Fine

Serie: Triste Natale


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Michele dopo aver seguito le misteriose orme, si ritrova solo e disperato all'interno di un freddo loculo. A questo punto non gli resta che ricordare il passato per sopprimere il futuro.

Osservò per qualche istante la grande nevicata che copriva il mondo intero, sino a quando iniziò a intravedere una pallida e fioca figura che avanzava come sospesa tra le fredde lapidi, affrontando la tormenta che, simile a un candido sipario, sembrava volersi chiudere tra lui e il resto del mondo.

La sfocata sagoma si avvicinò facendosi sempre più nitida, sino a quando l’uomo non riconobbe in essa l’immagine di sua madre. La donna si accovacciò e accarezzò il volto deturpato dell’uomo; il suo tocco era inaspettatamente caldo e portò con sé teneri ricordi, ormai dimenticati nell’enorme caos esistenziale. E il misero senzatetto, con la chiara visione di sua madre nella mente e nell’animo, chiuse gli occhi e sorrise, beandosi di quel dolce tocco materno e sprofondando in un’onirica reminiscenza.

Gli venne alla mente un’istantanea di un Natale lontano, quando era solo un bambino di sei anni in un mondo fatato e la magia la si poteva respirare nell’aria. Era la sera della Vigilia e lui scorrazzava tra le gambe della nonna, con indosso un maglioncino rosso con un’enorme renna cucita sul davanti, fuggendo e ridendo alle finte pistolettate del cugino. Improvvisamente il campanello trillò ed entrarono nel caldo e confortevole salone gli zii e le zie, con le braccia colme di splendidi doni. Frattanto che la combriccola si perdeva in allegri saluti, con il camino che borbottava in sottofondo, lui si diresse in cucina e divorò di nascosto un delizioso mostacciolo; mentre assaporava la granella di mandorle che gli si scioglieva sulla lingua e la sapidità della cannella che gli deliziava il palato, si fermò a spiare dietro lo stipite della porta. Osservò per qualche secondo quella splendida fotografia di vivacità familiare, che si apprestava a onorare la Natività con ossequio e amabilità di spirito.

Poi, colmo di contentezza, si diresse alla finestra e guardò giù in strada, dove il mondo in poche ore aveva immerso tutto nel bianco. Che magnificenza: in quella notte, essere bambini era la cosa più bella di tutte. Incantato da quella suggestiva scena, rimase privo di fiato ad osservare quell’ammaliante universo nivale impregnato di fascinazione. Poi, a un certo punto, gli sembrò di intravedere una confusa figura che si trascinava giù nella via innevata. Con un senso di incredulità pensò a Babbo Natale — non ricordava da dove venisse quel pensiero — anche se non indossava il classico vestito rosso. Forse era lui, senza renne e in incognito, per spiare chi tra i bambini fosse stato buono o cattivo.

Con i riflessi delle lucine di Natale che si riverberavano sul vetro e i lenti fiocchi che continuavano a precipitare, il bambino non riusciva a distinguere bene la forma nella neve, ma distinse chiaramente la figura che alzava la mano in segno di saluto. Preso da un’insensata eccitazione, scarabocchiò con dita tremanti un saluto sulla condensa della finestra, poi poggiò la mano sulla fredda superficie e rimase a scrutarlo ancora un po’, con occhi grandi come Dio. A spezzare l’incantesimo fu sua madre, che lo avvisò che la cena era pronta; quindi, con un leggero rimpianto ma un gentile sorriso sulle labbra, lasciò la forma giù in strada e andò in sala da pranzo.

Si accomodarono tutti: padre, madre, nonni, cugini, sorelle e fratelli. Tutti presero posto intorno alla tavola allestita con succulenti cibi densi di tradizioni, per assaggiare i quali dovevi attendere un intero, lungo anno. E così, con il desco circondato dal calore umano, tra gesti solidali, innocenti risate, reverenze cristiane, spensieratezza e resoconti di ogni tipo, ci si crogiolava nel Natale. Quando ancora il Natale era unione vera e rendeva tutti più umani, e non un mero atto individualista il cui unico scopo è screditare il prossimo. A quell’epoca si era ancora predisposti al sacrificio della generosità.

E così, con il papà seduto alla sua sinistra e la mamma alla sua destra, il bambino si sentiva il più felice della terra, ancora all’oscuro dei neri patimi futuri. Con questa immagine nella testa, che lo cullava come un rassicurante abbraccio materno, mentre si sentiva avvolto in un turbinio di emozioni e un sorriso beato e innocente andava formandosi sulle bianche labbra screpolate, la sua essenza sparì.

Mentre nelle case si festeggiava la mezzanotte, si scambiavano auguri e promesse, si stappava lo spumante e si ingurgitavano fette di panettone brindando con i calici in alto a un futuro migliore; mentre i bambini scartavano impazienti i regali sotto l’albero e sistemavano il Bambin Gesù nel presepe tra il bue e l’asinello; mentre tutto questo aveva luogo, Michele morì. Morì così come era vissuto: nella completa e totale indifferenza della gente.

FINE.

Serie: Triste Natale


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