
Fiori di ciliegio
Le ruote della bici tagliavano in due il rivolo che stava invadendo la via principale del paese, ma lo sciabordio non poteva competere con il frastuono della pioggia che dal cielo, invece di cadere, precipitava a secchi.
Alice pedalava tranquilla, i piedi giravano senza fretta, a ogni pedalata un poco più vicini a quell’acqua che cresceva senza sosta. Il villaggio era buio, le saracinesche abbassate, le persiane chiuse. L’unico segno visibile di affanno, in Alice, era il tentativo di tenere gli occhi aperti contro le intemperie. Non abbaiava nemmeno un cane. O forse sì, ma il diluvio non lasciava spazio a nessun altro suono.
Sulle forcelle posteriori della bici spiccavano dei fiori di ciliegio, un tocco rosa sul nero notte di una bici nera fino ai raggi.
Ed era proprio ai fiori di ciliegio che Alice, pedalando sotto al buio fradicio, stava pensando. Al viaggio in America fatto con i genitori, alla strada in auto da Seattle a Portland in una notte che era diventata giorno perché il giorno era diventato notte; e poi più a sud, direzione California. Ma prima di arrivare sotto il sole e sotto alla paura della vita aveva visto, e sentito, il profumo dei ciliegi in fiore.
Era la fine di marzo e Alice si trovava sprofondata in un dilemma: quale lato del suo primo donut addentare (era ricoperto da glasse di tre colori diversi). Alzò distratta lo sguardo, e rimase folgorata: era sott’acqua, e l’acqua era rosa, e tutto quello che vedeva era rosa: davanti, sopra, e in tutte le direzioni del mondo. E il mondo era un fiore e profumava di pulito e di appena lavato: erano infiniti, i fiori, tantissimi. Ma era anche in cielo, in un cielo spesso e soffice come le nuvole, e quel cielo farciva il mondo, rendeva rosa l’azzurro e rosa il verde dell’erba del parco su cui un po’ di cielo si era posato. Anche il fiume sembrava rosa, laddove si rispecchiavano i ciliegi. Allungando una mano al cielo avrebbe potuto raccogliere manate di petali rosa, se papà l’avesse messa sulle spalle. Quel soffice mondo era un affilato contrasto con il sole a picco sul metallo dei palazzi, e con i garbugli di parole straniere che cercavano di entrarle nelle orecchie. E con il volto di papà, che non guardava i fiori ma i suoi piedi.
Sorrise. Il donut intatto.
Un po’ confusa, Alice pensò che forse era in Giappone, e che, forse, il Giappone era in America; nelle foto del Giappone c’erano sempre fiori come quelli, dappertutto.
Nel presente, un cassonetto sbucò da una via laterale, si tenne in bilico su due ruote e girando su sé stesso superò Alice che non lo degnò di uno sguardo, e andò a piantarsi contro l’edicola della lotteria. Le suole di Alice erano già immerse in acqua. Il cielo non dava segno di cambiare idea. Alice prese un altro sorso di ricordi.
Aveva chiesto alla mamma se fossero fiori Giapponesi, o se fossero in Giappone; papà non le aveva risposto. La mamma, in risposta, le aveva chiesto se non le piacesse il donut, e cosa stava aspettando a mangiarlo. Disse che sarebbero venuti i gabbiani a rubarglielo, se non si fosse sbrigata. Alice ancora non sapeva se fossero in Giappone o in America ma per lei faceva lo stesso: era immersa in un mondo rosa con un profumo di buonissimo, e se i gabbiani volevano un pezzo del suo dolce lei l’avrebbe condiviso. Le piacevano quegli uccelli grandi e rumorosi. In America erano più grandi di quelli di casa loro.
La mamma camminava sull’argine, si guardava intorno in silenzio: un poco il fiume, e un poco gli artisti di strada. C’era un tizio su di una mono-ruota che aveva in spalla una ragazza che aveva in spalla un gatto, e il gatto aveva sulla schiena un pappagallo verde. Alice notò che apparivano rosa pure loro.
Quella sera, in albergo, parlò di fiori e di alberi giapponesi, e di come il Giappone fosse il paese più bello del mondo perché aveva gli alberi più belli del mondo. Nessuno la corresse. Aveva messo una manciata di fiori, raccolta da terra, nella tasca del giubbino, ma quando li aveva presi per annusarli, seduta sul letto dell’albergo, si era trovata in mano una poltiglia giallastra e puzzolente. Rimase allibita da come quei fiori tanto belli e profumati fossero diventati una schifezza viscida e fetida. Ma non importava, Alice aveva deciso: domani sarebbe tornata dai suoi alberi rosa e tutto sarebbe stato ancora perfetto, come lo era sempre quando c’era il sole. Potevano andarci prima di partire per il sud, dove papà aveva detto che tutto si sarebbe sistemato. Bastava andare a sud, al sole. Lontano, aveva detto. Chissà quanti altri alberi avrebbe trovato sotto il sole.
Poi iniziò la pioggia. E la pioggia cadde tutta sera e tutta notte, e il vento soffiò con forza portando il gelo dei monti in città. Alice la guardò dalla finestra dell’albergo: era grossa, pesante e cadeva di sbieco; immaginava il sole di domani e il profumo fresco dei fiori.
Il giorno dopo, invece, i fiori non c’erano più. C’erano acqua, pozzanghere, e c’era fango al posto del prato, e alberi tristi dai boccioli verde limone che la guardavano dai rami spogli. È stata la burrasca, le aveva detto il papà, ha piovuto forte, le aveva spiegato. Alice capiva il vento, e ancora meglio i temporali; ne avevano anche loro, in casa, e ne avevano avuto uno grande e grosso anche la sera prima, mentre pioveva forte. C’era stato un tuono enorme quando il papà aveva urlato e la mamma era uscita senza tornare più; le tempeste le erano familiari. Quello che non capiva, invece, era il tappeto marrone che aveva sotto ai piedi. Sembrava che l’intero cielo di soffici petali rosa fosse caduto, morto sul colpo. Solo un’indistinta poltiglia, marrone come quella trovata nel giubbino. I pochi fiori ancora appesi già cadevano pesanti, senza danze e senza canti. Un percorso netto: dal ramo all’oblio. Peggio, al disgusto. Erano rimasti solo loro due, e Alice non vide mai più fiori tanto soffici e felici. Non vide nemmeno mai più il sole.
Anni dopo, con il primo stipendio, e ad appena quattordici anni, Alice acquistò la bici su cui pedalava. E una lattina di spray, nero notte, con cui la ridipinse. Gli adesivi con i petali di ciliegio, quelli li aveva comprati solo anni dopo, in un negozio cinese di mercanzia varia. Alla loro vista fu sopraffatta dal ricordo di quei giorni e decise di comprarli come antidoto: sperava che, vedendone tutti i giorni i delicati contorni, si sarebbe attenuato l’effetto del veleno. Del marcio.
Ma non era servito e ora capiva il perché. Ora, conosceva la spiegazione di sua madre: veniva da casa sua. Era cambiata, sua mamma, non sapeva più d’estate e di fresco, e i capelli non erano più soffici, ma appiccicosi e spettinati. Aveva impiegato sette anni per trovarla, e altri due per superare l’abisso che c’era tra il suo bisogno di parlarle e il coraggio di farlo.
Alice non sentiva la pioggia. Non vedeva l’alluvione imbestialirsi a ogni lampo e a ogni raffica di vento, Alice stava riavvolgendo il nastro, rianalizzando la scena. Cosa aveva appena visto? E fatto? Ma soprattutto, quali parole aveva usato? Ricordava con chiarezza il cranio di sua madre spezzarsi contro il casco che le aveva scagliato addosso, lo aveva preso dalla mensola lì accanto. Un gesto nato dal dolore e dalla rabbia; Alice finalmente libera. Le aveva dato pace, quel rumore. Quello che non ricordava, invece, erano le parole esatte sua madre, prima di spaccarle il cranio. Erano parole che la ragazzina sotto i fiori di ciliegio non capiva. L’adulta sulla bici sì, ma a lei, ora, non serviva più capire: sapeva cosa fare.
Del padre aveva compreso presto, se non le parole e i gesti, il loro significato. Ma la mamma, la mamma no. La mamma …perché non l’aveva protetta? Perché era andata via, lasciandola a lui? Le aveva davvero dato della puttana? Dell’oscena puttana? Davvero aveva detto che era tutta colpa sua? Era veramente nata dal ventre di un essere che l’accusava, no, che accusava una bambina di otto anni, di averle “rubato il marito con le moine e gli occhioni blu”?
Eppure, Alice sapeva che la perfezione esisteva: l’aveva vissuta, annusata, vi aveva infilato le mani e il cuore. Bellezza e perfezione erano intrinseche della vita. Aveva le prove. Ma poi ricomincia a piovere. Torna sempre, la pioggia. Trasformava il rosa in marrone. Il profumo in fetore. Un prato in fango. Alcuni scappano, quando piove, chiudono le persiane e le porte. Lei non aveva più paura. Aveva scoperto che l’acqua, dopotutto, era solo acqua. Il marrone solo un colore. Erano il dolore e l’odio che andavano fuggiti. Fino alla fine della strada, alla fine del viale, fino a oltre; forse fino a dove l’acqua non si trasforma in fango.
Ma per farlo, prima, doveva lasciarsi affogare.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Sublime e coinvolgente, da leggere tutto d’un fiato. Le descrizioni sono molto evocative, ed i continui contrasti sono davvero il cuore di questa storia. Davvero complimenti!
Un testo soverchiante nelle sue immagini e nei suoi significati. Splendido e doloroso. Complimenti per la tua scrittura, molto fluida e capace di investire con la stessa forza del temporale che hai descritto.
Ciao Simona, il tuo bellissimo racconto potrebbe diventare una poesia dove i colori e le similitudini portano il lettore dall’idillio all’oblio. E’ toccante, romantico e distruttivo allo stesso tempo e la natura ci accompagna attraverso i differenti stati d’animo. Mi hai ricordato la Isabel di Garcia Marquez che se ne sta seduta su una sedia a dondolo fino alla sua morte guardando fuori dalla finestra mentre piove incessantemente su Macondo. Forse, prendilo solo come un suggerimento se vuoi, mi sarebbe piaciuto sapere di meno e immaginare di più. Una via di mezzo fra Isabel, immobile, e la tua protagonista in frenetico movimento sulla sua bicicletta che rivela tutto a chi la legge. Forse però ne sente lei stessa il bisogno, per liberarsi.
Grazie! Lo terrò a mente per altre storie. Vediamo se riesco.
Molto bello questo racconto, poetica la tua descrizione dei fiori poi, come una tempesta che buttare giù i fiori ecco la realtà fatta di un pastone marrone e puzzolente. Ho riletto incredulo la parte finale, con la stessa sorpresa dell’epilogo del precedente racconto. Brava!
Grazie, il tuo commento mi onora profondamente.
Bella l’ immagine della copertina. Bella la musicalita` del ritmo narrativo. Bella la prosa vagamente poetica nella descrizione del rosa. Coinvolgente la continua sospensione fino alle rivelazioni finali. Brava per la tua grande capacita` di stupirci.
Ti ringrazio di cuore, mi onori.