
Fototessera
Le sedici e quarantotto.
Il professor Gianenrico Probi guardò ancora lo schermo del suo smartphone, sul quale la chat con gli studenti del corso di Interaction Design era silenziosa ormai da un po’. Aveva atteso fino all’ultimo momento, ma ora era tempo di andar via e bisognava decidersi. Con un’altra, breve occhiata allo schermo si sincerò che l’ultimo commento fosse sempre lo stesso.
«Thank you, Professor» c’era scritto, seguito dall’emoticon delle due mani giunte nel segno internazionale di gratitudine.
Si alzò a fatica dalla sedia su cui era rimasto seduto per le ultime tre ore, raddrizzò la schiena, mosse il collo sentendo scricchiolare le vertebre superiori, si diresse verso la porta di ingresso all’aula, estrasse dal taschino della camicia una fototessera, osservò ancora per pochi, lunghissimi secondi il viso che vi era rappresentato, la lasciò cadere nel profondo bidone di acciaio spazzolato.
Dall’oscurità dell’osceno abisso nel quale li stava abbandonando, sentì gli occhi di quel viso che restavano fissi nei suoi, parlando una lingua che non era sicuro di comprendere. Forse chiedevano aiuto, in silenzio, aspettandosi che lui capisse da solo. Che ne avesse il coraggio e la sensibilità. O forse era tutto una sua suggestione, dettata dalla stanchezza e dalle fantasie senili di un vecchio e noioso docente convinto che, per appartenere ad una categoria culturale, una persona dovesse per forza aderire ad uno stereotipo. Cercò di convincersi di quest’ultima ipotesi e, sospirando, tornò alla cattedra per raccogliere le sue cose.
Era stata una lunga sessione di esami, durata circa otto ore. Di solito l’anziano docente riservava uno spazio circa a metà della giornata per gli esami della materia di quinto anno, in lingua inglese, mentre dedicava il resto del tempo ai ben più numerosi esami per la materia di primo anno.
Si erano presentate in tre su cinque. Accadeva talvolta che qualcuno si iscrivesse e poi, per le cause più disparate, non riuscisse ad essere presente. Le tre ragazze avevano sviluppato un progetto insieme e lo avevano presentato dandosi i turni con grande professionalità e slancio, mostrando un impegno ed una passione persino insoliti. Il motivo di tanta dedizione era divenuto chiaro durante l’esposizione.
Si trattava di tre giovani psicologhe di lingua persiana, che avevano approfondito le grandi difficoltà alle quali molte donne loro conterranee, stabilitesi all’estero, andavano incontro quando cercavano aiuto psicologico. La prima era sicuramente la lingua, che dovendo descrivere – e analizzare – situazioni emozionali difficili e scenari destabilizzanti, poteva costituire una vera barriera. Ma non meno importante era il contesto culturale diverso, che rendeva assai difficile ai consulenti non persiani comprendere e intuire, cogliere senza domandare, certe specifiche situazioni. Inoltre molte donne, in alcune regioni del mondo, dovevano chiedere il permesso al marito o ai genitori per recarsi da uno specialista o anche da un semplice assistente. Situazioni solo apparentemente non comuni nella nostra “madre patria”, pensò il professore, perché, in fondo, in molti piccoli centri urbani e rurali era ancora così anche da noi, senza bisogno di provenire di altri paesi.
Il progetto riguardava un servizio di consulenza psicologica sicuro, privato, economicamente accessibile e curato da persone madrelingua e culturalmente simili alle potenziali utenti, che potesse dare sollievo e sostegno alle donne vittime di violenza in famiglia e fuori. Un servizio con base in un paese terzo ma curato da consulenti persiane per donne persiane.
L’esame del progetto, che normalmente avrebbe richiesto circa mezz’ora, era andato avanti per più di un’ora, con il docente che faceva domande e le tre ragazze che rispondevano con dovizia di particolari e competenza. Nel frattempo, fra le prime file di studentesse e studenti di primo anno che attendevano il proprio turno, si era fatto silenzio. Tutti ascoltavano, improvvisamente consapevoli.
Durante l’esame erano stati toccati argomenti importanti di carattere sociale, come la violenza contro le donne e l’identità di genere, e nel frattempo il professore aveva notato che, delle tre studentesse, una sola portava l’hijab. Sembrava la più taciturna, eppure doveva aver svolto gran parte del lavoro e, quando parlava, era sicuramente la più precisa nelle risposte. Interiormente, si era dato del razzista pieno di pregiudizi anche solo per aver notato quella differenza.
A fine esame Probi si era congratulato tutt’e tre e aveva annunciato che la prova era valsa loro il massimo del punteggio. Le ragazze avevano ringraziato e si erano accomiatate, e dopo qualche istante l’esame per gli studenti di primo anno era ripreso, con un po’ di verve in più di prima e tanta pazienza.
Solo alcuni minuti più tardi, mentre il suo sguardo vagava per l’aula davanti a lui, l’uomo aveva notato, per terra vicino ad un banco, una fototessera. Incuriosito, si era alzato per raccoglierla.
Si trattava della foto di una delle tre studentesse persiane che avevano appena sostenuto l’esame. I suoi occhi chiari, limpidi come quelli di una bambina ma con la profondità e la triste consapevolezza di chi ha già visto tanto, il viso pulito, l’hijab accuratamente avvolto attorno alla testa e adagiato sulle spalle avevano consentito al professore di riconoscere subito la ragazza. Era tornato a sedersi alla cattedra ed aveva poggiato la fotografia accanto alla tastiera del computer, supponendo che, se fosse stato necessario, la ragazza l’avrebbe cercata e trovata. Le fototessera in genere servivano per documenti ufficiali e quello era il periodo dell’anno in cui si rinnovavano i visti di soggiorno temporaneo.
Di lì a poco, però, aveva avuto un ripensamento e aveva inviato un messaggio sulla chat del corso, cui tutti gli studenti e le studentesse erano iscritti. Il messaggio, in inglese, suonava più o meno così:
“Una di voi ha smarrito in aula quest’oggi, durante gli esami, una fototessera. Sarò in aula ancora per qualche ora, poi posso lasciare la foto qui sul tavolo o buttarla via, se la persona ritratta nella foto preferisce così, per evitare che qualcuno possa appropriarsene.”
Si trattava di un messaggio che sarebbe sembrato eccessivo a una studentessa italiana. Lui però aveva imparato negli anni ad avere particolare cura per le persone di altre culture.
Una risposta non aveva tardato ad arrivare. Una delle tre giovani psicologhe, che il professore riconobbe dal nome, aveva chiesto assai educatamente che la foto fosse conservata nel cassetto della scrivania, perché lei sarebbe passata la mattina dopo a ritirarla. Soddisfatto, Probi aveva risposto affermativamente e aveva riposto la fotografia nel cassetto, poi era tornato a dedicarsi all’autolesionistica pratica di ascoltare le contorte ed surreali risposte che ricevevano le sue banalissime domande d’esame.
Un paio d’ore dopo, infine, un nuovo messaggio si era aggiunto nella chat con gli studenti.
In un inglese compito, chiedeva gentilmente che il professore non lasciasse la fotografia nel cassetto, ma la buttasse via in modo che non restasse a disposizione di chiunque, visto che la ragazza ritratta non sarebbe riuscita a tornare per riprenderla.
L’anziano docente si era preoccupato. Dopo qualche esitazione, si era offerto di sigillare la fotografia in una busta e lasciarla in segreteria. La studentessa però aveva risposto che non sapeva se e quando avrebbe potuto ritirare la busta, quindi aveva insistito affinché il professore distruggesse la fotografia. Lui aveva immediatamente risposto che avrebbe senza dubbio operato come richiesto, ricevendone un sentito ringraziamento.
Così, a fine giornata, dopo che l’ultimo studente ebbe terminato il suo esame e dopo aver controllato ancora una volta il suo smartphone, il professor Probi si alzò, con fatica, e andò a buttare la fototessera nel bidone vicino alla porta, con quella sensazione opprimente di colpa e negligenza che lo pervadeva e lo soffocava.
E puntualmente pochi giorni dopo, come in un incubo orrendo, i telegiornali e le principali testate giornalistiche diedero l’assurda notizia. Il professore rivide davanti a sé la fototessera, evidentemente la gemella di quella che lui aveva gettato, incollata sul passaporto della ragazza, mostrata a tutto schermo mentre sordide supposizioni sul suo destino si inseguivano fra gli sgrammaticati testi scorrevoli delle ultime notizie. E quegli occhi limpidi e dolci lo guardavano ancora fissi, dritto nell’anima, carichi di rimprovero per non aver capito, per non aver intuito, per non aver fatto qualcosa, qualunque cosa, per salvarla.
E ora era troppo tardi.
Avete messo Mi Piace10 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Il racconto è buono ma la scrittura potrebbe essere più coinvolgente. Probabilmente già cambiando il tempo al presente si otterrebbe un effetto diverso. Ci vuole più coinvolgimento emotivo. Non male però.
Grazie Andrea, per la lettura, il commento ed il consiglio. Ne terrò conto in futuro.
Uno spaccato di vita quotidiana, quasi normale, in cui chiunque si può facilmente riconoscere.
E altrettanto normale, benché sia oltraggioso dirlo, è quanto avviene nel finale, dove il professore certamente non ha colpe. È un racconto solo apparentemente travestito da normalità, perché, in realtà, vuole porre all’attenzione un problema che, il più delle volte, non fa notizia, perché, ebbri degli inutili sensazionalismi su cose altrettanto inutili, che la società ci propina, si tende ad ignorare.
È una storia che andava sicuramente la pena di raccontare.
Grazie Giuseppe!
Mi è quasi parso un racconto dentro al racconto. Nel senso che mi sono sentita trasportata sul binario della noia di una giornata qualsiasi vissuta stancamente all’interno di un ateneo dove succedono pressapoco le stesse cose ogni giorno. Il professore si trascina fra lezioni che sono sempre uguali ed esami gestiti come routine. Invece tu ci ‘infili’ una storia nuova e antica allo stesso tempo, qualcosa forse di già e troppo visto, ma su cui ancora non siamo capaci di focalizzare l’attenzione. Eppure era tutto lì, la paura a portata di mano. Quella dentro agli occhi delle donne, così tante volte e così spesso. Dentro ai nostri, a quelli delle nostre madri e figlie. La paura che viviamo nelle società e nelle nostre famiglie. Anche la donna più amata ha avuto paura. Non voglio generalizzare e nemmeno scadere nel banale, sai che non mi piace, eppure è talmente semplice da essere sconcertante. Tu hai scelto una particolare società che conosco piuttosto bene per una questione famigliare, ossia di parentela. Eppure anche noi, che siamo così vicini, spesso ce ne dimentichiamo. La semplice domanda’ Tutto bene a casa?’ non basta, non esaurisce la questione. Apprezzo la tua delicatezza nell’affrontare il tema. È bello che se ne parli ed è particolarmente importante che lo faccia un uomo.
Grazie Cristiana, per la lettura attenta e per il commento. Sono molto contento di non aver sbagliato, con il tema e con i modi. Per me è stato un esperimento complesso per tanti motivi. Ma il racconto premeva forte e voleva uscire.
Uno di quegli argomenti che spingono verso opinioni e punti di vista differenti.
È vero che anche in Occidente si riscontrano frequenti casi di discriminazione delle donne che spesso sfociano poi nella violenza e nell’omicidio, ed è anche vero che l’idea di supremazia dell’uomo sulla donna attecchisce dentro intere micro-comunità della società (ci sono sicuramente quartieri cittadini dove il maschilismo e il patriarcato sono l’abitudine). Non possiamo però ignorare che negli stati teocratici de iure o de facto il fenomeno sia ampiamente diffuso nelle sfere sociali e “incoraggiato” dai governi. Se le regole che determinano i comportamenti sociali sono dettate dai precetti religiosi è davvero difficile far breccia nella mentalità dei fedeli più conservatori, su quella gente che si crede nel giusto perché è “parola di Dio”.
Nel leggere il racconto ho avuto l’impressione che il tema rischi di travolgere la storia narrata e i suoi personaggi. Eppure c’è da notare che la ragazza con l’hijab spicca per differenza, e non solo perché è l’unica a indossare il velo, l’insegnante l’aveva intuito. Il professore che si colpevolizza va invece giudicato con piena assoluzione, a mio parere.
Infine il tocco in più dell’autore bravo: “gli sgrammaticati testi delle ultime notizie”.
Hai perfettamente ragione, Francesco. Con il mio primo commento l’ho involontariamente “buttata in caciara”, chiedendo di fatto un parere sull’argomento invece che essere interessato (come avrei dovuto) solo alle vostre impressioni sull’opera di ingegno. Facendo così ho trasformato il mio lavoro in una sorta di piccolo comizio, arrampicato su una scatola di sapone. Me ne scuso sinceramente: a mia discolpa dico solo che avevo veramente paura di sbagliare il modo in cui stavo prendendo l’argomento nel racconto. E sì, il tema rischia davvero, anzi forse lo ha fatto, di travolgere la storia narrata ed i suoi personaggi. Molto male, perché il vero punto chiave è il personaggio femminile.
Grazie a tutti e mi scuso ancora, sinceramente, per il commento di troppo in coda al racconto.
A parere mio invece il tuo commento è stato una precauzione necessaria, su chi ci segue abitualmente non ho dubbi, ma hai già 100 visualizzazioni… Non si sa mai.
Ti confesso che anche per scrivere il mio commento ci ho lavorato per tenermi dentro certi margini. Siamo nell’era del politically correct.
Poi, intendiamoci, è un bene che un racconto sollevi opinioni, anche se so per esperienza che per l’autore possa essere un boomerang. Il lavoro è ben fatto e mi è venuto naturale sottolineare i passaggi che ho preferito.
Grazie ancora, Francesco. In fondo sì, il mio forse è stato un eccesso di zelo.
Ciao Giancarlo, dopo aver letto il tuo racconto sono ancora di più convinto che non dovrebbe passare nemmeno per la mente di uno scrittore l’idea che uno scritto del genere non sia opportuno o che vada in qualche modo rimosso. Indubbiamente bello ed attuale, con un ottimo montaggio post produzione.
Grazie Roberto! In effetti la storia è nata martedì, l’ho scritta mercoledì e la post-produzione ieri.
In effetti ci sono ancora alcune imprecisioni e qualche ingenuità ma ho avuto fretta, non so perché.
Perché quando abbiamo una roba dentro dobbiamo sputarla fuori, prima che diventi tossica e ci faccia male.
Molto vero… 🙏
Una dolente narrazione, veritiera e credibile in un mondo che ha perso, quasi completamente, il senso di rispetto tra gli esseri umani.. credo che parlarne e scriverne sia quasi un dovere.. complimenti, Giancarlo
Grazie Furio!
Sono d’accordo con Roberto, anch’io sono convinta che uno scrittore abbia il compito, se non il dovere, di raccontare cio` che succede nel mondo; magari non da cronista e non, necessariamente, con il coraggio eroico di Roberto Saviano, che descrive la dura realta`, nuda e cruda, senza fronzoli e senza rendere la pillola meni amara. Tu, Giancarlo sei uno scrittore che vale, per la tecnica, per l’estro creativo e per lo spirito sensibile che anima racconti come questo. Grazie, quindi, con mani giunte nel segno internazionale di gratitudine. 🙏
Grazie a te, Maria Luisa, per la sensibilità, l’accoglienza, e l’incoraggiamento che non mi hai mai fatto mancare. Grazie.
Ciao Giancarlo, penso che scrivere, a volte, voglia dire anche ispirarsi a tematiche difficili e poi raccontarle e tu l’hai fatto con eleganza e delicatezza.
Grazie Roberta. I vostri apprezzamenti mi sollevano tantissimo. L’argomento è tanto sensibile da avermi spaventato un po’.
Ti ammiro Giancarlo, e ti ringrazio, per la scelta di un tema delicato e molto attuale, che ci sfiora in continuazione (vedi la cronaca, vedi i giornali) e dal quale troppo spesso ci lasciamo, appunto, soltanto sfiorare, per tornare alle nostre vite indaffarate.
Mi hai dato motivo di analisi e riflessione. Il rammarico del professore è diventato il mio. Complimenti, davvero.
Grazie Dea. Confesso di aver avuto un po’ di paura di peccare di superficialità.
caro giancarlo, per farti capire cosa penso del tuo racconto, devo riferirmi al fatto che per sei anni ho vissuto e lavorato a teheran, come preside della scuola italiana. la guerra era finita da poco, le condizioni di vita erano difficili e la disciplina ferrea. non come oggi, forse perché le ragazze non avevano ancora raggiunto la disperazione e la forza di oggi. allora combattevano con lo studio e con il lavoro, la sfida dei capelli non era ancora iniziata. allora, come ora, combattevano da sole. delle donne iraniane solitamente non si parla, si blatera. il tuo racconto è valido e importante perché assume la voce di una testimonianza, non diuna protesta. ha la voce del dolore non di quella indignazione che troppo spesso è prestuosa e interessata. per le donne iraniane non si può che piangere, per ora.
Grazie per il sincero ed approfondito commento, Francesca. Sì, è una testimonianza. Come dicevo, non posso che dichiarare che la storia è frutto della mia fantasia ma certamente ispirata, almeno in parte, da ciò che ho visto e sentito.
Bellissimo racconto, che per il tema mi ha ricordato i romanzi di Khaled Hosseini.
Grazie Nicola! Felice che ti sia piaciuto.
Non sarà vera per ambientazione e personaggi ma corrisponde a storie che periodicamente attraversano la nostra mente destandoci una momentanea indignazione che, purtroppo, va a scemare in poco tempo e si esaurisce in frasi fatte e in distinguo tra “noi” e “loro”. Le differenze ci sono, enormi, ma non possiamo non ricordare ai più giovani che solo pochi decenni fa la legge italiana prevedeva generose attenuanti nei casi di violenza sulle donne e che nelle rare occasioni in cui si arrivava a un processo la parte lesa diventava vittima di un’inquisizione senza rispetto che trasformava anche la più innocente bambina in un mostro di perversione mentre il maschio veniva quasi glorificato. Senza dimenticare che fino alla sua abrogazione (1981) era contemplato, sempre dalla legge italiana, “il delitto d’onore” per il quale la persona “offesa” che avesse soppresso il coniuge o il parente godeva di considerevoli attenuanti che vedevano spesso il colpevole uscire libero e festante dal tribunale. In poche parole siamo dei mostri anche noi che ci vantiamo di una “civiltà” che ancora non ci scorre agevolmente nel sangue. Ottima esposizione Giancarlo! Grazie!!!
Grazie a te, Giuseppe, per il bel commento e per aver colto il messaggio della storia.
Aggiungo che all’ultimo momento ho modificato il disclaimer, perché in realtà qualcosa di veramente accaduto, esattamente così, c’è. Ma diventa complicato spiegare, e in fondo non importa.
È un argomento molto difficile, mi scuso se toccherò, con questo racconto, la sensibilità di qualcuno. Sono pronto a rimuovere tutto se lo riterrete opportuno.
La storia nel suo insieme è puro frutto della mia testa, *non è una storia vera*.
Non ho ancora letto il tuo racconto e non so di cosa tratti ma è incredibile il concetto di sincronicità, che mi ha fatto conoscere @Dea
Giusto stamattina, mentre andavo al lavoro, pensavo a come secondo me non esistano, per uno scrittore, temi che non possano essere trattati.
Lo scrittore, per come la vedo io, ha il compito di raccontare storie del mondo. E nel mondo c’è tutto quanto, non solo le cose che piacciono, non solo le cose che CI piacciono, è fatto anche e soprattutto di cose che non amiamo o ci disgustano.
Lo scrittore deve potere, deve sapere narrare anche la storia di una violenza su un bambino perpetrata da un adulto, raccontata dal punto di vista dell’adulto, ed essere libero di impostare il punto di vista dell’adulto come più lo ritiene opportuno, perché qualunque esso sia, da qualche parte nel mondo un adulto con QUEL punto di vista esiste, e anche quello va raccontato.
Su questo criterio, un film che ultimamente ho amato alla follia è stato “La zona d’interesse”.
Grazie Roberto, per il commento. Sollevi un punto importante che, peraltro, mi preme perché la mia sensibilità è continuamente colpita da episodi di cronaca. E sono felice di una così pronta risposta. Sono anche curioso di sapere cosa penserai del racconto quando avrai trovato il tempo di leggerlo.
Ne caso specifico tutti i personaggi sono adulti, ma capisco che il senso del tuo commento non si limitava alla violenza sui minori.