Emma Hu – Divertimento Fatale (Parte 2)
Serie: Emma Hu
- Episodio 1: Emma Hu – Divertimento Fatale (Parte 1)
- Episodio 2: Emma Hu – Divertimento Fatale (Parte 2)
STAGIONE 1
Vienna illuminava con la torcia del cellulare la recinzione che circondava lo Spreepark, mentre Emma trafficava per trovare un pertugio per introdursi nel parco. Era sera inoltrata e, sulla strada, avevano incontrato solamente qualche tossicodipendente nei pressi della stazione e qualche coppia appartata sulle panchine del Parco Treptower. Finalmente Emma passò dall’altra parte della recinzione: accese la torcia sul suo cellulare e, verificando di avere a portata di mano lo spray al peperoncino che le aveva premurosamente procurato Vienna, si tuffò nel buio. Le attrazioni cigolavano sinistramente sotto le spinte del vento tanto che, complice l’aria fredda e umida delle notti di inizio primavera, fecero rabbrividire Emma. All’improvviso ricevette dei messaggi da Vienna.
“Abbiamo compagnia.
Un ragazzo sta provando a entrare nel parco. Gli amici lo aspettano fuori.
Ha trovato l’apertura da cui sei entrata tu!
Entra anche lui!”
Emma spense la torcia del telefono e si nascose in una delle tazze giganti di una giostra. Mentre aspettava nel buio e nel silenzio, ripensò alle immagini che aveva visto del parco quando era ancora in funzione. Era stato l’unico parco divertimenti di tutta la Germania Est e di Berlino fino a che, dopo l’apertura all’occidente e la riunificazione delle due Germanie, cadde in rovina. Emma si chiese se dall’alto della ruota panoramica fosse stato possibile vedere al di là del muro e se quel po’ di felicità che si poteva provare in un parco divertimenti fosse sufficiente ad allontanare i timori della Guerra Fredda.
Un grido la distolse dai suoi pensieri. Si alzò immediatamente e d’istinto gli corse incontro, ma più gli si avvicinava più le sembrava che esso si allontanasse. L’urlo proveniva da un luogo chiuso ed era come se rimbalzasse su delle pareti fredde. Raggiunto l’esterno di una sala degli specchi, Emma si arrestò per riprendere fiato e cercare di individuare la provenienza dell’urlo che andava facendosi sempre più flebile. Proveniva proprio dall’interno della sala. Rispose alla videochiamata preoccupata di Vienna, annunciandole il suo ingresso nella sala incriminata.
«Hai lo spray al peperoncino che ti ho dato?»
«Sempre con me» confermò, tastando la tasca del giubbotto di pelle.
«Bene. I ragazzi qua fuori non sembrano ancora aver inteso la gravità della situazione, ma quando se ne renderanno conto…»
Vienna lasciò cadere in sospeso le parole e si raccomandò con l’amica di fare attenzione.
L’urlo si interruppe non appena Emma mise piede all’interno della stanza degli specchi. Era inutile cercare di tenere la torcia accesa: la luce rimbalzava sugli specchi accecando e disorientando. Emma fece dei respiri profondi mentre, immobile, cercava di abituare lo sguardo al buio. Si muoveva lentamente, per lo più a tentoni sperando di non inciampare in vetri rotti o peggio. Cercava di mantenere il contatto con la parete di specchi e a un tratto percepì una vibrazione provenire da essa, prima ancora di udirne il tintinnio. Si mise in ascolto.
Una sorta di rimbombo, come un battito ovattato, sembrava provenire da dietro la parete.
Poi un grido.
Si mise a camminare più velocemente, abbracciando il buio invece di contrastarlo, lasciandosi condurre dai sensi allertati. Raggiunse un rigonfiamento nella parete e istintivamente premette quello che si rivelò essere un pulsante. Una debole luce verdognola tremolò nell’oscurità, illuminando la stanza di specchi deformanti. Disorientata, osservò le diverse variazioni di se stessa: ora vedeva i suoi piedi ribaltati all’altezza degli occhi; ora una mano gigante sembrava colpirla dall’alto. Un centinaio di bocche minuscole sembravano deriderla, mentre inghiottivano una miniatura di se stessa. Chiunque abbia progettato questa stanza, pensò, non aveva intenzioni ludiche. Dei gemiti la distrassero e, chiusi gli occhi, fu in grado di udire distintamente e dei singhiozzi irregolari che provenivano dalla stanza adiacente.
Trovò un ragazzo accovacciato, le gambe strette tra le braccia e il volto affondato nelle ginocchia. Quando vide Emma, ebbe un sussulto e il suo respiro si fece ancora più affannoso, ma non fu in grado di muoversi.
«Non avere paura. Sono solo specchi» spiegò, indicando i riflessi lugubri che li circondavano.
«La s-stanza… sembra restringersi. Io n-non respiro.»
«È un effetto ottico. Vieni, usciamo da qui.»
Emma lo prese per mano e lo guidò a ritroso sui propri passi, verso l’ingresso, ma lui la fermò.
«Non si torna indietro. Ci ho provato, ci ho già provato, ma di lì non si va.»
«Possiamo solo andare avanti, dunque.»
Si fece strada come aveva fatto precedentemente, tastando le pareti fino all’uscita. Non appena si trovarono all’aria aperta, il ragazzo si lasciò cadere a terra, lo sguardo rivolto al cielo nuvoloso. Poi la ringraziò per averlo aiutato a superare l’attacco di panico e averlo condotto fuori.
«Perché sei entrato lì?»
«Io- una stupidaggine, una scommessa con degli amici. Soltanto che poi-»
Un suono lugubre lo interruppe.
«Ancora questo rimbombo. Che diavolo è?» domandò Emma spazientita.
«Parla.»
Emma osservò il ragazzo con sguardo interrogativo.
«Non è un rimbombo: è una voce. Parla ma non capisco cosa dice. Il mio tedesco non è molto buono.»
Emma accompagnò il ragazzo fuori dal parco, dove Vienna la aspettava angosciata.
«Ti ho chiamata una decina di volte, si può sapere dov’eri finita?» la rimproverò. «Mi sono mangiata tutte le unghie di una mano: me la paghi tu la manicure adesso.»
«Ero in un labirinto di specchi, forse non prendeva il telefono.»
Ricongiuntosi ai suoi amici, il ragazzo si dileguò velocemente insieme a loro, temendo che Emma fosse una poliziotta e che li avrebbe arrestati. Mentre Vienna elencava tutti i motivi per cui l’amica non sarebbe dovuta addentrarsi da sola al buio nel labirinto di specchi, Emma la trascinò all’interno del parco. Le fece segno di fare silenzio e di stare in ascolto.
«Non sento nulla» sentenziò Vienna ancora stizzita dal comportamento dell’amica. L’espressione sul volto di Emma le fece capire che non avrebbe lasciato andare la questione così facilmente. L’indagine era ancora aperta.
Serie: Emma Hu
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Vienna e Emma funzionano benissimo come coppia, e quel finale aperto lascia una voglia irresistibile di sapere cosa parla dentro quelle pareti
Mi ha convinta soprattutto la parte ambientata nella sala degli specchi. Hai reso molto bene l’aspetto delle deformazioni e hai creato un clima angosciante, sebbene appena venato di ironia.
L’idea di fondo è interessante, leggerò senz’altro il seguito.
Fra l’altro, considerato il riferimento alla guerra fredda, mi sono domandata se aver scelto Berlino Est come sfondo della tua storia non abbia a sua volta un significato.