
ECCOMI
“Buongiorno Francesco, può procedere con la sua presentazione”.
Eccomi.
Ciò dovrebbe implicare che anche tu ci sia, entrambi siamo esseri umani e condividiamo uno stesso destino, per quanto nei tratti possa apparire differente.
Nonostante ciò, il mio esserci, molte volte implica che tu invece non ci sia, che tu non esista, che tu non faccia parte della mia storia.
“Mi scusi, mi ha sentito? Le ho detto che può iniziare con la sua presentazione”.
“Si certo, ero sovrappensiero. Lei non crede che fin da piccoli, negli asili, nelle scuole elementari, ci insegnino che ognuno ha il proprio posto, il proprio banco, il proprio giocattolo, il proprio voto? Tutto ciò può essere giusto, si chiama meritocrazia, ma certe volte il sistema in cui ci troviamo a fare a spallate può essere frustante e crudele; non c’è spazio per tutti. E’ d’accordo con me?”.
“Potremmo discutere dell’argomento una volta che avremo concluso il colloquio di lavoro, la prego di procedere elencando i motivi che l’hanno spinta ad inviare il curriculum, ci sono molti candidati dopo di lei.”
“Non trova interessante il mio punto di vista?”
“Capisce da solo che non è questo il punto, ho degli orari da rispettare che non possono essere variati per un candidato che ha dei ripensamenti.”
“Lei crede che i miei siano ripensamenti?”
“Direi di sì, altrimenti avrebbe seguito la normale procedura.”
“Un appello a scuola ci identifica, allo stesso modo lo fa una chiamata per un posto di lavoro.
Impariamo a nostre spese che esserci significa esserci sempre, ovvero avere costanza, sia negli impegni, lavorativi e non, che nei rapporti interpersonali, che siano di amicizia, amore o di convenienza.
Per poter dire eccomi oggi, è necessario che tu abbia detto eccomi ieri, altrimenti la tua non è una presenza, ma un semplice passaggio, di cui a breve si saranno perse le tracce.”
“Mi ha stufato con questa sua morale spicciola, se ne può pure andare.”
“Beh, arrivederci allora.”
Esco dall’ufficio, salgo in macchina, riflettendo sul perché io mi sia comportato in tal modo di fronte all’opportunità di trovare finalmente un impiego.
“Com’è andato il colloquio di lavoro?”
“Diciamo che in sintesi non mi hanno preso.”
“Mi dispiace, se ti può consolare nemmeno io sono stato preso.”
Tante volte nel corso della vita abbiamo sicuramente sentito l’espressione “siamo tutti nella stessa barca”, ma credo che nessuno di noi si sia mai chiesto perché questa espressione ci dia così tanta sicurezza e tranquillità quando qualcuno, in un momento di ansia e tensione, la pronuncia. Per un momento è come se davvero potessimo dire “eccoci, siamo in due, nessuno dei due deve togliere il posto a qualcun altro”; è come se ci trovassimo in un perfetto equilibrio.
Siamo esseri umani, e come tali ci nutriamo di illusioni e fantasie, illudendoci che davvero per un momento si possa essere accompagnati da qualcun altro durante il nostro viaggio, ma ben presto questa illusione sarà spazzata via. Questo accade perché ognuno farà il proprio colloquio di lavoro, e in un attimo, ci ritroveremo non più sulla stessa barca, ma su due navi nemiche, che si faranno fuoco a vicenda.
Prima ci tendiamo il braccio per non cadere entrambi, e poi con lo stesso facciamo un braccio di ferro, e chi vince potrà dire “eccomi, questo posto è mio.”
Esserci, al posto di un’altra persona, è l’unico modo per potersi davvero distinguere gli uni dagli altri.
“Fra’, stare in silenzio a piangerti addosso non è la soluzione, andiamo a prenderci una birra.”
“Non mi va, me ne torno a casa.”
“Va bene, chiama se ce ne fosse bisogno.”
Ormai è sera, e la mia mente non si dà pace.
Anatomicamente ci presentiamo tutti allo stesso modo, seppure si possa dire che ognuno di noi è unico, i nostri corpi funzionano come un’unica grande macchina. Anche i sentimenti e le sensazioni che proviamo sono le stesse, la differenza sta nel provarne una piuttosto che un’altra, oppure di far prevalere il nostro lato altruistico piuttosto che quello egoistico. Una visione estremamente pessimistica della realtà mostra come invece siano le cose più materialistiche della vita a definirci.
La vera trappola presente nel sistema in cui viviamo, è quella che ti conduce a dire “eccomi” trascurando i tuoi ideali e le persone vicine.
Sarebbe irrealistico credere di vivere senza scendere a compromessi, ma è importante non snaturare il proprio essere, altrimenti invece che “eccomi”, ci troveremmo a dire “eccoti, questo non sei più te”.
Se conquisti un posto senza essere te stesso durante il percorso per ottenerlo, quel posto non sarà mai tuo, per quante bugie tu possa raccontarti.
È dunque meglio occupare una posizione mentendo al proprio io, oppure rimanere sé stessi, correndo il rischio di non occupare quella stessa posizione?
Mentre preparo la cena, commetto l’ultimo errore della giornata, aprire Instagram.
È paradossale come in un mondo che ostenta l’individualità, allo stesso tempo si sia perso il valore di ogni singola persona. Ognuno ha la volontà di raggiungere un successo, uguale a tantissimi altri, solo per poter dire di avercela fatta. All’interno dei social network, una persona con ogni suo post è come se volesse dire a tutti i follower “Eccomi, anche io seguo gli standard di oggi, anche io sono come i vostri idoli, dunque seguitemi e supportatemi”.
Potremmo dire che l’individualità abbia annientato l’unicità di un individuo, finendo per comprimere la società all’interno di un egoismo che non lascia spazio alla possibilità di fallire e di mostrarsi fragili.
Viviamo un confronto continuo con la nostra coscienza, ogni volta che ci troveremo a dire “Eccomi”, o che qualcuno ci costringerà a farlo, dovremo decidere quale parte di noi mostrare e offrire a chi ci sta intorno.
E se non potremo mai dire “Eccomi”, almeno dovremmo avere il coraggio di dire “Non ci sono”, piuttosto che rimanere in silenzio.
È proprio nel momento in cui rimarrai in silenzio che non ci sarai più, e sarai morto.
“Perché stamattina mi sono comportato così? Non arrivo a fine mese. Al colloquio di domani scenderò a compromessi.”
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Hai messo tanta carne sul fuoco in un solo testo, sviluppando gli argomenti trattati ne sarebbe potuta uscire una mini-serie.
Riflessioni interessanti, a mio parere, che inducono il lettorea un confronto tra la propria opinione e quella del protagonista (immagino che sia anche la tua).
C’è la scuola: veniamo educati al mondo del lavoro fin da piccoli. Il banco è il posto che occuperai nell’azienda, i voti la tua paga a cottimo. La campanella scandisce il tuo tempo, come la sirena in fabbrica.
C’è la meritocrazia: bella parola, vero? No. La parola nacque in senso negativo nel 1958, dalla penna di uno scrittore inglese. Meritocrazia… Dunque se sei povero è colpa tua.
C’è la competizione. Siamo impregnati di competizione, sgomitiamo per tutto. La libertà dell’individuo diventa individualismo. Dovremmo insegnare ai nostri figli la cooperazione, invece li educhiamo a lottare fra loro.
Il compromesso, si. Perché in una società che esalta l’individualismo si è soli, quando la si pensa “diversamente”. Non ci si omologheràai del tutto (spero per me), ma è necessario scendere a patti.
Grazie per la tua analisi del testo, l’ho trovata davvero molto interessante, e hai colto il messaggio.
Una buona prova, a mio parere, soprattutto per il fatto che non è mai facile parlare di sé, neanche quando ci celiamo dietro a un nostro personaggio. Ci vuole sempre cuore.
Grazie