Gargantua, principe dell’India, ripensa agli elefanti (seconda parte)
Tutti e tre arrivarono nella metropoli dalla zona disconnessa, e tutti e tre erano arrivati in Riformatorio dopo essere stati inseguiti da un drone simile a quello che stavano osservando.
“Possibile che ci abbiano già trovati?” chiese Ciro alzando la voce. “No, fate silenzio!” bisbigliò Francesca. In effetti il drone non rallentò il suo volo e proseguì oltre.
“Che facciamo?” riprese Ciro agitato. “Conosco qualcuno che potrebbe aiutarci. Spero solo di ricordarmi come arrivarci” lo rassicurò Francesca. Ma Ciro non era soddisfatto. “Mi hai raccontato che hai vissuto per sole due settimane da libera in questa metropoli, e ciò è avvenuto più di un anno fa, giusto?” non aspettò neppure la risposta, “E ora mi dici che vuoi ritrovare chissà chi, nel primo livello, in pieno giorno, mentre stiamo scappando da un Riformatorio. Ma tu sei tutta sciroccata?”
Francesca non rispose, si limitò a guardarlo. William e Gargantua osservavano in silenzio. La ragazza si alzò e cominciò a incamminarsi. “Ferma! Dove vai?” urlò Ciro. Gargantua si mosse in modo da trovarsi tra i due e disse: “Gli elefanti hanno una memoria prodigiosa. Seguiamola!” e cominciò a correre dietro Francesca che si era infilata in quella che sembrava una porta in muratura. William e Ciro si guardarono sbalorditi e lo imitarono lasciandosi alle spalle le prime luci e le poche elettromobili che cominciavano a sfrecciare in superficie.
Speriamo solo che sappia ciò che fa, pensava Ciro correndo, non è una sciocca, questo lo capirebbe anche un sasso, ma Francesca mi è sempre sembrata troppo debole fisicamente, per essere riuscita, senza il certificato digitale, a sopravvivere fuori da riformatori per due mesi in questa metropoli. Non penso che le sia bastato saper programmare come una scheggia!
Le metropoli da dopo lo Scisma si somigliavano tutte: a cambiare permanentemente era solo il nome. E ciò che le rendeva simili tra loro erano i continui mutamenti d’aspetto: le insegne, i cartelli stradali, le fantasie dei palazzi, le pareti lisce e curve degli elettrodotti. Tutto si trasformava correndo tra i pixel dei teleschermi incastonati negli occhi di abitanti che neppure se ne accorgevano, affaccendati com’erano ad accumulare crediti.
I livelli nelle metropoli erano concentrici, più o meno a forma di ellissi. I peggiori all’interno, i migliori periferici; alla faccia delle consuetudini arcaiche, com’erano chiamati dai connessi più intransigenti i comportamenti umani precedenti lo Scisma. Gli schermi si trovavano ovunque nei prime tre livelli, ma divenivano meno presenti salendo di livello, fino a scomparire nell’ultimo. L’aria era apparentemente pulita, se non fosse stato per i purificatori sparsi in ogni dove. Solo alzando gli occhi al cielo si capiva di essere in una metropoli quando il cielo, se andava bene, era blu. Blu scuro. Ma non in periferia da dove, guardando lontano, c’era chi diceva di scorgere il celeste.
“Dobbiamo entrare in un elettrodotto”, disse Francesca dopo un’ora di cammino, “pochi metri, ma si passa solo per di là. Poi dieci minuti e dovremmo esserci.” Ciro non era d’accordo: “Ci sono le telecamere lì dentro, lo sai, ci aspetteranno all’uscita.” Ma Francesca era di un’altra idea: “E’ un vecchio elettrodotto, dovrei riuscire a isolarlo. Se il flusso dell’aria è dalla nostra parte ce la potremmo fare anche in cinque minuti.”
William, che era stato tutto il tempo in silenzio approfittò della pausa per chiedere: “Come mai stiamo camminando in questa vecchia fogna? L’aria sta diventando irrespirabile.” Ciro rispose come se non aspettasse altro: “Se noi conosciamo poco delle metropoli, tu conosci poco del loro sottosuolo”, e di ciò che ne è fuori, pensò mentre prendeva fiato. “Nei primi due livelli i ribelli hanno costruito un sistema…” Ma William, impaziente, lo interruppe. “I ribelli stanno nella zona disconnessa. Mai sentito di ribelli nel sottosuolo.”
“Probabilmente perché hai vissuto per poco tempo nel secondo livello, e sei stato subito condizionato da Omnia”, ribatté Ciro, al che l’educatore, evidentemente provato, disse: “Come ti permetti! Io condizionato? Ma se sono un educatore.” Il giovane si avvicinò con un atteggiamento di sfida all’uomo. “Si pulisca la bocca prima di dire certe frasi, soprattutto in questi luoghi. Mi dica, signor ‘non sa chi sono io’, a quanti interrogatori ripetuti è stato sottoposto, in quante gabbie ha visto sorgere l’alba su una stupida superficie liscia elettrificata? Io sono nato in Provenza, nella Francia del Sud. Mai sentita?” non aspettò, Ciro. Lo faceva davvero raramente. “A sette anni venni preso. Un fottutissimo drone, con un proiettile, sai, quei sonniferi che piacciono tanto nelle metropoli. Ma una dose elevata, anche se io non la volevo. Come non la volevano i miei zii, gli unici uomini di cui mi fidavo. Vivevamo in serenità, nei boschi, nell’Ecumene. Se vuole, le racconto come si vive lì. Anzi, come si viveva. Ma ora non abbiamo tempo. Giusto, Francesca?”
William Prescott stava per ribattere, Francesca lo anticipò. “Che il passato incontri il futuro. Fin quando rimaniamo nelle vecchie fogne ce la possiamo cavare, ma fuori ci sono le macchine. Seguitemi.”
Si avvicinò a una lastra di ferro appesa al muro che avevano fiancheggiato, la tolse e s’infilò nel cunicolo verticale che nascondeva, aggrappandosi a una scaletta che cominciava un metro in alto. William provò a dire qualcosa, Ciro lo zittì subito. S’inerpicarono per uno stretto budello e sbucarono in una camera non molto grande. Un rumore basso ma continuo faceva da sfondo a una grande finestra da cui proveniva una luce intensa. Gargantua cominciò a fissarla.
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