Dylan

Serie: Colui che non è morto


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Questo è il profilo vetrina del gruppo Rue Morgue, dove più autori condividono i loro librick. Gli episodi di questa serie sono parte di una storia unica, ma scritta da diversi autori. Quinto episodio di @Zelda_D

Era una serata particolarmente impegnativa, me lo ricordo bene. Il mio ultimo cliente, un grosso magnate dell’industria dell’acciaio, era uno che non badava a spese. Un lavoro pulito: questo mi veniva chiesto. Di più: un lavoro perfetto. E mi prenda un colpo se non sono il più bravo tra tutti i fottuti hacker del paese. Perché io non me ne sto mica seduto davanti al PC, come quelle fighette dei miei colleghi idealisti. Il mio compito è fornire al cliente il più ampio numero di informazioni possibili e merda, il mio impegno lo prendo seriamente. Dove non arrivano software spia o hardware occultati, ci pensano cimici, microtelecamere, rilevatori GPS che piazzo io stesso, non lascio certo che qualche ragazzino cacasotto mi rovini l’opera. Stavo appunto guidando in direzione della sede centrale delle Industrie Phoenix, dopo aver fatto un salto dal buon vecchio John. John gestisce un distributore di benzina sulla statale 180: se un cliente vuole chiedermi una certa prestazione, deve prima rivolgersi a lui. Si tratta di biglietti con codici cifrati che conosciamo solo noi due. Al termine di ogni lavoro io riconsegno a John il biglietto e ne ricevo un altro per il prossimo incarico. John ha vent’anni più di me ed è come un padre, forse perché io un padre non ce l’ho: i miei genitori sono morti in un incidente quando avevo otto anni. Vedi di non fare cazzate Dylan, ti voglio fuori da lì a mezzanotte, diceva sempre. Non ho mai capito perché era fissato con la mezzanotte, neanche fossi Cenerentola al ballo.

Comunque sia quella sera, mentre guidavo, mi sovvenne il ricordo di un’immagine che era come nascosta dentro qualche sporco buco della memoria, forse un sogno che avevo fatto quando ero piccolo. Strana questa cosa dei sogni, non sai mai come prendere sta brodaglia del cervello. Comunque ricordo distintamente che era un pomeriggio e io mi trovavo nella mia stanza. Il mio letto si trovava dirimpetto alla camera dei miei, da cui era separato solo dal corridoio. La mia prima memoria di quello strano sogno è il silenzio, talmente opprimente da darmi la sensazione che l’intera casa fosse morta. Ad un certo punto ricordo di aver alzato il capo dal cuscino, e di aver visto o creduto di vedere, sedute a terra, davanti al letto matrimoniale dei miei, accuratamente rifatto, due creature vagamente umane, arti e tronco allungati, bianchissimi; la testa bianca anch’essa e rotonda, sembrava esageratamente piccola rispetto al resto del corpo; il volto era deformato da occhi e bocca enormi, cerchiati di nero. Sul capo, non veri e propri capelli, ma una specie di patina della stessa sostanza dei loro corpi, nera anch’essa. Ero paralizzato, non avevo alcuna possibilità di fuga, dovevo continuare a guardare, non potevo abbassare lo sguardo, sapevo che l’unico modo per salvarmi era continuare a guardare. Le due creature mi fissavano a loro volta, senza muovere le palpebre, serafiche, immobili, sapendo che prima o poi avrei fatto qualche passo falso. E lo feci, perché l’orrore non puoi sostenerlo troppo a lungo, è come un gioco di resistenza in cui perderai, è inevitabile. Quello che successe dopo è fuggito dalla mente, ma in quegli anni ho iniziato a soffrire di feroci emicranie; non so perché ma in qualche modo le correlo a quel sogno. Mentre ricordavo arrivai a destinazione, chiedendomi come sempre se fosse stato solo un sogno, e senza capirci granché. Penetrai nell’edificio con la solita facilità: prima di riuscire a dire “abracadabra” avevo già decifrato i codici di ingresso per l’apertura automatica. Salii rapidamente le scale verso l’ottavo piano, il luogo dove i competitors del mio cliente erano soliti riunirsi per le assemblee del Consiglio di Amministrazione. Avanzai verso il centro della sala per studiare la situazione e valutare dove piazzare la mia strumentazione; accesi quindi il mio portatile per sfruttare la rete Wireless e scoprii che quelle checche non avevano nemmeno pensato di piazzarci una fottuta protezione. Mentre lavoravo rapidamente sui tasti, successe tutto. Inizialmente persi il controllo della tastiera, poco dopo dell’intero PC. Inizialmente pensai ad un Trojan Horse di qualche hacker in remoto, ma c’era qualcosa che stonava. Tutto il sistema operativo sembrava essere fuori controllo. E c’era di più. C’era la canzone. Quella canzone, Digital dei Joy Division, partita improvvisamente dalla piattaforma musicale del portatile: ora la voce di Ian Curtis rimbombava nella stanza vuota e mi rimandava a ciò che volevo seppellire: quella era la canzone che ascoltai al massimo volume, quella notte, per non essere costretto a sentire le sue urla.

Cosa diavolo significava? Mi girai di soppiatto per controllare le uscite, mentre un dolore pulsante mi trapanava il cervello direttamente attraverso l’occhio destro. Sul primo momento non vidi nulla, poi scorsi attraverso la grande porta a vetri, in lontananza, due figure oblunghe muoversi lentamente verso di me. Don’t ever fade away, don’t ever fade away, fade away, fade away, fade away! Il climax in crescendo di Ian Curtis era sempre più potente dentro la sala, mentre le due figure avanzavano lentamente per giungere dietro il vetro opaco: riconobbi il loro volto, la maschera dagli occhi enormi e la bocca allungata in una smorfia nera.

«Apri Dylan, siamo mamma e papà, Dylan. Vieni da noi».

Urlai senza voce. Il terrore mi rese paralizzato, le gambe non rispondevano, cazzo. Caddi almeno due volte mentre mi precipitavo giù attraverso le scale e giunto al piano terra uscii dall’edificio in ginocchio, urlando e piangendo come un bambino. Mi infilai in auto e fuggii senza guardare indietro.

https://www.youtube.com/watch?v=kdex98m2FQM

Serie: Colui che non è morto


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Caspita, che ritmo particolarmente veloce questo racconto @Zelda_D grazie a un linguaggio molto spiccio e colloquiale che lo rende ancora più fresco. Curiosa la parte del sogno e ben riuscita, anche gli inserimenti musicali. Il finale è degno del genere. Complimenti