Dopo il ritorno (seconda parte)
Serie: Morti
- Episodio 1: Le mandava segnali
- Episodio 2: Dopo il ritorno (prima parte)
- Episodio 3: Dopo il ritorno (seconda parte)
STAGIONE 1
Andava da Giobbi ogni domenica di fine mese. Andava da solo, con l’autobus fino alla stazione e poi con un locale che impiegava poco più di un’ora. L’ultima volta è stato d’inverno. All’edicola della stazione aveva comprato un giornale e un albo di fumetti con un piccolo oggetto allegato, chiuso nel cellophane. La mattina prima di uscire Penni gli aveva messo nella borsa a tracolla un panino e una lattina di birra ma era poco convinta che lui avrebbe mangiato. Il treno a quell’ora è quasi vuoto, perché non è la stagione adatta per scampagnate fuori porta e i pendolari la domenica stanno a casa. Lui aveva guardato i pali della ferrovia muoversi all’indietro mentre il treno prendeva slancio, e poi la città aprirsi e richiudersi come una serie di enormi scatole bianche e scure che si rovesciavano l’una sull’altra via via che la motrice accelerava. Quando attorno si era fatta campagna aveva sfilato la tracolla appoggiandola sul sedile di fianco e per un po’ aveva chiuso gli occhi, senza dormire. Poi si è ricordato della birra e l’ha bevuta tutta, perché le lattine non si possono richiudere.
«Alla salute, Giobbi, oggi fa piuttosto freddo» e di colpo gli viene dentro come una furia che non sia più estate e che Giobbi possa davvero rabbrividire e non trovare una coperta subito pronta lì accanto. Sente l’impulso di tirare il freno di emergenza e di spiegare al capotreno come stanno le cose. Dovranno pur fare qualcosa, siamo in un paese civile, com’è possibile permettere che un bambino di sette anni abbia freddo, e poi perché non accendono il riscaldamento in questo maledetto vagone, capotreno! Poi era rientrato in sé e si era accorto di aver sudato, immobile sul sedile, mentre gli sembrava che attorno a lui ci fosse una grande animazione e molte voci. Ma il vagone era silenzioso, qualche passeggero dormiva o leggeva, nel finestrino la campagna filava dolce e vuota. Aveva aperto il giornale e guardava fisso le parole scritte in grande senza riuscire a comprenderne il senso. Ricominciava ogni volta da capo la stessa colonna.
Con un sussulto il treno frenò. Lui vide la facciata rossa di una casa cantoniera ferma accanto al vagone, vicinissima, col numero della statale stampato in grosse lettere bianche. Era un passaggio a livello che conosceva bene. Giobbi stava subito dopo.
Il cancello è aperto. C’è profumo di fiori e acqua. Lui va da Giobbi quasi a occhi chiusi. Ciao Giobbi – gli dice- guarda cosa ti ha portato papà . E agita festoso il giornalino davanti agli occhi del figlio. Poi lacera il cellophane e libera la macchina di paperino. Guarda Giobbi – gli dice – la trecentotredici. La poggia lì per terra, accanto alle altre. In tutto sono nove.
«E’ una gran bella collezione, Giobbi» gli dice «davvero, non credo che gli altri bambini ne hanno una così.» Accende una sigaretta, anche se lì forse non si potrebbe, ma nessuno dice niente.
«Tanto siamo all’aperto Giobbi» gli dice «il fumo se ne va subito.» Poi ci ripensa.
«Magari fatti un giro qui attorno» gli dice «mentre io finisco di fumare.»
Giobbi raccolse le automobiline e si mise a farle correre, spingendole una dopo l’altra, sul viale lastricato. Ogni tanto qualcuna si ribaltava perché le pietre a tratti erano sconnesse, e Giobbi la rimetteva sulle ruote. Era tutto contento e faceva con la bocca il rombo dei motori e il cigolio delle frenate brusche. Le persone che attraversavano il viale lo guardavano sorridendo.
Una signora piuttosto anziana, con un fascio di fiori in mano, gli fa una carezza.
Prende un fiore azzurro dalla carta velina e lo poggia accanto all’automezzo dei pompieri.
«Ecco, un bel fiore per Giobbi» gli dice.
Lui si alterò subito.
«Ma non vede che ha le spine» disse di malo modo alla donna «vuole che si punga?»
La signora anziana si fece subito seria e se ne andò scusandosi.
«Non avevo capito» disse.
Ora la collezione di Giobbi è di nuovo in bell’ordine. Giobbi si è sporcato le ginocchia a forza di giocare carponi sul viale e lui gliele ripulisce col fazzoletto.
«Ecco fatto» gli dice «è tutto a posto.»
Poi non sa più che dire e si appoggia con la testa sul volto di Giobbi.
«Ciao Giobbi» gli disse. «Papà deve andare. Fai il bravo.»
Serie: Morti
- Episodio 1: Le mandava segnali
- Episodio 2: Dopo il ritorno (prima parte)
- Episodio 3: Dopo il ritorno (seconda parte)
Il racconto si sposta nel territorio della perdita. Il viaggio, i gesti e il dialogo trattenuto costruiscono una scena emotiva intensa e dolorosa.
Amaramente dolce, anche se inevitabilmente triste
Ti sono grata della tua attenzione, Gabriele. Ti auguro una buona giornata.
È straziante il momento in cui Cori, davanti alla tomba di Giobbi, apre l’albo con la piccola sorpresa e immagina il figlio giocare e imitare il rumore delle macchinine. E forse è proprio questo padre distrutto che, nel tentativo di far rivivere il figlio, lo imita. Un racconto triste ma molto, molto bello, Francesca!
È sempre una gioia per me ricevere un tuo commento. Grazie, Concetta,