Forza

Serie: I marchi sulla pelle

Resia sedeva composta nella  cella dove era stata scortata. Non c’era stato bisogno di usare la forza, la ragazza si era silenziosamente accomodata e aveva atteso pacata l’esecuzione. Sapeva perfettamente a cosa andava incontro, negli anni di accademia aveva imparato ogni possibile combinazione di causa ed effetto. Le avevano insegnato che per ogni misero passo compiuto, ci sarebbe stato una conseguenza. Non temeva la frusta, era uno dei primi dolori che aveva imparato a sopportare. Tantomeno temeva il fuoco sulla pelle che le avrebbe impresso il primo marchio. L’unico dolore, sarebbe stato il disappunto sul volto del Generale. Lui, Carter Denver, era stata la figura più vicina a una famiglia per lei, l’unico che aveva desiderato prendersene cura. Poco le importava se si fosse trattato di dovere o umanità, se fosse viva e capace di badare a sé stessa lo doveva solo a lui. Sperava di aver agito nel giusto, di aver fatto ciò che l’uomo si aspettasse da lei e che la famiglia Bloom comprendesse cosa si celasse dietro quel gesto. Sospirò alzando gli occhi verso il cielo infuocato, era quasi ora. Poggiò il capo contro la pietra fredda e umida giocherellando con qualche gocciolina gelida che scappava via tra i mattoni. Le tornò in mente Mya. Non aveva mai visto qualcuno disperarsi tanto, versare così tante lacrime da far diventare gli occhi lo stesso colore dei suoi capelli. Eppure, Mya aveva pregato affinché non le si facesse del male, aveva implorato per evitare un qualcosa che sapeva sarebbe accaduto. E quello, proprio non riusciva a spiegarselo. Non comprendeva come quella ragazza desiderasse tanto interagire con lei, senza preoccuparsi delle conseguenze. Le regole del Legame erano chiare e Mya le aveva sempre dato l’impressione di conoscerle. Aveva delle idee al riguardo, ma tutte confluivano nella semplice e sola conclusione che la giovane Lakas fosse solo estremamente immatura.

Il rumore del cardine cigolante delle grate la distrasse dai propri pensieri, mettendo da parte l’intricata matassa che stava prendendo forma nella sua mente e richiamando all’ordine il soldato. Si alzò posizionandosi al fondo della cella, testa alta e mani dietro la schiena. Un soldato entrò in fretta per legarle i polsi e la spintonò fuori in malo modo.

-Questi maledetti sono pericolosi. Stringi più forte quella corda!

L’altro soldato, rimasto nel corridoio dei sotterranei, sputò l’ordine al proprio subordinato che eseguì. Tirò la corda tanto stretta da segnare la pelle, ma Resia non emise un solo suono di disappunto.

-Proprio non capisco come possa essere pericolosa. È una bambina, signore.

-Sono assassini, idiota!- sbraitò tirando uno scappellotto all’altro.

La scortarono tenendole ben salde le spalle e osservando ogni singolo passo, sapevano entrambi che se un Ike avrebbe voluto evadere, loro non avrebbero potuto fare nulla. Giunsero al centro dell’arena, dove li attendeva il Generale Denver, tra le sue mani una lunga frusta marrone. Accanto all’uomo, spiccavano due pilastri di legno dal quale pendevano delle catene e un braciere già in fiamme. I soldati sciolsero le corde che tenevano insieme i polsi di Resia, poi l’abbandonarono al proprio destino correndo fuori. Il Generale guardò la propria adepta con la morte negli occhi, il dolore di chi avrebbe dovuto martoriare una figlia. Non occorsero parole, le loro intenzioni si erano riversate tutte in quei pochi attimi. Distolse le iridi da lei, sollevò il mento e si schiarì la gola.

-Oggi siamo qui per punire l’infrazione della quinta regola da parte di questa Ike. Come previsto dalla sesta regola, riceverà sei colpi di frusta.

Terminato di parlare, Resia tirò i laccetti del corpetto con ordine. Lasciò scivolare il raso fino ad aprirlo completamente e lasciarlo cadere nella sabbia. A torso nudo, si diresse al centro dei due pilastri porgendo i polsi al Generale. Quando le catene si chiusero sulla sua pelle, sollevò lo sguardo verso la platea. Ogni qual volta un Ike veniva punito, giustiziato o marchiato, il popolo accorreva numeroso come fosse una festa. Tra quella folla di sconosciuti futilmente eccitati, trovò il viso disperato di Mya. Lì, seduta con suo padre e Miss Goodhope sotto uno dei baldacchini riservati alle famiglie di un certo rango, avvolta in un mantello e con le guance fradice di lacrime.

-Non distogliere lo sguardo da lei. Deve imparare a comportarsi in maniera adeguata- le sussurrò il Generale.

Resia rispose con un impercettibile cenno del capo e fece come le era stato ordinato; piantò i propri occhi verdi in quelli oro della ragazza. Alle sue spalle avvertì il frusciò della frusta levarsi in aria, lo schiocco contro la schiena e il bruciore sulla pelle, ma non emise un fiato né si mosse di un millimetro. Carter Denver caricò una seconda volta con tutta la forza del proprio braccio, affondando in lei come fosse del burro caldo e quella frusta del pane. Del sangue schizzò via, altro le gocciolò lungo le gambe. Il terzo e quarto colpo arrivarono veloci come un lampo, ma Resia si limitò a stringere i denti e a non abbandonare per un solo istante il volto di Mya. La quinta frustata sembrò ferire più la rossa che l’altra, l’ultima ruppe ogni barriera in Lady Bloom ormai distrutta da quella visione. Scoppiò in un pianto disperato, cercò sostegno in Miss Goodhope, ma la nutrice aveva avuto ordine di lasciare la ragazza ad affogare nel proprio dolore.

Il Generale lanciò lontano la frusta intrisa di sangue, avvicinandosi verso il braciere dove carboni ardenti arroventavano la lunga asta in ferro. Si voltò un solo istante verso la propria adepta, comunicandole con lo sguardo tutto il proprio orgoglio. Resia aveva fatto esattamente ciò che le aveva insegnato; non aveva ceduto al dolore, non aveva mostrato alcuna sofferenza sopportando le frustate in uno stoico silenzio. Ai suoi piedi, una pozza si sangue rosso vivo impastava la sabbia.

-11-19, della famiglia Bloom, riceverà il primo marchio per mano del proprio Lakas!

Mya sgranò gli occhi di fronte a quelle parole, nessuno le aveva detto che sarebbe toccato a lei farlo. Guardò suo padre impietrita dalla paura, ma l’uomo si limitò ad alzarsi dal suo posto e trascinarla al centro dell’arena per un polso.

-Padre! Padre, ti prego! Non posso farlo, ti supplico!

Alater Bloom sembrava impassibile di fronte alla sofferenza della figlia, come fosse fatto di cruda e insensibile roccia.

-Padre! Padre, no! Farò tutto ciò che desideri, ma non questo!

Mya provò a rifiutarsi di muovere un solo passo, pianse tutte le sue lacrime, implorò con quanto fiato avesse in gola, ma l’uomo la trascinò con forza di fronte alla struttura alla quale Resia era incatenata e al Generale.

-Sei sicuro, Alater?- sussurrò Carter Denver.

-È l’unico modo per sperare di responsabilizzarla.

Il Generale annuì una sola volta, contrariato. Non c’era nessuna regola che vietava qualcosa del genere, nessuna che specificasse chi dovesse imprimere il marchio. Quando l’amico gli aveva chiesto di lasciare che fosse Mya a farlo, si era opposto fermamente, ma Lord Bloom si era appellato a una vecchia regola che avevano dimenticato quasi tutti e che ormai difficilmente veniva applicata: se un Ike sbaglia è dovere di un Lakas punirlo. Carter Denver era rimasto fermo sulla propria convinzione che fosse una barbarie quella che volesse compiere contro la figlia, ma si era ritrovato a cedere di fronte allo sguardo addolorato dell’altro. E solo in quel momento comprese che ferire Mya a quel modo le avrebbe fatto capire a pieno i suoi doveri e le sue responsabilità. Quel gesto, quella violenza effettuata per mano propria, sarebbe valso più di qualsiasi altra parola. Quindi, consegnò il ferro incandescente nelle mani della ragazza e sperò che fosse abbastanza forte o che quantomeno si affidasse alla forza di Resia.

-No… vi prego…

Le mani le tremavano come non mai, poteva sentire il calore anche da una distanza di sicurezza. Sollevò lo sguardo su Resia, vedendola appannata per via del maremoto che le inondava il viso. L’Ike la fissava ferma, sicura, come se volesse incoraggiarla a procedere. Guardò il Generale e nelle sue iridi lesse tutt’altro, lesse pietà e compassione. L’uomo le mise una mano sulla schiena e la spinse verso Resia tentando di darle i giusti consigli in quel breve tratto.

-Scegli dove, affonda velocemente fino in fondo, conta fino a tre e poi allontanati. Sii forte, Lady Bloom.

Mya lo guardò come se gli avesse parlato una lingua sconosciuta. Si mosse verso Resia, ma il suo corpo tremava tanto da compiere passi incerti. La guardò negli occhi e altre lacrime si riversarono sul suo viso.

-Mi dispiace…

-Forza!- bisbigliò Resia.

Non le importava se l’avessero sentita, un’altra frustata poteva sopportarla se fosse servito a completare la piccola missione affidatale. Giudò con lo sguardo i movimenti di Mya, indicandole dove marchiare. La ragazza comprese e fece come le era stato detto. Affondò il ferrò incandescente alla destra dell’ombelico, poco sopra i pantaloni e contò fino a tre.

Resia strinse gli occhi, non avrebbe emesso neanche un gemito. Non di fronte a Mya.

Lady Bloom lasciò cadere in terra l’asta, si guardò le mani e corse via disgustata da sé stessa.

Almeno, quell’inciviltà era finita per entrambe.

6) Se un Ike infrange il voto di silenzio, riceverà tante frustate quante parole pronunciate.

Serie: I marchi sulla pelle
  • Episodio 1: Il giorno del Legame
  • Episodio 2: Obbedire
  • Episodio 3: Esistono delle regole
  • Episodio 4: Nel buio 
  • Episodio 5: Sentenza
  • Episodio 6: Forza
  • Episodio 7: Prometto
  • Episodio 8: Iridi color bronzo
  • Episodio 9: Lacrime nell’anima
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    Commenti

    1. Micol Fusca

      Ciao Simona. In questo episodio la percezione di Resia cambia nuovamente. Forse, un po’ di Mya le sta entrando nel sangue, anche se in maniera inconsapevole: ne è la prova il suo ragionare in prigione. Anche la roccia può essere intaccata: una goccia alla volta 😀

      1. Simona Lombardi Post author

        Ciao Micol,
        É bello vederti sempre presente. Resia é contorta e Mya deve crescere.
        A presto,
        S.