Ella che riflette nello Specchio, morte apparente.

Di primo acchito la giornata sembrava portare con sé il gelo di fine inverno.

Il sole delle 6:20, timido s’appoggia sul colle tuscolano, la vista del pacchetto di Benson sul comodino mi invita ad osservare, anziché immaginare i colori. Esco.

Il calore delle 11:35, impetuoso s’affaccia dai palazzi.

Pressante il sole sulla mia schiena nera, mi chiedo come sarebbe la sua mano che ricopre il mio collo scoperto.

Scorre tiepida sulla linea delle mie ali, tarpate.

Sorseggio il mio cappuccio.

Suonano nell’anticamera del mio pensiero tasti dolenti di ricordi antiquati, attaccata al passato.

Scorro fredda la mano sui solchi di dolore, la manica nasconde l’errore eterno di una vita di pienezza.

Il violaceo delle vene soppresse mi grida, implora la mia assuefazione di gioia apparente.

Il braccio scritturato in una lingua di segni, di lettere che possono essere solo che comprese da mani vissute.

L’ultima dozzina di tagli raccontano, parlano, di come nell’assenza di ragione, il corpo sia solo una riflessione,

uno specchio, di ciò che dentro è più privato.

Eppure, la denuncia della pelle, stanca di venir lacerata da lacrime taglienti, riecheggia nel pensiero del cambiamento.

Pretende assente di essere lasciata in pace, ma lo stupro di una lama arriva quando meno te lo aspetti.

Quando diventa un’abitudine, l’usurpazione delle carni si trasforma in un piacere obbligatorio.

Nel perire di quei giorni ricordo la continuità dei solchi sempre più numerosi dei tempi passati. La coerenza con cui concludevo i miei 20 versi di china rossa, si sono trasformarti in una routine gradevole. Prima del riposo notturno, che mai sonno era, se non una pallida imitazione; ero solita cenare con i miei, per poi addormentarmi con il sapore ferroso.

Il secco tessuto si incatena alla pelle.

Tendo la mano per sciacquare le fragole succose di polpa rossa, una goccia cade. Lo sguardo di mia madre si posa sul polso adornato da braccialetti, coprono lo sbaglio di una ragazzina.

Successivamente negli anni lo sbaglio cambiò forma.

Gioia nel dolore profondo, fuoriesce dai miei occhi. Iniettati d’una follia riflessa nello sguardo della prossima a me.

Esso, fin troppo leale, mostra la ragazza.

La mutaforma mi sorride, ormai sono abituata a vederla, anche se non riesco mai a riconoscerla. Ogni giorno ha uno sguardo diverso, un volto diverso, prende la forma della mia paura giornaliera.

Oggi m’è parsa assente, certe volte non mi guarda, si ritira nel momento di una distrazione.

Odio quando mi sfugge, odio quando non mi guarda nell’anima.

Immobile la scruto, completamente ferma freme di andarsene, non tiene più a sentire il mio giudizio.

Il bruciore del taglio mio le fa fare una smorfia, l’acqua fredda non le piace più.

Di una notte indefinita, d’un orario indefinito, ci diamo appuntamento, solito bagno, solito riflesso. Ma ella non mi rivolse neanche un saluto.

La stavo osservando, mi disturba come cerca di allontanarmi dalla sua mano. La porto così ad accarezzarmi il volto rigato da un sorriso nostalgico. Lei non lo vuole più, nega.

La carezza si trasforma, una morsa di dolore, riga con le unghie i miei zigomi tesi.

Percorro la linea dei graffi, sono di un rosato acceso. Mi portano nel vuoto del suo sguardo, che s’incupisce piano piano, al ritmo della lama che placida attraversa la carne.

Sono paralizzata, finalmente i nostri sguardi si incatenano. Non riesco a distogliere l’attenzione, arde nella retina la catena che ci tiene. Il mio ritratto di dolore balla dinanzi a me. Mi invita ad avvicinarmi, mi prende per le spalle, piano s’aggiusta in un abbraccio caldo, più stringe, più mi sento a casa.

Vengo cullata nella stretta del respiro assente, le braccia ancora macchiate, cingono la mia vita sempre più fine. Fino all’esalazione del respiro ultimo, m’accascio a terra.

Lo spazio triangolare sul pavimento a pois , creatosi dalla formazione del mio cesso, mi invita a sdraiarmi.

Lei, non più visibile, si riflette nitida nell’immagine del mio pensiero.

M’invita a voltare il mio sguardo verso il sinistro, che trasparente zampilla di vita.

La doccia sembra una fontana di speranze svanite.

Lo scarico rimuove gli indizi dell’attento avvenuto.

Perdo lentamente i sensi tra i colori, che sembrano sussurrarmi canti mortiferi.

Il sapore ferroso di quella scena mi lascia un retrogusto amaro.

Per niente sazia dello spettacolo angosciante, osservo inerme il sipario calarsi.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Guendalina, hai scelto un tema doloroso e delicato. Per questo e per il tuo invito a leggere sono arrivata fino alla fine della storia, ma lo stile non mi è piaciuto. Credo che la potenza di quello che volevi comunicare non sia arrivata per come meritava, almeno a me. In ogni caso, leggerò volentieri qualcos’altro di tuo.

  2. Tutto pensavo tranne leggere di colle Tuscolano… a volte, quando hai qualcosa vicina ogni giorno, probabilmente te ne sfugge la poesia.

    Di nuovo una difficile recensione, ho letto il testo tre volte, ci ho pensato un po su.

    Gwen, sei molto molto brava. Attenzione però che non basta per esserlo davvero. Le potenzialità insite in queste righe sono straordinarie: ma se mi costringi a tornare indietro ogni dieci secondi, qualcosa si perde. Il contenuto è splendido, la forma discutibile per il mio modesto parere. Attenzione, è assolutamente corretta, direi impeccabile. Ma una quantità di aggettivi eccessiva guasta, tanto per iniziare. Poi ci sono dei salti di tempi verbali, a questo punto voglio credere che siano voluti ma no, anche qui confondono.

    Ora, poichè la tua visuale è peculiare, originale, sorprendente, il mio consiglio è fare un passo indietro, perchè la tua forma verrà: impercettibilmente la forma si formerà. Oppure non ci ho capito nulla, e allora lascio il posto ai filosofi.

    Hai tanto dentro, tanto, un gradino più su di un’infinità di altri. Brava… wow!

  3. Un racconto molto faticoso perché mentre lo leggi senti il peso di quanto narrato, come se avessi addosso una sorta di responsabilità. Una scrittura particolare, didascalica, a tratti poetica. Davvero bello e originale il tema della ‘mutaforma’ di quell’altro noi che non riconosciamo più. Il finale è straziante e, immagino, non facile da immaginare e mettere sulla carta, eppure, ottimamente riuscito.

  4. Questo racconto da voce a una sofferenza profonda, che trasforma il dolore in poesia. La “mutaforma” mi sembra che incarni la dissociazione, quel confine sfumato tra ciò che siamo e ciò che sentiamo. Il linguaggio crudo e delicato, secondo me, restituisce dignità al dolore, chiudendo la scena in una solitudine struggente, come una tragedia senza spettatori.
    Molto bello, soprattutto il modo in cui è stato scritto, complimenti!!