E nel vento… ancora quella nenia

Isola di Öland – V secolo d.C.

Vento gelido soffiava da nord, mentre l’alba sorgeva.

Sdraiato, fissava il soffitto di legno e paglia che sembrava cantare una nenia in coro con quel vento.

Vento, paglia e legno avevano la voce degli antenati e degli dèi.

Credeva che non avrebbe provato nulla. Freddo, dolore, paura: pensava che si sarebbero dissolti.

Quella cantilena sembrava calmarlo, ma non abbastanza da scordarsi del sacrificio che stava per affrontare.

Il respiro di lei sembrava dare il ritmo a quella nenia.

Osservò i suoi capelli ondulati e selvaggi, che le coprivano il viso. Notò il suo respiro calmo, e quel braccio stretto alla coperta.

S’era addormentata così, piangendo, fino a che, troppo stanca, non aveva trovato pace in un sogno.

Le sfiorò piano la guancia, scostandole i capelli e scoprendole il volto. La sua pelle era candida, delicata.

Aveva giurato di vivere per proteggerla, e ora sentiva di aver tradito quel giuramento.

Incerte, timide, le labbra di lei si distesero in un timido sorriso, sentendo quel tocco così famigliare sulla guancia.

Dormendo, strinse più forte quella coperta, come se cercasse di scaldarsi il cuore.

Si avvicinò a lei «Scappa da qui… verranno a cercarti…» le sussurrò piano all’orecchio.

Lei continuò a dormire, ma girò il viso verso di lui… e cercò quelle labbra che le avevano appena parlato.

Delicato e leggero fu il bacio che si scambiarono.

«Ti amo» sussurrò lei mentre dormiva profondamente.

Sogno che sembrava realtà, o realtà che appariva un sogno?

La cantilena continuava a risuonare solo per lui, e lo chiamava.

Il destino già compiuto era impossibile da cambiare.

Nessuna ferita lo aveva mai lacerato come il dolore di alzarsi da quel letto.

In piedi la guardò, per l’ultima volta, così. Addormentata e bellissima.

Poi la coprì con la coperta più pesante che possedevano, perché non si svegliasse infreddolita.

Mise qualche legno nel fuoco per non permettere al vento freddo di raffreddare le pareti di roccia della loro casa.

Prese il suo scudo e la sua spada, e senza girarsi uscì.

Il vento non sembrava toccarlo. Non lo sentiva, sebbene le sue vesti ne fossero scosse.

Camminò attraverso il villaggio silenzioso che ancora dormiva; da ogni casa uscivano altri che, come, lui avrebbero intrapreso lo stesso viaggio.

Camminavano in silenzio, e per tutti il vento continuava a cantare la stessa nenia. Raggiunsero la scogliera appena fuori dal villaggio.

Guardarono davanti a loro quel mare, scosso dal vento, che sembrava fondersi al cielo.

«Guideremo insieme questo veliero» disse l’uomo più anziano.

Annuirono insieme, e poi si girarono.

Le pire erano pronte: piccole barche di legno, sopra alle quali, stesi come dormissero, erano adagiati i loro corpi.

Avrebbero guardato i propri cari deporre i loro Haugfé , avrebbero consentito loro di sentire la loro presenza e dar loro la sensazione di non dire addio a corpi senza più anima.

Poi, insieme al fuoco di quelle pire, le loro anime sarebbero partite per il Valhalla.

Lui sapeva, come ogni altro guerriero al suo fianco in quell’alba, che i nemici che li avevano uccisi sarebbero presto arrivati al villaggio.

Lente, le persone arrivarono per quell’ultimo saluto.

La vide arrivare. Lacrime le solcavano le guance, e il sorriso con cui l’aveva lasciata mentre dormiva era sparito.

La guardò deporre sul suo petto la coperta che prima stringeva: fu come sentire il suo profumo circondarlo; in quell’istante scoprì che anche le anime possono sentire il cuore sanguinare.

Lei sfiorò le dita di quel corpo, che fredde stringevano la spada ripulita dal sangue dei nemici uccisi.

Fredde le sue mani, più fredde del vento che le schiaffeggiava i capelli.

Poi, per un istante il vento sembrò evitarla e lasciare spazio all’odore di quella pelle che per molte notti l’aveva scaldata.

Lui, invisibile ai suoi occhi, era dietro la sua schiena.

Avrebbe dato la sola cosa che gli era rimasta, la sua anima, pur di poterle parlare un’ultima volta.

Essere morto non era la cosa peggiore. Lasciarla bruciava più del fuoco che a breve avrebbe avvolto la pira.

«La rivedrai …» gli sussurrò il vecchio.

«Troppo presto» rispose. Era consapevole che i Romani non avrebbero perdonato. Che il villaggio avrebbe pagato caro non aver preso il loro oro piegando la testa.

«Speriamo che Odino abbia altri piani per i nostri cari» rispose il vecchio, più come una preghiera.

Doveva proteggerla, doveva vivere per proteggerla…

La nenia risuonava ancora, e le anime dei suoi compagni morti avevano iniziato a cantarla insieme al vento.

Lenta, eppure, troppo veloce, ogni pira iniziò ad essere inghiottita dalle fiamme.

Fra il fumo che si alzava verso il cielo, a lei sembrò di vederlo. In piedi sul ciglio di quella scogliera.

Un battito di ciglia, e non c’era più…

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Discussioni

  1. Complimenti, davvero, per la delicatezza con cui hai saputo raccontare queste scene. Sto cercando le parole giuste per commentare senza rischiare di rovinare il piacere di scoprire la vicenda parola dopo parola agli altri lettori, e non è facile, vorrei dire molto di più. Nota di merito anche per la scelta musicale d’accompagnamento! Io ci vedrei bene anche un “Helvegen” dei Wardruna, che dici? 😉