Gargantua, principe dell’India, ripensa agli elefanti (terza parte)

La stanza era piccola, e oltre alla finestra vi erano una porta in metallo e un gabbiotto di forma parallelepipeda da cui proveniva il suono persistente. Era appoggiato, o incastrato, in un muro; alto un metro, in metallo, sembrava alloggiare qualcosa, avendo uno sportello su un lato.

Francesca chiese a Ciro di aiutarla a piegare l’anta dello sportello, dopo aver sollevato un angolo facendo leva con la fibbia della cintura. Piegata l’anta lungo lo spigolo superiore esterno, infilò la stessa cintura dall’alto verso il basso, lasciandola scorrere a filo dell’apertura. A un certo punto fece alcuni movimenti con il polso. Tirò fuori la lingua quel tanto che le servì a concentrarsi. La mano che cercava di coordinarsi la faceva sembrare una burattinaia. Gli altri la guardavano in silenzio, anche Gargantua aveva smesso di fissare la finestra. Infine un tlack sordo fece capire a tutti che il blocco era scattato.

“Quanto tempo avremo?” chiese Ciro. “Almeno cinque minuti”, rispose Francesca. “Sei sicura di ricordare dov’è l’uscita?”, aggiunse il ragazzo. “Farò come gli elefanti. Che dici, Gargantua? Ci pensi ancora?” ma il giovane asiatico era tornato a guardare la finestra, e non rispose. Intanto Francesca aveva preso ad armeggiare con alcune plafoniere all’interno dell’enorme scatola. Spostava fili, ne scollegava alcuni, digitava su una piccola tastiera e un monitor posto di lato, nel groviglio di cavi, si accese accompagnato da una serie di beep.

“Stai attivando il sistema di emergenza?” chiese Ciro. Francesca fece un cenno di assenso con la testa. William sembrava preoccupato mentre osservava in silenzio la ragazza muoversi con naturalezza, accovacciata davanti a quell’esaedro immobile. Ed ebbe un sussulto quando le sentì dire: “Appena schiaccerò questo pulsante non perdetemi di vista. William, sai come sono fatti internamente gli elettrocondotti?”. Lui annuì, poco convinto. “Cinque minuti. Nel primo livello nessun arresto anomalo temporaneo dura meno di cinque minuti”, disse Francesca. “Non un secondo in più!” sentenziò Ciro.

Quando nel primo pomeriggio William Prescott, disteso su una vecchia branda per riposare, avrebbe ripensato a quei cinque minuti, gli sarebbe rimasto solo l’odore nauseabondo che li aveva accompagnati. In effetti due anni prima aveva già visto l’interno di un elettrocondotto, ma che non era in funzione. E in quella mattina di fuga non si aspettava di trovare né una corrente d’aria che lo scuotesse con forza, fortunatamente dalla parte opposta alla loro direzione, né tanto meno un lezzo penetrante, acido, pronto a corrodergli bronchioli, alveoli e capillari. Per il resto riusciva a rivedere davanti agli occhi solo la schiena di Francesca, che aveva fissato mentre correva cercando di poggiare i piedi dove li poggiava lei. E una frase gli tornava continuamente in testa: e se fosse passata una capsula di trasporto? Ma non era passata nessuna capsula a levitazione magnetica nel tubo sospeso a sei metri da terra, che avevano usato per attraversare una zona altrimenti esposta ai sensori di Omnia.

Erano usciti prima che i cinque minuti fossero trascorsi. Francesca li aveva guidati attraverso varie diramazioni, senza esitare. All’improvviso si era fermata, cercando qualcosa in alto. Ruotata una piccola manopola che sembrava un faretto spento, aveva fatto scorrere una saracinesca mimetizzata nella parte alta dell’elettrocondotto. Apparve un cunicolo verticale in cui entrarono attraverso una scala di corda, percorsa da William con grande difficoltà, a differenza dei tre ragazzi.

Il pozzo che salirono, buio e stretto, terminava in una porta a pavimento che li fece sbucare direttamente in una capsula abitativa, apparentemente occupata da qualcuno che non teneva un granché all’ordine.

“Dove siamo?” chiese subito William. “E’ la capsula di Bradamante, una donna in gamba, molto in gamba. Ma penso che lei non viva più qui, anche se mi sembra che la stanza sia rimasta in mano all’Ecumene”, rispose Francesca. William fece un’espressione perplessa e disse: “Non è possibile che quelli dell’Ecumene siano presenti anche nelle metropoli. Qui Omnia regna sovrana, lo sanno tutti. Proprio ieri ho sentito un servizio di Matilde de Brul che ripercorreva le tappe attraverso cui i ribelli sono stati allontanati definitivamente da qualsiasi metropoli sulla faccia della Terra.”

I ragazzi si guardarono tra loro, e sorrisero. “Omnia sa benissimo che ci sono sacche di non connessi nelle metropoli”, disse Francesca mentre metteva a scaldare dell’acqua in un bollitore a gas. “Tuttavia deve negare la loro esistenza per rafforzare la percezione collettiva che si ha dei ribelli. Più persone pensano che siano stati sconfitti, maggiore è la probabilità che lo siano davvero”, concluse. Willliam continuava a non capire: “Vorreste negare l’efficienza dei riconoscimenti biometrici?” A rispondere fu Ciro: “Se si è schedati nella sua banca dati, e i dati sono corretti. E se, e solo se, si vive dove ci sono i sensori. Ma qui non ce ne sono, così come nella maggior parte dei condotti di aerazione e dei tunnel nel vecchio sistema fognario. Esistono gallerie sotterranee che arrivano direttamente ai margini della zona disconnessa. E per quel che riguarda la schedatura, c’è che riesce a manomettere qualsiasi dato di connessione.”

William Prescott rimase impassibile, silenzioso. Intanto Francesca versava l’acqua calda in una caraffa sul cui fondo aveva adagiato delle foglie di the verde, prese da un sacchetto arrotolato con cura. Bevvero senza parlare.

In che guaio mi sono cacciato? Pensò ad un certo punto l’educatore, guardandosi attorno meravigliato. Questa capsula è la metà della mia. Da mangiare non c’è nulla. E mi mancano le forze. Nel frattempo sorseggiava la bevanda calda. Mi serve una pillola gialla.

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Discussioni

  1. Francesca che tira fuori la lingua per concentrarsi mentre armeggia con la cintura è un dettaglio che vale tutto il pezzo. E il finale col tè verde bevuto in silenzio e quel “mi serve una pillola gialla” è perfetto: sei nel futuro, in fuga, e il pensiero è quello di sempre, le piccole dipendenze che ci portiamo dietro anche alla fine del mondo. Si vuole continuare.