione di immagini simili appesantisce il ritmo, ma la tensione polemica resta chiara e incisiva.
Una vera e propria orazione, dai toni che potrebbero ricordare qualche predicatore medievale fautore del contemptus mundi. Ma c’è forse un po’ di paradossale narcisismo nel cuore di Don Bastiano? La rivendicazione della propria orgogliosa eccellenza interiore di chi fa della propria emarginazione un punto di forza etico?
Grazie per il commento. Sì, la scelta di Don Bastiano è profondamente narcisista ed è proprio come dici: rivendicare l’orgoglio di un’eccellenza interiore che trasforma l’emarginazione in forza.
Forse certe cose vanno viste, o si vedono meglio da fuori. Quello che siamo restituitoci senza sconti da chi di noi non ha nulla. Molto bello. Fa pensare.
Grazie, fa piacere sapere che il testo abbia fatto riflettere. È la prospettiva che volevo esplorare: guardarsi attraverso la lente di una bottiglia vuota, senza filtri, senza inibizioni.
Un monologo rabbioso e frontale, senza filtri né consolazioni. Colpisce per l’eccesso consapevole e per lo sguardo rovesciato: la marginalità diventa punto d’osservazione lucido.
La marginalità come posizione per guardare senza compromessi è stata la mia guida per la scrittura, felice che ti sia arrivata.
Un pugno allo stomaco.
Scrittura potente.
👏🏼👏🏼👏🏼👏🏼
Grazie mille !!
Sì, un bel monologo di critica sociale, contemporaneo e al contempo eterno che descrive, dolorosamente, come ci siamo ridotti negli ultimi venticinque anni. Ultimamente, ho rivisto due film nei quali questo monologo non sfigurerebbe: Essi vivono di John Carpenter e The Palace di Roman Polanski.
Complimenti.
Ho visto casualmente il monologo di Don Bastiano ne Il Marchese del Grillo in un video, mi ha ispirato e il resto è venuto fuori da solo. Vedere il paragone con Carpenter e Polanski è un complimento enorme. Grazie mille.
Beh, Don Bastiano è un paradigma. Ora che me lo fai notare, è vero, viene da lì. Il cinema che fa pensare e ispira è sempre un gran cinema.
Crudo.
Veritiero.
Lucido.
Chirurgico.
Spietato.
Dieci e lode
Esame superato, grazie mille!
Grazie a te