Gente di Roma

Serie: Cronache dai trent'anni - Appunti in ordine sparso


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nuova cronaca, in due episodi, sul mio disgusto per Roma Capitale

Premessa. Roma è una città senza speranza alcuna. La disprezzo. Disprezzo i suoi abitanti.

Mi piace moltissimo parlare in maniera superficiale e parziale della sua gente, stigmatizzandone le caratteristiche peculiari e facendo – come si dice a volte, con un’espressione un po’ fastidiosa – “di tutta l’erba un fascio”.

Privare dell’individualità questi tre milioni di esseri umani che necessariamente hanno esperienze, idee, passioni ed età del tutto differenti, rappresenta la mia rivalsa. Si tratta – mi pare – dell’adeguata ricompensa per il dover avere a che fare quotidianamente coi loro volti oblunghi, i nasi aquilini, le palpebre semichiuse, la pelle incartapecorita e bronzea, le polo vintage leggermente sgualcite e con il colletto irrigidito dai numerosi lavaggi, le dita delle mani magrissime e nodose, i cazzi e le fiche sicuramente avvizziti, l’espressione di chi non apprezza nulla e trova comunque poco entusiasmante quel poco che gli piace.

Come è evidente, ho descritto un archetipo della romanità quasi che tutti i cittadini capitolini fossero degli uomini o delle donne sulla cinquantina, abitanti dei quartieri “bene”, con una certa passione per la barca a vela e le station wagon non troppo recenti (“ha solo 120.000 km, è come nuova, ci carichi l’impossibile”).

Non mi interessano – dunque – i bambini, i ragazzini, gli anziani, gli studenti universitari (in tutte le loro miserabili declinazioni), i trenta/quarantenni rampanti di destra, i trenta/quarantenni rampanti di sinistra, tutta la miscellanea che abita i quartieri del semi-centro e della periferia e che guida taxi o vende pizza al trancio asserendo di farla “DICRSTO” (per dire che è molto buona, “tra poco esce (dal forno, ndr) una pizza con le patate dicristo”).

Torniamo, allora, a concentrarci su Claudio e Flaminia (così ho deciso di battezzare i due modelli di riferimento, uno per genere, della romanità tossica), attraverso i quali riesco a odiare anche tutta l’umanità di cui al capoverso precedente.

In primo luogo, tengo a precisare che il mio non è un odio “di classe”. Non ho scelto, cioè, di innalzare a vessillo della mia idiosincrasia una coppia benestante di mezz’età perché mi infastidisce il suo status quo. Io credo che essere ricchi, o comunque benestanti, sia un cosa fantastica. Spero di diventare molto ricco anche io un giorno.

Oltretutto, i benestanti di Roma fanno qualsiasi cosa per non sembrare tali e non – badate bene – per una qualche forma di timore, di scaramanzia o di educazione nei confronti delle classi subalterne. Al contrario, essi agiscono così con estrema spontaneità, senza alcuna sovrastruttura, perché è così che gli appare naturale (non “giusto”, voglio precisare) vivere. Non giudicano. Non si giudicano soprattutto.

Inoltre, essere “benestanti” a Roma non significa possedere numerosi immobili, campi da gioco, macchine veloci e capi d’abbigliamento all’ultimo grido. Questo significa essere benestanti a Bastia Umbria o al limite a Tolentino (ma su questo potremo tornare senz’altro in una successiva cronaca).

Il benessere romano non deve dimostrare nulla, non ha bisogno di ostentare nulla, proprio perché si trova al vertice della catena di comando.

Ecco, forse è questo – non il benessere in quanto tale – a riempirmi di rabbia. La sconcertante facilità e l’ignobile immediatezza con cui questi cittadini – che m’appresto a descrivere nei tratti salienti – vivono le propria esistenza. La stessa facilità con la quale, quando l’estate porge la mano all’autunno, essi sanno adagiare un maglioncino di cotone sulle spalle, la stessa velocità d’esecuzione che gli consentiva – alcune settimane prima – di calzare con assoluta nochalance dei mocassini da barca senza calze. Non sudano i loro piedi? Non si sentono a disagio, questi ignari criminali, sentendo le estremità dei loro arti inferiori che sfregano, accaldati, gonfi e umidi come due lingue di vitello nel carrello dei bolliti, dentro quelle anguste prigioni grezzamente cucite? Non temono lo stigma sociale che potrebbe derivare dalla scelta, consapevole e priva di coercizione, di tenere a contatto la propria nuda pelle con la pelle di un altro animale, morto e divenuto poi calzatura?

Tempo al tempo. Cercheremo, di seguito, di rispondere a questi pruriginosi interrogativi.

Innanzitutto, devo ammettere che io stesso ho lungamente subito la fascinazione di quel particolare tipo di calzature e – più in generale – di quello specifico look o outfit, che dir si voglia. Il suddetto outfit, l’outfit da barca, avrei piacere di descriverlo, con la doverosa precisazione che esso troverà, nelle mie parole, una declinazione squisitamente immaginifica e imprecisa, in quanto io non ho familiarità con la imbarcazioni da diporto. Aggiungo, onde scansare con decisione ogni ulteriore accusa di odio di classe, che anche avendone la possibilità economica io non sarei comunque un fan della vita da barca, in quanto prediligo un tipo di comodità vergognosamente pigra e didascalica, evidentemente incompatibile con il campo semantico che appartiene al mare.

Ebbene, dicevo, pur chiarita la volontà mia di restare coi piedi ben piantati sulla terra ferma, ho sempre ritenuto che l’abbigliamento di chi è avvezzo alla vita da barca fosse quanto di più elegante potessi concepire come idea pura. Attenzione, cari i miei venticinque lettori, ché qui sto tentando con estrema difficoltà di effettuare dei riferimenti spaventosamente precisi (benché impilati nel contesto di tendenziale confusione sopra descritto) e che saranno strumentali, poi, ad argomentare con definitiva chiarezza il mio livore nei confronti di Claudio e Flaminia. E allora, avrete ben capito che quando immagino i suddetti coniugi romani apprestarsi a salire sulla loro piccola imbarcazione, non me li figuro certo acchittati come se dovessero recarsi a qualche pranzo di pesce sull’Adriatico, magari per festeggiare le nozze di diamante dei loro vegliardi genitori. Niente camicie bianche di lino dunque, niente foulard volgarmente annodati sotto la pappagorgia, niente sneakers “Le Coq Sportif”, magari di finta pelle bianca e con il logo del celebre galletto termo-impresso in color oro.

Niente di tutto questo. Infatti, il look che per tanti anni ho segretamente ammirato si compone, sia per il genere maschile che per quello femminile, come di seguito:

– occhiale da sole in materiale tecnico, meglio se in fibra di carbonio, con lenti ellittiche dalle colorazioni sgargianti (rosso fuoco, azzurro specchiato, verde acido) e stanghette estremamente sottili e aerodinamiche;

– polo, concepibile esclusivamente nei colori blù oltremare, azzurro, nero, fucsia (ma solo a determinate condizioni che in questa sede non possono essere approfondite e sviscerate come sarebbe d’uopo); la marca della polo non è di fondamentale importanza ma per la mia fantasia, che in quanto tale non accetta vincoli e barriere, il massimo sarebbe se si trattasse di una Marlboro Classic o di una Tommy Hilfiger; in ogni caso è imprescindibile che il tessuto dell’indumento sia – e qui vi chiedo di fare un enorme sforzo di immaginazione tattile – ruvido e rigido, quasi che lo si potrebbe piegare come il cartone di una pizza…ridotto, insomma, alla stregua di un volgare sacco di iuta dalla salsedine incameratasi tra le fibre del cotone e, proprio per questa sua intrinseca durezza, stupendamente virile;

– il pantalone, contro ogni logica e tendenza, è un bermuda a tasche grandi, liso e larghissimo, possibilmente color avana, verde oliva o – ma qui siamo nel labile terreno dell’onirico – di quella tonalità di verdino che caratterizzava le divise militari del nostro Esercito una quarantina d’anni fa;

– la scarpa, inesorabilmente, è il mocassino Timberland portato senza calzini.

Mi sembra ovvio come il completino sopra descritto, nella sua brutale semplicità, nel paradigmatico rifiuto di qualsivoglia orpello o barocchismo, non possa adattarsi a tutte le fisicità, a tutti gli incarnati, a tutte le posture.

Serve, invece, un certo tipo di bellezza che non è né quella del somaro, né quella che certi uomini acquisiscono dopo i settantacinque anni.

La bellezza di cui parlo prevede un’altezza media, che potremmo approssimativamente individuare attorno al metro e ottanta per il genere maschile e al metro e settanta per quello femminile, capelli ancora folti, poco curati e necessariamente crespi, che iniziano a crescere in una zona molto bassa della fronte e non prestano il fianco (per quanto concerne l’esemplare maschio) a patetiche stempiature o ad imbarazzanti diradamenti. Le braccia saranno lunghe e molto magre, mentre le spalle, pur non essendo affatto larghe, saranno comunque ben definite e tali da conferire in dote ai nostri skipper una postura naturalmente aristocratica e diritta, senza che eventuali lordosi, scoliosi, cifosi o altri atteggiamenti della colonna vertebrale che riguardano noi altri comuni mortali, ne rendano sgraziata la posa.

(CONTINUA…)

Serie: Cronache dai trent'anni - Appunti in ordine sparso


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco

Discussioni

  1. Irriverente, provocatorio, non politicamente corretto, scritto molto bene….che dire? Mi e’ piaciuto; il tuo stile continua ad intrigarmi.
    Condivido la tua avversione viscerale verso Claudio e Flaminia che -credimi- non vivono solo a Roma.
    Detto questo, per fortuna il mondo e`pieno di zilioni di splendide persone, a Roma e altrove.

    1. Grazie mille Nyam! mi fa piacere che il racconto sia stato di tuo gradimento.
      Ovviamente condivido quello che dici. Questi miei brevi scritti sono scritti in modo volontariamente paradossale e spesso mi servono solo a scaricare un po’ di frustrazione.