
Felicità Imperfetta
La città di Neopoli scintillava come un gioiello nella notte, con i suoi grattacieli che si protendevano verso le stelle, a testimonianza del progresso e delle conquiste umane. Le strade sottostanti erano piene di persone, i cui volti erano illuminati dalle pubblicità e dagli schermi olografici che fiancheggiavano gli edifici. Nell’aria si sentiva il ronzio delle automobili e il chiacchiericcio di voci eccitate. Era una città vivace e vibrante, un’utopia in cui la depressione, l’ansia e la tristezza erano un ricordo del passato.
In questo mondo, tutti avevano accesso alle tecnologie più recenti, compreso il progresso più all’avanguardia di tutti: lo scanner cerebrale. Sviluppato dalla famosa neuroscienziata Ava Thompson, lo scanner cerebrale prometteva di rivoluzionare il modo in cui le persone vivevano la loro vita. Si trattava di una macchina in grado di alterare i ricordi, eliminando le esperienze negative o indesiderate e sostituendole con esperienze felici e gioiose. Era la chiave per un’esistenza davvero perfetta.
E, in una serata come tante altre, i cittadini di Neopoli attendevano con ansia il loro turno nello scanner cerebrale. Uno dopo l’altro si misero in fila davanti all’elegante edificio argentato che ospitava gli scanner. A ciascuno veniva assegnata una fascia oraria, accuratamente selezionata dal computer centrale. Per quella sera era il turno di Ria Patel.
Ria si mise in fila, emozionata e anche un po’ in ansia per l’attesa. Aveva aspettato quel momento per tutto il giorno, desiderosa di cancellare il ricordo che la perseguitava da settimane. Era il ricordo della morte di sua madre, un tragico incidente che aveva lasciato in Ria un profondo senso di colpa e tristezza. Ma, finalmente, si sarebbe liberata da quel dolore.
Entrando nell’edificio, Ria non poté fare a meno di provare un senso di stupore. Le pareti erano di vetro e offrivano una magnifica vista sul paesaggio urbano esterno. I pavimenti erano lucidati a specchio e riflettevano le luci degli schermi. Era un luogo dove regnavano la meraviglia e la perfezione, un tempio della tecnologia.
Fu condotta in una piccola stanza bianca dove l’attendeva una macchina elegante e argentata. Si trattava dello scanner cerebrale, le cui braccia lunghe e sottili si protendevano verso di lei come a volerla abbracciare con impazienza. Ria fece un respiro profondo e salì sulla macchina, sdraiandosi e appoggiando la schiena. Le braccia dello scanner si chiusero intorno a lei, fissandola e tenendola in posizione.
“Benvenuta, Ria Patel”, disse una voce robotica. “Si rilassi e chiuda gli occhi. Lo scanner si occuperà del resto”.
Chiuse gli occhi e fece un respiro profondo. Sentiva la macchina ronzare, i suoi sensori scansionavano le onde cerebrali e analizzavano i suoi ricordi. Era una sensazione strana, come un milione di piccole dita che sfioravano la sua mente.
Mentre lo scanner lavorava, Ria si sentì invadere da un senso di calma. Poteva sentire tutte le emozioni negative del ricordo della morte di sua madre svanire lentamente, sostituite da una sensazione di calore e felicità. Era come se il ricordo venisse riscritto, trasformato in un momento felice anziché tragico.
Per le ore successive, Ria si ritrovò a muoversi dentro e fuori dalla propria coscienza, mentre lo scanner faceva il suo lavoro. Vedeva sprazzi della sua vita: momenti felici con la madre, la sua infanzia e persino la recente gita al mare con gli amici. Era come se la macchina stesse ricostruendo una versione perfetta della sua vita, senza alcun dolore o sofferenza.
Alla fine le braccia dello scanner si ritrassero e Ria aprì gli occhi. Provò un senso di leggerezza, come se un pesante fardello le fosse stato tolto dalle spalle.
“Congratulazioni, Ria Patel”, disse la voce robotica. “La modifica della sua memoria è stata completata. Ora è libera dai ricordi negativi”.
Ria si alzò a sedere, con un ampio sorriso sul volto. Si sentiva come se si fosse tolta un peso dal petto. Non vedeva l’ora di uscire e vivere la sua nuova vita perfetta.
Quando uscì dall’edificio, fu accolta dalla vista della città in tutto il suo splendore. Le insegne sembravano più luminose, le strade più vivaci e la gente più felice. Era come se l’intera città si crogiolasse nel bagliore di un’esistenza priva di problemi.
Ria si avviò verso casa, mentre il ricordo della morte di sua madre si allontanava sempre più dalla sua mente. Non provava altro che gioia e soddisfazione, circondata dalla bellezza di Neopoli.
Ma una sera, mentre era a letto, non poté fare a meno di provare una forte sensazione di disagio. Non riusciva a spiegarlo, ma c’era qualcosa che non andava. Era come se mancasse una parte di lei, qualcosa che era stato cancellato insieme al ricordo della morte di sua madre.
Ma allontanò subito quei pensieri. Dopo tutto, ora viveva in un mondo perfetto, libero dal peso dei ricordi negativi. Cosa poteva chiedere di più?
La mattina dopo, si svegliò sentendosi rinfrescata e ringiovanita. Si preparò per il lavoro e si diresse verso l’ufficio, sentendosi più energica di quanto non fosse mai stata da settimane. Mentre camminava per le strade affollate, non poté fare a meno di notare i sorrisi sui volti di tutti. Era come se l’intera città fosse sotto un incantesimo e vivesse in uno stato di assoluta felicità.
Ma quando entrò nell’edificio che ospitava il suo ufficio, notò uno strano episodio. Un gruppo di persone era riunito intorno a un uomo che sembrava in difficoltà. Il suo volto era contorto dal dolore e piangeva in modo incontrollato.
Confusa, si diresse verso il gruppo, chiedendosi che cosa potesse aver causato il crollo di quell’uomo in un luogo pubblico. Avvicinandosi, notò che l’uomo stringeva tra le mani un piccolo apparecchio: una versione ridotta dello scanner cerebrale.
Il cuore di Ria ebbe un sussulto quando capì cosa stava succedendo. L’uomo doveva aver subito una modifica della memoria e qualcosa era andato storto. E qualcuno era intervenuto. O aveva provato a farlo. Ma come poteva essere? Lo scanner avrebbe dovuto eliminare tutte le emozioni negative, lasciando solo felicità e gioia.
Ma mentre l’uomo continuava a singhiozzare, Ria non poté negare la sensazione di disagio che aleggiava in fondo alla sua mente. Non riusciva a togliersi di dosso il pensiero che, forse, ci potesse essere qualcosa che non andava nella tecnologia di modifica della memoria.
Con il passare dei giorni, non poté fare a meno di notare che sempre più persone mostravano comportamenti simili: intense crisi emotive, scoppi d’ira e inspiegabili attacchi di tristezza. Era come se il mondo perfetto di Neopoli si stesse lentamente disgregando.
Ma ogni volta che cercava di esprimere le sue preoccupazioni, riceveva la stessa risposta: “Ma viviamo in un’utopia, Ria. Come si può essere infelici qui?”
Frustrata e confusa, non riusciva a togliersi di dosso la sensazione che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato nella tecnologia di modifica della memoria. Non riusciva a capire come qualcosa che avrebbe dovuto portare felicità e gioia alle persone potesse causare un disagio emotivo così intenso.
E poi, un giorno, tutto crollò.
Ria si trovava in un bar con le sue amiche, a bere una tazza di caffè e a discutere dei loro piani per il fine settimana. Ma quando bevve un sorso della sua bevanda, una marea di ricordi le tornarono alla mente: la morte della madre, la sua infanzia e tutti i momenti che erano stati cancellati dalla sua mente.
In preda al panico, corse fuori dal bar, con la mente in preda alla confusione e alla paura. Non riusciva a capire cosa le stesse succedendo. La modifica della memoria non era andata a buon fine? I suoi ricordi erano in qualche modo riaffiorati?
Ma mentre tornava al suo appartamento, si rese conto della verità. La tecnologia di modifica della memoria era difettosa, imperfetta. Non cancellava i ricordi negativi, ma si limitava a sopprimerli, lasciandoli incancrenire nel profondo della mente delle persone.
E ora, quei ricordi soppressi stavano affiorando, causando un’intensa agitazione emotiva nei cittadini di Neopoli.
Ria non poteva crederci. Il mondo perfetto che aveva sempre sognato non era altro che una menzogna. E, peggio ancora, ora era intrappolata in una società in cui le persone non erano in grado di gestire le proprie emozioni negative, di elaborare il proprio dolore e la propria sofferenza.
Non poté fare a meno di provare un senso di disperazione e di mancanza di speranza. La tecnologia di modifica della memoria aveva promesso di eliminare la depressione, l’ansia e la tristezza, ma aveva, a sua volta, creato una società di individui emotivamente paralizzati.
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Un racconto intriso di un profondo significato allegorico.
Molto bella e tagliente la frase finale, che, forse, riassume il senso del tutto.
Bel racconto, ben scritto e piacevole da leggere. Il topos che ho percepito più intensamente io, leggendolo, è quello “canonico” (ma affrontato a modo tuo, originale) della società che impone l’uniformità e la non-ribellione attraverso l’atarassia, e convincendo i cittadini “che è per il loro bene”. In passato l’argomento è stato trattato, ad esempio, parlando di droghe di stato o di altri espedienti, ma venticinque anni fa i fratelli Wachowski (poi diventate sorelle Wachowski) hanno diretto un film che ha cambiato in qualche modo il genere: Matrix.
Chissà se qualcuno ricorda ancora la frase che Neo si sente dire da Morpheus:
“Sei qui perché intuisci qualcosa che non riesci a spiegarti. Senti solo che c’è. È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra, nel mondo. Non sai bene di che si tratta ma l’avverti. È un chiodo fisso nel cervello. Da diventarci matto.”
Ciao Giancarlo. C’è qualcosa che non quadra davvero nel mondo intorno a me. Qualcosa di doloroso. Ti ringrazio della lettura e del commento.
Spesso quando scriviamo a esprimiamo un dolore. È terapeutico. Una volta si diceva che i canarini cantano quando soffrono.
E allora sto cantando. A squarciagola
Allora il prossimo passo è spremere un po’ di quel dolore fra le pagine che scrivi, una goccia alla volta, e lasciarlo lì fra le parole, per non tenerlo dentro a generarne altro.
Hai avuto per il tema del tuo racconto un’idea tanto originale quanto oramai purtroppo diffusa. Il disperato tentativo di raggiungere la perfetta felicità che oramai ci attanaglia tutti. Quella incapacità di accettare le sconfitte, il dolore, la frustrazione che non appartiene solamente al mondo dei giovani, come vogliono farci pensare, bensì a tutti i maniera trasversale. Eppure la serenità sta proprio nel mezzo, nella capacità di equilibrare le negatività con quello di buono che ci accade. La serenità sta nel saper accettare una sconfitta e al contempo godere di un risultato positivo. Certamente non è ciò cui vogliono che aspiriamo e ci mettono continuamente fra le mani l’idea che la felicità si raggiunga con l’affanno ad arraffare quello che luccica. Ho davvero letto volentieri il tuo racconto che mi ha fatto molto pensare. La prima parte è accurata e scritta veramente bene, la seconda, forse, un pochino affrettata, ma credo dipenda sempre dalla necessità che abbiamo di stare nei giusti tempi.
Ciao Cristiana. I limiti sono sempre quelli. Le 1.500 parole da una parte e la mia incapacità (attuale) a creare, portare avanti e terminare una serie (dove sicuramente potrei “viaggiare” più tranquillo e non a 100 all’ora). Felicità, serenità, equilibrio. Non si comprano. Credo non si conquistino neppure. E da qualche parte qualcuno l’ha capito.
In realtà Neopoli è la società di oggi, e lo scanner cerebrale i social e il mondo dello spettacolo il cui scopo sembra essere quello di allontanare le persone dalla realtà. Ma il dolore è sempre lì, dove lo hai lasciato.
Ci sono delle interessanti metafore, o almeno così sembra 🙂
Le metafore sono tante. Una delle tante è la necessità di essere felici per forza. Perché mostrare la propria infelicità può essere visto come un segno di debolezza (e di soggetto da evitare). Ma ci si indebolisce fingendo, in realtà.
Le tue storie (almeno quelle che ho letto finora) hanno il sapore di sogni o di fiabe, ma tra le righe ci sono messaggi profondi. Questa, in particolare mi ha colpito tantissimo, forse perché mi risuona a livello personale. Si può soffocare il dolore, ma solo per un po’. Fingere che non ci sia causa una sofferenza ancora maggiore e, prima o poi, si è costretti a farci i conti. Bravo!
Ciao Melania. Questo racconto, in particolare (ma ce ne sono altri), nasce da un mio dolore profondo e dal desiderio che possa finire in qualche modo. Anche ricorrendo a rimedi estremi. Ma non si può soffocare la sofferenza…perché finisce per soffocare noi.
Mi dispiace molto per il tuo dolore. Di sicuro, già guardarlo in faccia è un passo importante. E usarlo per scrivere è un ulteriore passo per affrontarlo.