Ferchiurem

Serie: Il figlio delle fate


Quindi, lo sguardo dell’anziana si spostò dapprima su Martino, poi su Arturo. Gli occhi del ragazzino, leggermente abbassati, cercavano di sfuggire a quello sguardo indagatore che si stava soffermando un po’ troppo su di lui.

L’anziana, il cui nome era Ferchiurem, aveva condotto Martino, Arturo e Moderna presso un’ imponente sequoia. Sul fusto dell’albero c’era una piccola porta a forma di cerchio che Ferchiurem spalancò dopo aver girato una minuscola chiave d’argento nella toppa.

«Vi prego, entrate nella mia dimora» disse gentilmente la vecchia signora.

Rassicurati dalla presenza di Moderna, i bambini attraversarono la soglia senza esitazione.

Una volta dentro, si ritrovarono circondati da una luce bianca e intensa ma non abbagliante. Arturo pareva esserne ipnotizzato, come la stessa Ferchiurem, d’altronde. La stanza sembrava infinitamente grande nonostante fosse all’interno di un albero.

Un profumo delizioso di miele e altre prelibatezze riempì l’aria. Al centro della stanza, su un piccolo tavolo, c’erano un piatto di biscotti appena sfornati e una tazza di tè fumante. Era come se qualcuno avesse previsto il loro arrivo e li avesse preparati proprio per loro. Attraverso la piccola finestra si potevano scorgere altri siticauni seduti sui rami, assorti nell’ammirare la luce del sole mentre intonavano i loro canti.

«È con i nostri canti che catturiamo la luce del sole, la rendiamo più intensa e la facciamo entrare persino nelle nostre abitazioni» spiegò Ferchiurem.

Gli ospiti si accomodarono e Ferchiurem adornò la tavola con fiori di campo e posate scintillanti, disponendo tutto secondo un ordine rigoroso. Mentre i biscotti erano i protagonisti della tavolata, Ferchiurem aggiunse altre prelibatezze come insalata di frutta fresca, marmellata di colore vermiglio e miele dorato.

Martino non volle perdere tempo e, con voce gentile, chiese alla vecchietta se avesse visto la sua mamma, spiegandole che si era avventurato nella Foresta Verde apposta per cercarla. Ferchiurem, nonostante sembrasse ancora persa nella luce abbagliante della sua stessa casa, scosse la testa con un sorriso gentile.

«Nessuna umana è passata da queste parti di recente» rispose serafica l’anziana. Dopodiché posò nuovamente il suo sguardo su Arturo.

«Dimmi ragazzo» continuò la vecchia «da dove vieni? E chi sono i tuoi genitori?»

Arturo, confuso riguardo alle proprie origini, confessò di non conoscere le sue vere radici e ipotizzò di essere stato scambiato con un bambino umano da una fata ad Asprapetra.

Ferchiurem aggrottò la fronte. A quel punto Moderna intervenne con la sua voce meccanica.

«Arturo fa riferimento alla “Leggenda dei figli delle fate”. Si narra, infatti, che le fate, invidiose della perfezione degli esseri umani, rapiscano i loro bambini sostituendoli… »

Mentre Moderna andava avanti con l’asettica spiegazione, Ferchiurem scoppiò in una strana risata, simile al dolce tintinnio di tanti campanellini.

«Incredibile» disse la siticauna «al di fuori della Foresta Verde si crede ancora in questa assurda leggenda».

Arturo fissò i pugni che teneva stretti sulle ginocchia. Il suo lungo silenzio imbarazzato fu interrotto da Martino,

il quale urlò indignato: «Che importa da dove viene o chi sono i suoi genitori? È solo un bugiardo».

Arturo lo guardò stranito.

«Perché mi chiami bugiardo?»

«Perché è quello che sei! Mi hai convinto a venire fin qui perché dicevi di sentire la mamma e di essere convinto che fosse venuta nella Foresta Verde. E invece non è vero niente!»

Premendo le dita sugli occhi nell’inutile tentativo di trattenere le lacrime, Martino si alzò e si avviò verso un’altra sezione della casa di Ferchiurem.

Oltrepassato uno stretto corridoio, trovò una stanza con pareti adornate da dipinti di flessuosi rami ritorti e fiori, mentre delle piccole lanterne fatte di foglie creavano una luce soffusa, diversa da quella delle stanze precedenti. Un imponente letto a forma di foglia al centro della stanza era ornato da morbide coperte e cuscini color lavanda. Sulle mensole, c’erano piccole sculture di creature della foresta e bottigliette contenenti polveri dalle tinte più diverse. Quello che più colpì Martino, però, fu la parete intorno alla finestra.

Lì si potevano vedere delle parole incise, scritte in caratteri che il piccolo non riusciva a decifrare.

Sulla parte sinistra della parete i simboli erano più grandi e disposti in modo irregolare mentre, man mano che si procedeva verso destra, la scrittura diventava più piccola e uniforme. Martino non poté fare a meno di notare che le parole sull’estremità destra avevano dei tratti più aggressivi, irregolari e veloci e delle linee spezzate, taglienti e caotiche.

«Questa era la camera da letto della mia Miriaraicte» disse una voce alle spalle di Martino.

Ferchiurem avanzò a passi lenti verso di lui, poi allungò il suo indice nodoso e lo puntò verso le parole a sinistra della parete.

«Queste» spiegò Ferchiurem «sono le prime parole che mia figlia ha inciso qui. Raccontano di avventure fantastiche che Miriaraicte sognava di fare in groppa a un cavallo alato».

Poi il dito di Ferchiurem indicò le parole al centro.

«Queste invece le ha scritte quando era un po’ più grande. Non sognava più di cavalli alati, ma fantasticava di diventare, un giorno, una persona importante, magari mettendo tutte le conoscenze acquisite durante i suoi anni di studio al servizio di sua maestà il re.»

«E queste?» chiese Martino indicando le ultime parole «Cosa significano?»

Gli occhi di Ferchiurem divennero più tristi, ma non incontrarono mai quelli di Martino. Sembrava che per l’anziana il bambino fosse invisibile. La sua risposta fu semplicemente: «Rabbia».

Martino fissò quelle ultime incisioni. La sua mente cercava di penetrare in quei solchi profondi. Nel frattempo Ferchiurem proseguì nel suo racconto.

«Quando anni fa scoppiò la guerra tra Caturanga e Sciatrania, molti giovani Siticauni furono arruolati nell’esercito del nostro regno. Miriaraicte era orgogliosa di rispondere aĺl’appello del re e prendere parte alla spedizione. Tuttavia, quando lei tornò qui dopo la fine della guerra, non era più la ragazza ottimista e sognatrice di prima.»

Martino tornò a guardare verso la sala da pranzo. Arturo aveva il viso gonfio e arrossato, come capitava sempre dopo che aveva pianto. Moderna, invece, era seduta composta, con le mani rigidamente poggiate sulle gambe e gli occhi che fissavano il vuoto. Nel frattempo, Ferchiurem continuava a spiegare.

«Era arrabbiata con gli umani perché non la trattavano come una di loro. Era arrabbiata con il re perché l’aveva illusa, facendole credere di combattere per una guerra giusta. Era arrabbiata persino con me perché l’avevo fatta nascere diversa dalla maggior parte dei cittadini di Caturanga. A un certo punto è andata via di qui e non l’ho più rivista.»

Martino continuò a sfiorare con il polpastrello dell’indice destro quei solchi. Gli sembrava che a poco a poco assorbissero la sua di rabbia, facendola defluire dalla sua mente. Si chiedeva se anche Miriaraicte avesse lasciato la sua rabbia lì, in quella stanza, e se in qualche modo avesse ritrovato la pace là fuori, da qualche parte.

«Non hai mai pensato di cercarla?» chiese all’anziana.

«No» rispose Ferchiurem con lo sguardo che vagava da una parte all’altra della stanza «perché la sentivo».

Martino cominciò a sbuffare e brontolare spazientito. Era stufo di sentir parlare di quelle presunte sensazioni che permettevano di entrare in contatto con persone scomparse. Quelle di Arturo comunque si erano rivelate fallaci. O forse no. Non ci capiva più niente.

«Non ho mai potuto avvertire le sue emozioni da quando è andata via» aggiunse Ferchiurem «ma sentivo che c’era, in un luogo sconosciuto pervaso dalla musica di strani strumenti musicali e da risate di bambini. Si era adattata a vivere al di fuori di questa terra. E questo mi bastava».

La fata poggiò dolcemente una mano sulla testa di Martino, poi la ritrasse come se quel gesto potesse essere inopportuno. Con voce tremula e lieve disse: «Forse so come aiutarvi».

Serie: Il figlio delle fate


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

    1. La serie si chiama “Il figlio delle fate”. Non è ancora completa, ma se hai piacere potresti leggerla dall’inizio, mi farebbe piacere avere un feedback sull’intera storia.