
Gabriel (The Scarecrow – 1)
Serie: L'Urlo Muto delle Ombre
- Episodio 1: La stufa
- Episodio 2: Matilde
- Episodio 3: Spazzino in quattro – 1
- Episodio 4: Spazzino in quattro – 2
- Episodio 5: Il cielo cova la neve
- Episodio 6: Controllori
- Episodio 7: Hell’s Tie
- Episodio 8: L’orologiaio
- Episodio 9: Pieno di benzina
- Episodio 10: Il getto
- Episodio 1: La cena (Attimi – 1)
- Episodio 2: Caffè in cialde (Attimi – 2)
- Episodio 3: Acque invernali (Attimi – 3)
- Episodio 4: Cappio (Attimi – 4)
- Episodio 5: Preferisco la tua cucina (Attimi – 5)
- Episodio 6: Gabriel (The Scarecrow – 1)
- Episodio 7: Gabbiani (The Scarecrow – 2)
- Episodio 8: Rivelazione (The Scarecrow – 3)
- Episodio 9: Agatha (The Scarecrow – 4)
- Episodio 10: Le conseguenze (The Scarecrow – 5)
- Episodio 1: Salsa barbecue? (1)
- Episodio 2: Salsa barbecue! (2)
- Episodio 3: Gelatina (1)
- Episodio 4: Gelatina (2)
- Episodio 5: Gelatina (3)
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
Aveva nove anni quando tutto cominciò.
Gabriel spingeva il carretto carico di patate. L’ultimo, prima di passare al campo di barbabietole. Al solo pensiero venne colto dall’affanno, e si dovette fermare per non rischiare di svenire lì, in mezzo al nulla. L’ultimo carico di ogni turno era sempre quello più pesante, perché lo si caricava ben oltre la capienza del carro, per non dover fare un altro viaggio, magari riempiendolo solo per un quarto.
Il campo di barbabietole aveva una superficie di trentamila metri quadrati, una bazzecola per gli agricoltori che potevano permettersi l’acquisto di uno di quei trattori immensi, dai colori sgargianti, con gli attrezzi issati sul retro che decimavano i tempi di lavoro. Loro, però, non possedevano macchinari; lavoravano ancora tutto a mano. Mancanza di denaro? Forse. Capriccio del padre, il quale ovviamente non sgobbava sotto al sole? Probabilmente anche quello. Una volta, suo padre aveva deciso di coltivare tutti i loro campi con il mais, quindi il loro fornitore era arrivato con un rimorchio colmo di chicchi gialli. Gabriel ricordava perfettamente come le ruote del trattore fossero alte quasi il doppio della loro vecchia Volkswagen. Quanto avrebbe voluto starsene seduto al volante di quei bestioni, guardando la terra dall’alto quasi come a sentirsi in cielo.
Il mais. Sua madre lo usava per fargli i pop-corn, ovviamente quando il padre non era in casa. Non sopportava che quella preziosa materia prima venisse sprecata per soddisfare i capricci di un moccioso.
“Quando pensi che diventerà un uomo, di questo passo, a quarant’anni?” accusava inveendo contro sua madre, la quale non poteva far altro se non star zitta, chinando il capo mentre finiva di affettare le patate.
Le patate. Il pensiero della lama che affettava i cubetti lo riportò al presente. Il carretto era davvero pesante, e Gabriel si chiedeva ogni giorno, alle undici e alle otto di sera, quando trasportava l’ultimo raccolto del turno fino al fienile, quando gli sarebbe venuta la gobba. Sua madre diceva al marito che al loro figlioletto, troppo mingherlino, sarebbe spuntata, a forza di trainare come un mulo carri pieni zeppi di grano o patate. Diceva. Prima che suo padre la facesse tacere per sempre. Gli era bastato, un giorno, pestarla per qualche ora.
Da quel giorno – o forse da molto più tempo, – e quell’evento non era altro che la goccia che aveva fatto traboccare il vaso – sua madre era cambiata. Non lo svegliava più, quando il sole doveva ancora sorgere, con un bacio in fronte, per poi accompagnarlo nella cucina avvolta del profumo dei pan-cake. Non lo coccolava più la sera, dopo il lavoro. Non aveva più mosso un’obiezione davanti alle ingiustizie del padre. E i pop-corn erano solo un ricordo del passato più remoto, del quale non restava che un lieve sentore di burro.
“Spostati, Gab!”
Gabriel non fece in tempo a voltarsi che due biciclette gli sfrecciarono accanto, una a destra e una a sinistra, superandolo e facendogli mangiare la polvere che si levava dalla terra secca della strada. Erano settimane che non pioveva. Gabriel guardò alto nel cielo. Il sole stava raggiungendo l’apice della parabola che era solito seguire da milioni di anni. Mark e sua sorella Jinny stavano tornando da scuola.
La scuola. L’aveva abbandonata a soli sette anni, ovvero due anni prima. Aveva iniziato riducendo i giorni di frequenza da sei a quattro, poi a due, e infine non aveva più potuto andarci. Il fatto è che la scuola andava bene se volevi diventare un avvocato o un banchiere. Se invece il tuo posto era in una fattoria, come quella di tuo padre, non serviva a un bel nulla.
“Ma se io da grande voglio fare il giudice?”
“Il giudice! Io sgobbo dalla mattina alla sera per vederti giocare tra i libri? Per permetterti di diventare un nemico degli onesti agricoltori d’America?”
Gabriel, accigliatosi, aveva risposto. L’aveva detta grossa. “Non lavori tu. Lavorano loro al posto tuo.”
Di colpo, si era ritrovato con la guancia sul pavimento di legno. Lo schiocco sonoro prodotto dalla mano callosa e grassa di suo padre. Se lo ricordava ancora, a distanza anni. A quel tempo, la mamma non aveva del tutto smesso di difenderlo, e infatti urlò: “William! Sei un porco!”
“Porco? Io, che vi sfamo?”
La voce del padre era infiammata, e Gabriel pensava che avrebbe lacerato le pareti e le travi in legno della casa, distruggendola in un’esplosione di schegge. Un altro schiocco di guancia percossa. Un bicchiere era caduto, cospargendo il pavimento di brandelli luccicanti. Poi, nemmeno le mosche si erano più azzardate a volare, quella sera.
Il primo anno non fu poi così male. Gran parte del lavoro era svolto dagli sporchi negri, i quali di proposito lo mettevano a svolgere le mansioni meno faticose. A volte, gli rifilavano un’armonica, e lui suonava il blues per loro.
Sporchi negri, diceva suo padre. Sul fatto che fossero negri, nulla da dire: il colore della loro pelle era molto più scuro rispetto alla sua. O a quella dei suoi vecchi compagni di scuola. In quanto al fatto che fossero sporchi… era vero anche quello, ma bastava guardare in che baracche vivevano, senza acqua e senza sapone. Anche la mamma, che era la persona più pulita che avesse conosciuto, sarebbe stata sporca, senza acqua e sapone. Più avanti nel tempo, Gabriel aveva iniziato a intuire che il sostantivo sporchi non aveva a che fare con la pulizia, quanto piuttosto… non avrebbe saputo dirlo, ma era qualcosa riguardo all’anima. Aveva sentito parlare di anima per la prima volta in chiesa. Anche in chiesa, non andava più.
A partire dal secondo anno di lavoro, qualcuno di molto potente – persino più potente di suo padre – aveva deciso qualcosa. Aveva emanato una serie di leggi. E di conseguenza i negri se ne erano andati a spasso per l’America, a fare quello che gli pareva. Gabriel arrivò a capire perché suo padre ce l’aveva tanto con gli uomini di legge.
Erano rimasti solo Jerome, un vecchio di sessantadue anni, e Agatha, una donna altrettanto vecchia, e Gabriel non ebbe più il tempo per suonare il blues. Erano iniziati i tempi duri.
Finalmente giunse alla fattoria. Si fermò nel punto in cui la stradina in terra battuta cessava, cedendo il posto all’aia. Gli bruciavano le gambe; gli sembrava di avere delle punte affilate tra una vertebra e l’altra; i polsi doloranti; il fiato corto. Gettò lo sguardo sotto il porticato. La Volkswagen non era parcheggiata. Scrutò il vialetto che dalla cascina portava alla strada statale. Nessuna traccia dell’auto di suo padre. Infine, indugiò osservando l’abitazione, tutta storta per via del vento che soffiava impetuoso durante i temporali estivi. Nel caldo di mezzogiorno, la casa appariva come un lago di acqua dolce alla vista di un uomo disperso da giorni nel deserto. Avrebbe raggiunto la casa e sarebbe corso in soggiorno per schiacciare un pisolino. Solo mezz’oretta, poi si sarebbe occupato delle barbabietole.
La casa era vuota. La cucina sudicia e il lavello pieno di piatti, bicchieri e posate. Mosche svolazzavano per tutta la stanza, zampettando sugli avanzi della sera prima. Da quando sua madre se n’era andata in cielo, la cucina non era più stata in ordine. E le mosche ronzavano attorno al tappo appiccicoso della vecchia bottiglia di sherry.
Lo sherry. Se gli schiaffi avevano allontanato sua madre dal figlio, lo Sherry gliel’aveva fatto odiare. Una volta, era tornato da una giornataccia giù al campo di mais. Suo padre non era in casa. Già nell’ingresso, l’aroma dolciastro e alcolico penetrò nelle sue narici. Sua madre era seduta al tavolo della cucina, china su un bicchiere mezzo vuoto.
“Ciao, mamma” aveva detto timidamente, forse sperando che, nonostante la sbronza, sua madre potesse ritornare com’era stata. Gli mancava il tocco delicato delle sue mani tra i capelli. Sentiva nostalgia delle parole dolci alla sera.
Lei aveva alzato lo sguardo, fissandolo per qualche istante. Era torrida, stordita, folle. D’un tratto, scattò in piedi, spingendo indietro la sedia, che cadde producendo uno schiocco di legno contro legno. Lanciò un urlo che gli gelò il sangue nelle vene, mentre la guardava immobilizzato. Lei afferrò il bicchiere, inclinandolo e facendone uscire lo sherry, che le inzuppò il grembiule e i seni. Tante goccioline ambrate sulla veste bianca. Lo scagliò, forse sperando di beccarlo, ma il bicchiere andò in frantumi contro l’intelaiatura della porta.
“Ti odio! Ti odio! Sei la mia rovina!”
“Mamma” aveva piagnucolato.
Poi era corso in camera, e già a metà delle scale la vista gli si era offuscata con un velo di lacrime. Lei aveva passato la serata a fracassare piatti, rompere bicchieri, percuotere mobili. Fino a quando, alle undici di sera, suo padre era rientrato. Senza proferire una parola. L’ultimo suono fu lo schiocco della sua mano sul volto della donna, e tutta la collera si era spenta. Dopo pochi mesi, l’alcol si era portato via la sua mamma.
I pensieri svanirono nelle acque torbide del sonno, che non durò una mezz’ora, ma per un tempo indefinito.
Serie: L'Urlo Muto delle Ombre
- Episodio 1: La cena (Attimi – 1)
- Episodio 2: Caffè in cialde (Attimi – 2)
- Episodio 3: Acque invernali (Attimi – 3)
- Episodio 4: Cappio (Attimi – 4)
- Episodio 5: Preferisco la tua cucina (Attimi – 5)
- Episodio 6: Gabriel (The Scarecrow – 1)
- Episodio 7: Gabbiani (The Scarecrow – 2)
- Episodio 8: Rivelazione (The Scarecrow – 3)
- Episodio 9: Agatha (The Scarecrow – 4)
- Episodio 10: Le conseguenze (The Scarecrow – 5)
Ho trovato affascinante come la bellezza delle descrizioni cresca man mano che si procede con le righe, tanto quanto aumenta la rudezza e la tensione di ciò che accade. Contrasto struggente… e bellissimo.
Ritrovo ora questo commento a cui non ho risposto… ops!
Grazie Guglielmo 😉
Il testo emana una forte drammaticità e sembra quasi di poter respirare quegli odori forti e terribili di cui è impregnata la casa. La figura del padre-orco, sempre piuttosto centrale nei tuoi scritti, è resa bene. Continuo la lettura. 👍
Grazie, Giuseppe!
Fammi sapere come ti sembra il seguito 😉
In queste drammatiche righe ho provato tristezza e inquietudine immaginandomi persone rinchiuse in una vasta violenza e oppressione. Curioso di sapere come prosegue. Complimenti.
Grazie, Giglio, per aver letto e commentato.
Felice che ti sia piaciuto, spero tu possa apprezzarne anche io seguito!
Estremamente incisivo. Mi piace molto come descrivi la vita di un bambino maltrattato, per il quale sembra non esserci alcuna speranza, e apprezzo particolarmente i dettagli che riescono a far focalizzare il lettore sull’aria di sofferenza che permea il set del racconto. Leggerò anche gli altri capitoli, complimenti vivissimi!
Ciao Nicola, ho iniziato ora questa serie e sono subito stata conquistata dalle prime righe. La seguirò con interesse.
Davvero complimenti!
Non potevo perdermi questo primo episodio per capire meglio il seguito. Una storia di razzismo e di ordinaria follia, mi verrebbe da dire, che hai saputo descrivere in modo efficace, suscitando empatia verso Gabriel e compassione per sua madre, annientata dal marito, forse prima ancora che dall’alcool. E forse, anche a cusa del padre di lei, inducendola, come spesso accade, a sposare un uomo simile, in qualche modo, al proprio genitore.
C’é profondità in ció che scrivi, questo rende la storia piú vera e la lettura piú coinvolgente.
Mi ero perso questo episodio, ma sono contento di averlo recuperato. Molto intenso, con atmosfere alla Stephen King. Leggerò il seguito. Grazie Nicola, per la condivisione.
Grazie Giancarlo, mi fa molto piacere che tu abbia deciso leggere dall’inizio questa serie!
Spero ti piaccia 🙂
Mi sta piacendo. 🙂
Un’ambientazione che mi ha fatto venire in mente – ma l’associazione è fin troppo ovvia- certe cose di Faulkner. È molto ben scritto e sapientemente condotto alternando vari piani temporali. Violenza familiare e razziale sotto il sole arroventato dei campi di mais: un’ America lontana ma forse non così tanto come si potrebbe pensare. Bello, poi vedrò il seguito.
Devo confessarti che non ho ancora avuto l’occasione di apprezzare uno dei lavori di Faulkner!
Ti ringrazio per aver letto e apprezzato, spero che il seguito sia all’altezza delle aspettative 😉
Ciao Nicola, sono sempre colpita quando inizio una tua serie per la capacità che hai di far immergere da subito il lettore nel tuo mondo fatto di ‘orrore’. Non un ‘orrore a caso’, fine a se stesso, ma l’orrore del quotidiano in cui i tuoi protagonisti si ritrovano a vivere. Ci sono elementi che oramai ti caratterizzano rendendo la tua scrittura riconoscibile e questo vuole essere un complimento da parte mia. Quando scelgo un autore lo faccio anche perché mi aspetto quel qualcosa che mi piace e che lo contraddistingue e che nel tuo caso mi fa spesso venire una sorta di morsa allo stomaco. Aspetto il seguito.
Grazie per questo bellissimo commento. In effetti, per trovare l’orrore non è sempre necessario scomodare vampiri e zombie, basta fare un giro tra le mura di certe case. E quando il “mostro” è il luogo o le persone che dovrebbero farti sentore sicuro… è terrore puro!
Vite che indossano l’abito del dolore e della paura e orrore che pesca dal quotidiano. E’ disarmante e bisogna saperlo raccontare bene.
Mi ha coinvolto molto come hai descritto i pensieri e ricordi del bambino.
Molto bello, aspetto il continuo 🙂
Grazie 🩷🩷
Vediamo come si evolve 😉