Gargantua, principe dell’India, ripensa agli elefanti (quarta parte)

Serie: La prima regola


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nel frattempo sorseggiava la bevanda calda. Mi serve una pillola gialla.

“Ragazzi, forse ho commesso un errore. Sono stato avventato. Io non sono il tipo…” Ciro lo interruppe: sapeva che l’educatore non li avrebbe più potuti aiutare. “Dottore, professore o non so che altra mansione affibbiarti, non hai ancora capito bene cos’è successo. D’altronde, non mi meraviglia una simile deformazione dei fatti da parte di un connesso come te, ben inserito nella metropoli, assuefatto a una realtà aliena, rinchiusa in abitacoli asfissianti, narcotizzata da variopinte pilloline, frastornata da improbabili simboli propagandistici, imbottita di crediti luccicanti che svaniscono all’apparire di oracoli su emergenze sanitarie, belliche o naturali. Se non ti è chiaro siamo fuggiti da un riformatorio e abbiamo trasgredito al terzo articolo di quella stronzata che chiamate costituzione. La conosci a memoria, no?” continuando tutto d’un fiato con la mano alzata verso l’alto, “E appena ci beccano, noi ce ne torniamo dove stavamo, in riformatorio, e tu ci seguirai. Ma questa volta sarai dall’altra parte delle sbarre. Ti è chiaro?”

L’educatore William Prescott non disse una parola. Abbassò lo sguardo e cominciò a piangere. Una crisi di nervi, è in astinenza, pensò Francesca, speriamo che il the lo aiuti. Ciro soffiava nella tazza, Gargantua guardava fuori, oltre l’oblò irradiato con difficoltà dal sole artificiale, faro elettrificato che sovrastava ogni metropoli della Terra, ovunque sorgesse, su un pianeta che, da dopo l’Ultima Guerra, e ancora di più a seguito dello Scisma, vedeva raramente la vera luce solare, offuscata dai fari, dai satelliti e dalle strutture tubolari che spargevano la loro ombra grigiastra su ogni cosa, in ogni dove, lungo tutto l’asse dello spaziotempo di un minuscolo pianeta i cui abitanti lottavano da anni, da secoli, da millenni, tra di loro. Tranne alcuni.

Fu il giovane indiano a rompere la dilatazione indotta dal meriggiare della luce atomica. “Devo raggiungere un’amica nell’istituto. Forse conviene che ci dividiamo.”

William Prescott accentuò i lamenti che erano divenuti patetici. Ciro e Francesca annuirono. “Signor Prescott, se vuole posso provare a manomettere i suoi dati dalla memoria di Omnia. Non mi dica che non si può fare. Si avvicini e mi lasci scansionare il suo certificato. Magari mi può dire che è difficile, ma se riesco a capire quando ci sarà la prossima ridondanza di salvataggio, potrei farla divenire un supervisore, o, che so, addirittura un dirigente”, disse Francesca mentre collegava alla rete un vecchio computer portatile appoggiato sull’unica scrivania dell’involucro claustrofobico. “Potrebbe andare a vivere nel quinto livello. Immagini! Ci pensi bene. Pillole la sera e la mattina, altrimenti si guardi adesso per capire come starà! Un reddito di almeno dieci milioni di crediti da dover sostenere. Un contratto da rispettare. Un contratto che risulterà firmato da lei, o meglio, da quella cosa virtuale che corrisponde ai suoi dati biometrici gemelli in Omnia. Allora, mi dica. A che gioco vuole giocare?”

William abbassò il capo, allungò il braccio e chiese: “Potrei rimanere in contatto con voi?” Francesca fece segno di sì, e sbrigativamente collegò un lettore di memorie al portatile. “Solo con me, ma gliel’assicuro. Ciro e Gargantua, invece, prenderanno le loro strade. Non avremmo molte probabilità di rimanere liberi se ci muovessimo assieme, magari riusciremo a trovare le stesse camere stagne dove riposare. E se saremo fortunati ci ritroveremo fuori, nell’Ecumene. Comunque ti ringraziamo. Senza di te non so quando ci sarebbe capitata un’occasione simile. Bene, ho quasi finito.” L’educatore ebbe come un sussulto. “E se non riesci a manomettere i dati?”

Francesca aspettò che la scansione terminasse, si alzò e andò verso un piccolo mobile, lo spostò quel tanto da poter aprire, sul retro, uno sportello. Prese un lenzuolo avvolto su se stesso, lo aprì e ne tirò fuori un libro. Questi sono pazzi, possedere un libro in una metropoli è una condanna a morte sicura, fu il primo pensiero di William. La ragazza lo aprì alle prime pagine, ne sfogliò alcune e lesse: “La vita di ogni abitante connesso sarà unica e speciale, le saranno concessi tutti i diritti inalienabile dell’uomo, sarà garantita dai responsi di Omnia e tutelata dal suo gemello digitale”, fece una pausa e spostò gli occhi dalla piattezza della pagina alla monotonia dello sguardo di William. Poi riprese a parlare: “E’ il secondo articolo, e tu lo sai a memoria. I diritti sono concessi, e occorre una garanzia. Addirittura una tutela, che prima o poi diviene legale. Da parte di chi? Omnia? E tu sai chi, cosa, è Omnia? Hai idea del potere che ha su di te e sul tuo gemello?”

Risposta apparentemente ovvia nel 2040, pensò Ciro, come ovvia era stata per secoli l’idea che gli alberi fossero fatti di terra, o di acqua. E come gli alberi non crescono né dalla terra, né dall’acqua, così Omnia non è solo un algoritmo, anzi, l’algoritmo che controlla tutti gli altri. Omnia è fede, sottomissione al potere creatore. Un credo religioso con i suoi ministri e le sue sacerdotesse. Ma cosa ne vuole capire lui? E poi disse rivolto a Francesca: “Lascia perdere. Qualunque cosa decidesse lo prenderebbero. Alla sua età è impossibile che impari a vivere nell’Ecumene, figuriamoci da ribelle nella metropoli. Meglio che torni a sognare da sveglio.” Nel mentre aveva preso uno zaino e alcuni strumenti dalla capsula e si preparava a uscire. “Ci vediamo da qualche parte. Se ci va bene!” disse alzando la mano e scomparendo dietro una porta scorrevole azionata a mano.

Continua...

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