Effimera tranquillità

Serie: Planavamo a stento


Pochi giorni dopo la nostra incursione al Dipartimento finalmente la situazione si sbloccò e il professore tornò e fissò gli esami. Noi fummo naturalmente ammessi con un ottimo voto e riuscimmo a fare un buon orale e superare quindi l’esame, io con 27 e Carlo con 25.

Quell’incredibile incursione in territorio nemico rinforzò ancora la nostra unione e ci diede sicurezza di riuscire a procedere proprio nel momento più buio in cui ci era sembrato di affondare definitivamente. Così, nei mesi successivi, iniziammo le lezioni del secondo anno e nel frattempo riuscimmo a dare l’esame di disegno e cominciammo a sentirci meno in pericolo. A lezione eravamo meno della metà dell’anno precedente, visto che molti avevano abbandonato, soprattutto coloro che sembravano più integrati e meglio attrezzati di noi per affrontare quel corso di studi.

Un giorno di dicembre al bar della facoltà incontrammo Ugo, lo studente modello, già sicuro del suo percorso nelle prime lezioni del primo anno. Sembrava spaesato e frastornato, e quando ci vide si fermò malvolentieri.

Noi lo salutammo e gli chiedemmo come andava e lui rispose: “Sono venuto per fare la rinuncia agli studi in segreteria”.

Ci guardò un attimo, in modo ansioso, come per interpretare le nostre reazioni, poi continuò: “Ho deciso di cominciare a lavorare come agente immobiliare nell’agenzia di mio zio”.

Carlo lo guardò stupito e gli chiese: “Perché hai preso questa decisione? Tu avevi una grandissima motivazione per fare Ingegneria”.

Lui inspirò e sembrò tutto a un tratto ritrovare convinzione e rispose: “Guarda, ho capito che nel settore immobiliare si può fare molta più carriera. Ora è un momento di boom incredibile e i guadagni sono subito alti, molto di più di quelli di un ingegnere che esce dall’Università, senza contare tutti gli anni che bisogna passare sui libri”.

Ci guardò per capire se quei suoi discorsi ci avevano impressionato e aggiunse: “Vi ci vorranno ancora sei o sette anni per finire e per quella volta io ormai avrò una posizione solida in un’agenzia leader”.

Aveva riacquisito sicurezza e cercava di mantenere l’atteggiamento spavaldo e sicuro che aveva sempre ostentato nelle lezioni del primo anno.

Questo mi infastidii e così gli chiesi: “Scusa, Ugo, ma tu quanti esami hai dato finora?”

Lui rispose evasivo: “Guarda, ho praticamente pronto Analisi e ormai sarebbe proprio una formalità superarlo con un ottimo voto, ma ora preferisco partire subito con questa opportunità”.

Non mi piaceva il suo atteggiamento, il suo tentativo di sembrare sempre perfettamente padrone delle situazioni, anche quando era chiaro che le difficoltà che stavamo affrontando tutti avevano demolito anche lui fino alle fondamenta.

Così lo incalzai, come se fosse un interrogatorio: “E gli altri esami? Quanti ne hai dati?”

Lui guardò verso l’ingresso, sembrava voler trovare il modo di scappare dalle nostre domande, esitò un po’ e balbettò qualcosa e alla fine disse: “Ma no, guarda non ne ho dato nessuno perché ci tenevo molto a concentrarmi su Analisi e farlo bene, perché è l’esame più importante e, fatto quello, gli altri sono una discesa”.

“Però allora come si spiega che ti ho visto a uno degli scritti di Geometria?”

“Ah sì, mi ricordo”, disse un po’ spiazzato dalla mia domanda e non sapendo bene come svicolare senza doversi contraddire.

Dopo una pausa e qualche altro balbettio, disse: “Ero solo andato a prendere il compito d’esame perché mi poteva servire dopo”.

Seguì una pausa in cui rimanemmo qualche secondo senza parlare e lui sembrava di nuovo insicuro, continuava a mettere e togliere le mani di tasca e a spostare il peso da un piede all’altro e alla fine parve voler approfittare di quella pausa per fuggire: “Guardate, mi dispiace, ma devo proprio andare perché proprio oggi pomeriggio comincio il mio lavoro in agenzia e non posso proprio far tardi”.

Ci salutò velocemente e mentre si allontanava mi sembrò meno sfrontato e le spalle un po’ curve davano un’impressione di insicurezza che contrastava con quanto aveva cercato di mostrare con le sue parole piene di certezze.

La sensazione di effimera tranquillità che provavamo fu presto incrinata da continui timori di naufragio. L’anno dopo riuscimmo a dare tre esami fra la sessione estiva e quella autunnale: non era un risultato entusiasmante e ci dava la sensazione di procedere come in mezzo alla neve alta dove per quanto facessimo un’enorme fatica la strada percorsa era sempre troppo breve e provavamo la sensazione di perdere costantemente terreno. In realtà anche l’anno dopo gli studenti a lezione erano ancora diminuiti, anche se ormai non avevamo più la sensazione di stare in una classe della scuola perché tutto tendeva a mischiarsi e sempre più spesso vedevamo qualcuno degli anni successivi al nostro che aveva lasciato indietro quel corso.

Di quelli del nostro corso, solamente tre o quattro studenti erano riusciti a rimanere in pari con gli esami, ma ormai li vedevamo poco perché già avevano cominciato a seguire altri corsi che noi avevamo lasciato perché dovevamo finire ancora degli esami dei primi due anni.

In autunno ci iscrivemmo al terzo anno, anche se ancora ci mancavano quattro esami, ma contavamo di riuscire a superarne un paio fra quella sessione e quella di febbraio: dovevamo seguire alcuni dei corsi del nuovo anno, materie che cominciavano a essere meno astratte a giudicare dal nome e dai temi che trattavano.

Ma quando cominciammo a frequentare le lezioni ci accorgemmo che, anche se trattavano di argomenti più applicativi, macchine, meccanica applicata, tecnologia meccanica, avevano poi sempre un approccio molto astratto. A me tuttavia questo non dispiaceva, dato che ero sempre poco attratto dagli aspetti pratici e continuavo ad appassionarmi sempre di più agli approfondimenti teorici: pian piano capivo che quello che mi appassionava erano le materie che trattavano di un aspetto pratico, ma ne derivavano i principi fisici in un continuo processo di astrazione fino ad arrivare alle trattazioni matematiche sempre più complesse.

Carlo invece soffriva questo tipo di procedimenti, faceva fatica a seguire i ragionamenti teorici e le astrazioni matematiche e sopperiva a questo limite con la memoria e con una forte motivazione sperando di arrivare infine in un campo a lui più congeniale dove si sarebbe potuto dedicare allo studio di quei velivoli che lo appassionavano tanto.

Io invece non sapevo bene dove volevo arrivare, mi dedicavo allo studio degli esami cercando di evitare il pensiero di cosa avrei veramente voluto fare nella vita: del resto quegli esami da superare erano ancora così tanti che favorivano la mia tendenza a rimandare il momento di una scelta concreta che mi sembrava impossibile guidato come ero solo da vaghe predisposizioni per i singoli metodi di qualche materia che studiavo.

Come al solito i nostri piani cominciarono a traballare come piccole barche in una forte tempesta e Analisi 2, l’esame della sessione autunnale, non riuscimmo a passarlo e lo dovemmo perciò ritentare a febbraio quando lo superammo con voti discreti.

Non riuscimmo a gioirne più di tanto, perché la sensazione di perdere terreno non ci lasciava mai: ci sembrava di correre con le gambe legate e ci sentivamo sempre in ritardo sulle scadenze che ci davamo.

Per il resto la nostra vita continuava incontrandoci con gli altri amici del gruppo la sera in centro, con gli appuntamenti sportivi, o puntando di volta in volta qualche ragazza degli ultimi anni del liceo che vedevamo uscire da scuola la mattina quando ci incontravamo nei bar del centro. Nei fine settimana cercavamo di imbucarci in qualche festa organizzata da qualcuna di queste ragazze, e pian piano fra i ragazzi del nostro gruppo di amici e le quelle liceali si cominciarono a formare delle coppie e questo facilitò la trasformazione del gruppo di amici in un gruppo misto e le uscite insieme divennero meno goliardiche e piene di conversazioni tranquille e con meno tensioni verso la ricerca perenne di nuove conoscenze e opportunità.

Anche io e Carlo avemmo delle storie con due di queste ragazze e per qualche mese questo ci diede un diversivo dal pensiero degli esami.

Continuavamo a condividere le nostre lunghe chiacchierate e a volte immergevamo nella nostra realtà quotidiana qualche particolare di qualche libro, o di qualche fumetto, che avevamo letto. Così la ragazza che Carlo corteggiava e che aveva un cognome straniero, di qualche paese dell’est, diventava una principessa di una famiglia russa in disgrazia, che poteva essere uscita da una storia di Corto Maltese. Creavamo queste finzioni per gioco e poi cercavamo di comportarci come i personaggi che avevamo amato in quelle storie e di provare in parte le emozioni di quelle vicende incredibili. Le nostre vite tranquille da ragazzi di provincia non ci davano insoddisfazione, perché ci sembrava che avremmo ancora potuto fare tutto appena avessimo raggiunto gli obiettivi di studio che stavamo perseguendo e queste versioni che inserivamo nella nostra vita anticipavano quello che sarebbe avvenuto qualche anno dopo e ci avrebbero condotto a realizzare vite come quelle.

Serie: Planavamo a stento


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Discussioni

    1. Ti ringrazio del commento, Cristiana, in realtà, come ho già detto, sto pubblicando qui la prima parte di questo progetto, ma la suddivisione in episodi e stagioni è avvenuta casualmente frutto delle regole del sito: sono contento quindi che questo episodio figuri bene alla fine della stagione

    1. Comunque sono contento che tu ti sia ritrovato perché vuol dire che le descrizioni erano efficaci.
      Il tema del romanzo che ho in mente non è l’università, dato che questa deve essere solo un particolare per descrivere come l’amicizia nasca tra le altre cose da esperienze comuni e difficoltà affrontate insieme, soprattutto quando si è giovani. Ho usato l’università perché conoscevo questa esperienza, ma se fossi stato più bravo avrei potuto inventare situazioni differenti.
      Però volendo scrivere per la prima volta un romanzo mi sono reso conto che avevo molte difficoltà da affrontare e quindi ho voluto eliminare quella di inventare situazioni meno conosciute e renderle coerenti e realistiche.
      Voi avete affrontato queste scelte? Come le avete risolte?

    2. Ti capisco, è un po’ difficile uscire da quello che si conosce e dalla propria esperienza. Io faccio un mix, prendo sempre spunto dalla mia vita ma aggiungo più o meno fantasia. L’immaginazione è essenziale e immedesimarsi può essere molto difficile, ma diventa più facile se pensi ai personaggi come tuoi amici o persone conoscenti, se gli dai anche un po’ di te stesso, e questo mi aiuta nelle ambientazioni storiche e diverse dal mio quotidiano, come possono essere stati i racconti che ho ambientato in Afghanistan e Ucraina.