Esperienze in Jiading
Serie: IL TRASFERTISTA
- Episodio 1: IL PRIMO GRANDE VIAGGIO
- Episodio 2: IL PRIMO GRANDE VIAGGIO – ZIBO
- Episodio 3: IL PRIMO GRANDE VIAGGIO – SHANGHAI
- Episodio 4: CANTIERE DI JIADIN il primo giorno
- Episodio 5: Esperienze in Jiading
STAGIONE 1
Mi alzai piuttosto presto svegliato sia dal fervore delle sottostanti attività commerciali, sia dal suono di un fischietto che, un insegnante di educazione fisica insufflava a pieni polmoni.
Di rimpetto alla guest house c’era infatti una scuola secondaria e, ogni mattino, alle sei precise e al ritmo cadenzato di quello zufolo, quelle truppe di studenti in divisa dovevano salutare il sole.
Sembrava che l’insegnante, tra i fischi e i primi raggi dell’alba, volesse dissolvere in quelle giovani leve, sia il torpore sia gli improbabili sogni della notte.
Ad ogni risveglio mi sembrava di vivere in un cinema senza intervallo dove la stessa pellicola, dopo essere stata riavvolta sulla bobina inferiore, ricominciava da capo, come se per errore il proiezionista l’avesse giuntata trasformandola in una striscia di Möbius.
Anche per me ricominciava una nuova giornata e lasciata la mia stanza, presi a scendere le scale verso la contrassegnata canteen dove mi avrebbe atteso la solita ciotola di riso.
Un insolito profumo dolciastro, come quello che ti avvolge quando entri in una pasticceria, si faceva sempre più intenso, ad ogni gradino che scendevo.
Arrivato all’ingresso del salone, con mia graditissima sorpresa, vidi nel centro tavola un cabaret di fumanti krapfen.
Non potevo credere ai miei occhi; mi sembrava di assistere ad un miracolo e l’acquolina mi si fece in bocca.
Dal bollitore versai dell’acqua bollente in una tazza di ceramica per poterci sciogliere del latte liofilizzato, poi presi a sedere di fronte all’interprete Sindy che si era appena portata alla bocca uno dei fumanti Krapfen.
Anch’io ne presi uno, ma lo riposi immediatamente su un piattino. Era decisamente incandescente.
Vedendo che mi ero scottato le dita, Sindy mi abbozzò un sorrisino, come di ammonimento per non aver utilizzato i chopsticks.
Le sue abili manine stringevano saldamente il krapfen tra gli apici delle bacchette, poi con poco celato rumore di suzione, estrasse dalla fumante pastella una zampa di gallina.
Mi venne un colpo allo stomaco e con esso terminò immediatamente anche la mia colazione.
Da lì a poco e ancora stomacato dal prezioso contenuto del bombolone, mi ritrovai nuovamente in cantiere.
Dopo il solito rito del caffè liofilizzato trangugiato tra il fumo della Malboro di Franco, raggiunsi la WDS dove la mia squadra mi stava attendendo.
Mr. Lee era in prima fila e con il suo solito ghigno stampigliato tra le scarne ossa delle lunghe mandibole, sembrava volermi rimproverare il ritardo.
Forse ero io che mi ero fatto di lui una brutta opinione, ma quel ghigno mi dava proprio fastidio.
Chiaramente, Mr. Lee, sentendosi completamente privato dell’ascia del potere, non era molto contento.
A volte tentavo di coinvolgerlo, lasciandogli il compito d’impartire gli ordini al gruppo di lavoro.
Questo avveniva dopo che l’arguto amico “funghetto” sommessamente gli aveva trasmesso le mie intenzioni.
È così! In certe situazioni bisogna avere tatto e lasciare spazio agli inutili politici di sentirsi tali. Ad intelligenza emotiva non ero messo male e spesso mi serviva a capire, con largo anticipo, quale carta giocare per portare avanti i lavori.
Giorno dopo giorno imparavo tanti nuovi vocaboli e strane curiosità.
Una di queste, mi aveva colpito particolarmente vedendoli gesticolare. Erano in grado di contare fino a dieci muovendo alternativamente le dita di una sola mano.
Oltre al problema linguistico, le difficoltà in cantiere erano tante.
Infatti, dovevo fare i conti con utensili di fortuna e materiali mancanti che qualche scribacchino dell’ufficio acquisti in Italia non aveva considerato.
Gli elettricisti cinesi usavano coltelli da cucina in sostituzione delle mancanti pinze spela-cavi.
Anche i cacciaviti erano spesso ricavati da scarti di elettrodi delle saldatrici, successivamente appiattiti e rifiniti con lima e martello.
Malgrado tutto, i lavori procedevano velocemente e le giornate in cantiere non davano certamente modo di annoiarsi.
Purtroppo la cucina della guest house era pessima e pretendere un’alternativa alla ciotola di riso e alle solite verdure e arachidi era tecnicamente impossibile.
Raramente la sera uscivamo in gruppo alla ricerca di viveri di conforto o con la falsa speranza di trovare un buon ristorante, ma la piccola cittadina aveva ben poco da offrire.
Una sera riuscimmo a trovare un ristorante abbastanza decoroso ma il dopo cena, quando ci presentarono un conto troppo gonfiato, si trasformò in una rissa.
Mosso da infinita curiosità, nelle serate che gli altri rimanevano rinchiusi a giocare a carte, io evadevo da quel carcere.
Il cancello era sempre chiuso e il guardiano spesso si assopiva o faceva finta d’esserlo per impedirci di uscire.
All’epoca la mia agilità era tale che, come un gatto, balzavo sul muro evitando di tagliarmi sugli aguzzi vetri posti alla sua sommità. In barba al guardiano, in men che non si dica ero già in strada.
Non ricordo bene in che modo, ma anche senza il cellulare riuscivo a stabilire un unto di incontro con il mio amico elettricista.
Mi portava in uno squallido karaoke, dove cinesi ubriachi cantavano a squarciagola canzoni popolari.
Tra le birre e le continue sigarette offerte in segno di amicizia, la serata velocemente si sgretolava.
Tendenzialmente facevo rientro prima della mezzanotte.
Per evitare d’affrontare il pericoloso muro da mezzo alticcio, picchiavo ripetutamente la porta della guardiola con la speranza che venisse ad aprirmi il cancello.
Il poveretto si svegliava di soprassalto e, tutto rintronato, veniva ad aprirmi brontolando frasi incomprensibili.
La settimana lavorativa ormai volgeva al termine e il fine settimana era alle porte.
Il venerdì sera era il momento che ci veniva concesso di chiamare casa.
Potevamo farlo solo una volta a settimana e con un tempo limite di cinque minuti.
L’unico telefono utilizzabile si trovava chiuso in un androne al secondo piano. Un addetto cinese, con un grosso mazzo di chiavi, veniva puntualissimo ad aprirci la porta di quella sorta di call center.
Dopo aver consumato la solita ciotola di riso e poco più, a turno salivamo per telefonare.
Quello era per tutti un momento decisamente speciale; per un attimo, almeno mentalmente, ritornavi a casa.
Oggi siamo sempre connessi e pur essendo dall’altra parte del mondo con facilità possiamo fare una videochiamata e vedere su un piccolo display quello che invece al tempo la mia mente avrebbe avrebbe dovuto sognare ad occhi aperti.
Serie: IL TRASFERTISTA
- Episodio 1: IL PRIMO GRANDE VIAGGIO
- Episodio 2: IL PRIMO GRANDE VIAGGIO – ZIBO
- Episodio 3: IL PRIMO GRANDE VIAGGIO – SHANGHAI
- Episodio 4: CANTIERE DI JIADIN il primo giorno
- Episodio 5: Esperienze in Jiading
Discussioni