…E la Vita Continua

Serie: La Storia non sempre si ripete


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I due protagonisti si ritrovano nuovamente buttati a capofitto in una battaglia che ormai è diventata anche la loro

Quando mi risvegliai, mi ritrovai appoggiato al muro della casa. Matteo era di fianco a me, anche lui rannicchiato a ridosso della parete. Due soldati tenevano i loro fucili puntati verso di noi. Comparve il comandante. Batteva sonoramente i tacchi. Si rivolse a noi due, in un italiano un po’ stentato.

– Non so chi siete, ma mi occuperò di voi più tardi, sempre che mi possiate tornare utili per qualcosa.

Si avvicinò al traditore, ritto in piedi oltre ai soldati. Un rivolo di sangue gli scorreva ancora dalla narice.

– Bene, bene. Stavi per farti sopraffare da questi due ragazzetti. Hai scoperto dove sono nascoste le armi?

– Sì, ci sono riuscito.

– Allora parla.

– Prima voglio quello che mi spetta, come da accordi.

– Lo avrai, ma prima devi farmi sapere dove trovare le armi.

– E io invece ti dico…

Non ebbe il tempo di terminare la frase. Lo colpì e a turno anche i soldati si accanirono su di lui a più riprese, facendomi rivedere le scene che avevo già visto riprodotte nei miei sogni. Poco dopo, trovarono il borsello di pelle con dentro le mappe recanti le coordinate del luogo in cui dovevano essere nascoste le armi.

Il comandante sfoderò la pistola.

– Ora non ci servi più.

Sparò al ragazzo.

Poi, diede ordine di far fuori i famigliari e di dar fuoco alla casa. Né io né Matteo riuscimmo ad impedirlo. Mi sentivo così impotente. Ma tu potevi ancora essere salvata. Sentivo di avere ancora una possibilità.

Matteo ebbe un impeto di rabbia. Si lanciò addosso al comandante. In una sola mossa gli strappò la pistola di mano e sparò agli altri due soldati di guardia. Approfittai del momento di caos generale e mi buttai al lato del viale attorno alla casetta, diretto verso il retro. Nel frattempo, Matteo continuava la lotta contro il comandante.

Dal piccolo appezzamento di terreno sul retro della stalla, vidi giusto in tempo la testa bionda di un soldato scomparire oltre la sommità della collinetta. Allungai il passo e salii il breve pendio quasi a quattro zampe. Arrivai qualche istante prima che avvenisse la tragedia. Con tutta la forza che mi era rimasta nelle gambe, balzai addosso al tedesco. Gli fui sulle spalle con tutto il peso del mio corpo. Ma lui, che era un bestione, rimase in piedi e iniziò subito a cercare di liberarsi dalla mia stretta rifilandomi ripetutamente una serie di gomitate nel costato. Cominciai a vacillare. Mollai la presa e caddi a terra. Mi rialzai un po’ più fiacco. Ero sicuro che non avrei mai retto il confronto diretto contro quell’armadio a quattro ante, ma non avevo altre idee in mente. Così presi la rincorsa e lo placcai per cercare di tirarlo giù. Ma lui, ancora una volta, incredibilmente riuscii a rimanere perfettamente in piedi, rigido come un pilastro. Mi riversò la mossa e mi bloccò le braccia dietro la schiena. Sentii lo scatto di un rumore metallico e qualcosa mi penetrò il fianco. Sentii la lama del coltello conficcata tra le costole. I polmoni si svuotarono in una frazione di secondo come due palloncini. Le forze mi vennero meno, le gambe cedettero e caddi in ginocchio. Sentivo il soffio vitale che pian piano fuoriusciva dal mio corpo. Ma non potevo arrendermi. Cercai di rialzarmi, ma un calcio assestato alla caviglia mi fece rovinare a terra. Per me era quasi giunta la fine.

Ad un tratto, una pietra colpì il tedesco alle spalle e lo tramortì temporaneamente. Nello stesso istante, un Matteo scatenato gli saltò addosso e iniziarono una lotta selvaggia. Ma si trattava ancora di una lotta impari. Tra un gorilla e uno scimpanzè si sapeva chi avrebbe vinto. Il tedesco cominciò a roteare su sé stesso e fece volare Matteo, che nel giro di pochi secondi si ritrovò a rotolare nella terra. Si rialzò quasi subito, come se non avesse accusato il colpo. Prese nuovamente la rincorsa, ma il tedesco nel frattempo aveva sfoderato la pistola. Fece per prendere la mira, ma una pietra scagliata da dietro le sue spalle lo fece sbagliare. Il colpo partì ma la pistola scivolò dalle sue mani.

Eri stata tu, in un tempismo perfetto.

Matteo gli fu di nuovo addosso e ripresero la colluttazione. Sapevo che non avrebbe resistito ancora per molto. La pistola non era caduta tanto distante da me. Iniziai a strisciare. Il dolore al fianco era lancinante. Gli arti erano debilitati, riuscivo a muoverli ma senza averne la percezione. Mi sembrava di essere in un corpo che non era più il mio.

Mancavano ormai pochi centimetri, ma a me sembrarono chilometri. Un’autostrada di sofferenza ad alta velocità mi attraversava i nervi, i tessuti, le ossa, la carne.

Le gambe non rispondevano più ai comandi del cervello, era iniziato l’ammutinamento, partendo dalle zone più periferiche. Allungai il braccio il più possibile. La sfiorai con la punta delle dita.

Intanto, Matteo era stato rovesciato a terra. Le mastodontiche mani del tedesco cingevano l’esile collo di Matteo, che stava per soccombere sotto il peso di quell’energumeno. Urlai dal dolore e dallo sforzo, ma alla fine impugnai la pistola e sparai, senza stare troppo a pensare che quella probabilmente sarebbe stata la mia unica occasione.

Il tedesco si alzò e si tastò il petto. Rimase immobile a fissare la chiazza rossa che si allargava a macchia d’olio sulla sua casacca. Infine, si accasciò.

Era finita. Finalmente era finita. Ma anche per noi.

Matteo mi si fece vicino. Il proiettile sparato dal tedesco l’aveva colpito al petto. L’adrenalina l’aveva reso temporaneamente insensibile. Iniziammo entrambi a tossire sangue. Fu allora che tu ti avvicinasti. Solo parole dolci e rigate dalle lacrime uscirono dalle tue labbra.

– Ora vado a cercare aiuto, resistete vi prego.

Nella mia testa le sue parole risuonavano tremolanti come la fiamma di una candela che si sta per spegnere. Non coglievo più le singole parole, ma solo il colore delle tonalità vocali.

Con una mano stringevo la mano di Matteo, con l’altra tenevo la tua.

Non mi importava più nulla. Ora che tu eri salva tutto il resto non contava. I polmoni mi concessero la grazia di proferire un’ultima frase.

– Là fuori c’è un mondo da vivere.

Matteo sentì e sorrise.

All’improvviso fu tutto nero, come quando una pellicola giunge al termine.

Ma il tempo continuava a scorrere, così come il clima e le stagioni.

Potevo vederlo. Era lo scorrere della vita, della illimitata forza della Natura.

Molti anni dopo, una signora relativamente anziana, ma ancora arzilla e in piena forma fisica, camminava su di un sentiero nel bosco verde scuro di lecci e roveri.

Poco più avanti, una bambina alta la metà di lei, zampettava saltando come una cavalletta, agitando nell’aria un ramoscello con ancora le foglie attaccate.

Terminata la salita, giunsero nei pressi di quel luogo dimenticato da tutti, tranne che da quella vecchietta.

Prima dell’ingresso nella gola, due pietre poste una di fianco all’altra si ergevano come due piccoli Stonehenge.

– Cosa sono nonnina?

– Sono due tombe.

– Perché non ci sono scritti i nomi?

– Perché non si sono mai venuti a sapere.

– Quindi non si sa chi erano?

– Sono stati due valorosi giovani che hanno sacrificato la loro vita per un gesto nobile.

– Che cosa hanno fatto?

– Be, mia dolce nipotina, se non fosse stato per il loro intervento, non sarei qui con te.

Finito di parlare, levò lo sguardo al cielo. Il suo silenzio fu riempito dall’orchestra prodotta dal vento sibilante tra le fitte fronde, in quel maestoso palcoscenico che era la Natura. 

Serie: La Storia non sempre si ripete


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un finale triste, ma, allo stesso tempo, come ha scritto Francesca, che inneggia al futuro e alle sue possibilità.
    Il sacrificio dei due ragazzi l’ha salvata da morte certa, aprendo per lei quel futuro dal quale, paradossalmente, loro stessi provenivano.

  2. finisce bene e finisce male nello stesso tempo, come spesso capita. Il fatto stesso che la vita continui implica che per qualcuno abbia termine.