Francesca
Uno, due e tre: chi ha paura non è un re.
Quattro, cinque e sei: sembri un quadro nei musei.
Sette, otto e nove: qui c’è buio in ogni dove.
Francesca era lì da un’ora buona. Incapace di dormire o di muovere anche solo un muscolo, se ne stava rannicchiata sotto la trapunta verde con gli orsetti. Quei goffi e pelosi animali da coperta, si ingozzavano di miele e non facevano affatto la guardia. Vatti a fidare degli orsi, pensava mentre sentiva le note taglienti degli archi insinuarsi nell’imbottitura. Lo sapeva bene che la trapunta era un pessimo nascondiglio. Come avrebbero potuto quei miseri batuffoli di tessuto sintetico, fermare la musica o la lama affilata di un coltello? Ma, a parte scappare, non aveva molta scelta.
In cucina, suo padre ascoltava Handel, “Il trionfo del tempo e del disinganno” e quel “pensiero nemico di pace” le colpiva con durezza lo stomaco. La pastina con il dado da brodo le risaliva acida in gola e si mescolava al pensiero dolciastro del miele e degli orsi traditori e infami.
… undici, dodici e tredici: se non è giusto vai dai giudici.
Suo padre, probabilmente, se ne stava sprofondato nella poltrona marrone. Pigiama blu con maglia infilata nel pantalone tirato troppo in su, oltre l’enorme pancia rotonda. Gli occhi serrati dietro gli occhiali da presbiopia tenuti assieme con lo scotch e la mano destra a dirigere l’orchestra con movimenti dosati e nervosi. A immaginarlo così, poteva a buon diritto essere uno dei suoi orsi da coperta, ma Francesca sapeva bene che quella mano avvezza ad accarezzare ora le note, ora la brutalità, l’avrebbe prima o poi ammazzata.
…quattordici quindici e sedici: se ti dico scappa, credici.
Sarebbe successo di notte. Una qualsiasi delle notti a venire. Suo padre si sarebbe sollevato a fatica dalla poltrona, avrebbe scelto con cura uno dei suoi tanti coltelli affilati e l’avrebbe infilzata una, due, tre volte. La musica avrebbe coperto le urla, il sangue avrebbe imbrattato gli orsi e la morte avrebbe avuto ragione sulla paura.
Intanto quella cresceva e se non avesse fatto qualcosa subito, prima del sangue, gli orsi si sarebbero imbrattati di vomito.
«Mara?»
«Che c’è?»
«Secondo te papà ci ammazza?»
«E perché?»
«Perché lo infastidiamo.»
«Io non credo. Verrebbe arrestato e non potrebbe più ascoltare la sua musica.»
«Sì, hai ragione. Gli conviene continuare a picchiarci e basta.»
«Già.»
«Senti, ma se invece va fuori di zucca e ci ammazza con il coltello?»
«Non lo so, ma se non la smettiamo di parlare ci ammazza prima di botte.»
«Ok.»
«Buonanotte.»
«Buonanotte.»
… diciassette e diciotto: me la sto facendo sotto.
«Mara?»
«Che c’è ancora, Fra’?»
«Mi dai la mano?»
«Sì.»
L’agghiacciante dialogo fra Mara e Francesca restituisce molto efficacemente quella acuta percezione della realtà di cui volte sono capaci i bambini. Una consapevolezza disincantata che cola dentro come un veleno e che nessuna fiaba o favola può mitigare.
La figura paterna è decisamente perturbante, con quel particolare degli occhiali tenuti insieme dal nastro adesivo: quasi un obeso fantoccio animato, qualcosa di vivo e morto nello stesso tempo, sospeso fra la musica barocca – che qui acquista connotati infernali – e il male assoluto.
“Accarezzare ora le note, ora la brutalità”: una descrizione perfetta dell’ambivalenza di una macchina umana che può essere capace di tutto.
Un incubo riuscito, cara Teresa.