
Fiction
Serie: A Strange Effect
- Episodio 1: Fiction
- Episodio 2: Les amoureux de bancs publics
- Episodio 3: Lili Marleen
- Episodio 4: I Wanna Be Adored
STAGIONE 1
Una sera autunnale si spiegava per le strade della città: l’odore delle foglie inumidite dalla pioggia si faceva prepotentemente spazio nelle narici dei passanti, dandogli primi assaggi nostalgici della stagione dove tutto muore, mentre gli alberi, cornice perfetta negli scorci da imboccare per raggiungere la propria abitazione, il luogo di lavoro, o per qualsiasi attività di ristoro, si spogliavano della vegetazione restante, aiutate dai primi venti pungenti.
Tra la folla che si muoveva a passo svelto, destreggiandosi tra le auto parcheggiate asimmetricamente e coloro intenti a fissare le vetrine, Imogen si muoveva a passo lento, avvolta nel suo cappotto, cercando di far trascorrere il tempo analizzando la noia, alla ricerca di un sussulto che la risvegliasse dall’ apatia.
Imboccò una stradina costeggiata da piccole abitazioni basse e colorate che con orgoglio sfoggiavano i rampicanti che risalivano le mura. Si fermò davanti a un vecchio cinema: incastrata tra i portoni di mogano, una porticina anonima si apriva su uno dei posti più vecchi della città, conservando al suo interno una piccola meraviglia che, come Imogen, cercava di vivere a lungo, lasciando trascorrere il tempo lentamente.
Comprò il biglietto al botteghino, uno spazio rinchiuso in quattro lastre di vetro, piene di graffi e di aloni che ne indicavano la trascuratezza e entrò in quell’unica sala, ancora pregna dell’odor di tabacco, capace di catapultare i visitatori in giorni ormai andati, ricordando tempi mai vissuti, in cui era possibile fumare al cinematografo, così si chiamava prima, e incorniciata dalla moquette rossa, che ovattava ogni suono di quel luogo in cui il tempo sembrava essersi fermato. “Chissà quante persone l’avranno calpestata” si domandò la ragazza, scegliendo un posto centrale per godersi a pieno la visione. In ogni suo gesto c’era l’intenzione di volersi elevare a sentimenti più profondi: domandarsi quante persone quella sala avesse visto emozionarsi, quante storie d’amore e quanti incontri furtivi c’erano stati oppure se qualcuno, lì, avesse mai trovato le risposte a delle domande esistenziali, seppur dopo aver visto il frutto della finzione ideata da qualcun altro.
La sala ospitava un centinaio di posti di cui forse una decina erano occupati: qualche nostalgico, qualcuno che ancora sfruttava la discrezione del cinema per nascondere la sua vera realtà di traditore, e poi c’era lei, una donna bionda, avvolta come Imogen in un lungo cappotto nero e un berretto nero. “Insolito” pensò, guardando il mancato abbinamento di stili.
Come un magnete, si sentì attrarre dalla poltrona vuota di fianco a quella della donna: non poté farne a meno. Pensò che non fosse il caso di porsi troppe domande anche perché, se l’avesse fatto, quella visita al cinema non avrebbe avuto senso e non avrebbe tenuto fede alle parole che aveva detto alla sua terapista proprio quel pomeriggio: “cercherò di essere spontanea” e quindi si sedette.
Luci spente, nessuna pubblicità. Tra una tosse di qualcuno e un telefono silenziato di tutta fretta, iniziarono a scorrere i titoli di apertura. Durante la visione, si accorse che la donna al suo fianco di tanto in tanto la guardava da sotto la visiera del berretto così, infastidita, Imogen si girò cercando un contatto visivo: “Mi scusi, ma mi sta pestando il cappotto” disse in un italiano goffo, con cadenza britannica. Imbarazzata, Imogen alzò il piede e le chiese scusa.
Per tutto il resto della durata del film, non cercò più un contatto visivo e non si sentì più osservata fino a quando accadde qualcosa: questa volta si girò lei e vide il volto della donna inclinato verso l’alto: la luce bianca della proiezione ne sottolineava i lineamenti delicati e le labbra sottili, una pelle liscia e giovane, gli angoli della sua bocca mostravano un sorriso emozionato e si facevano bacino delle lacrime che le rigavano quei bellissimi zigomi rosei: era di una bellezza disarmante, nella semplicità di quei lineamenti.
Improvvisamente, iniziò a sentire un calore nel petto e la sensazione che qualcosa di bello stava per accadere: pensò alla libertà e alla semplicità di quel momento e a come, guardare un’estranea, l’avesse fatta sentire un po’ meno morta dentro. D’istinto le prese la mano. La donna si girò non più sorridente e la guardò disorientata, con due grandi occhi color miele. Imogen, d’istinto, cercò di riempire il vuoto imbarazzante dichiarandole il suo nome.
“Mi chiamo Imogen” e la donna, di tutta risposta dichiarò il suo: “Piacere Imogen, il mio nome è Fern”. Rimasero così, per tutto il tempo, mano nella mano, guardando quella vecchia pellicola e, finalmente, Imogen cominciò a piangere, commossa da quella sensazione di libertà ritrovata.
Uscirono dal cinema senza lasciarsi la mano, come se un fil rouge le avesse unite con un nodo ben saldo. S’incamminarono, colpite dal vento e avvolte nei loro cappotti, con i visi illuminati dai lampioni stile liberty.
Arrivarono sul ponte del fiume che divideva in due la città: da lì, la corrente era ancora più forte e il rumore dell’acqua copriva ogni parola pronunciata: si guardarono e cominciarono a ridere.
Nessuna delle due provò più a emettere parola.
Serie: A Strange Effect
- Episodio 1: Fiction
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- Episodio 3: Lili Marleen
- Episodio 4: I Wanna Be Adored
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