
Giacomo, 2:19
Serie: Nel Tunnel
- Episodio 1: Signore, mi può aiutare?
- Episodio 2: Non sono una bambina
- Episodio 3: Giacomo, 2:19
- Episodio 4: Sono pronto da anni, per l’amor di Dio
STAGIONE 1
Quello che vi ho raccontato fino a questo punto corrisponde a ricordi vividi, certi. Da qui in avanti devo fare uno sforzo per unire frammenti e immagini che so di aver vissuto, ma che non trovano una collocazione nel flusso coerente del tempo. Alcune immagini sono lontane, sbiadite, altre le ho qui davanti agli occhi; credo che le avrò davanti agli occhi per molti anni…
Il fascio di luce della torcia illuminò un ambiente molto più ampio di quello che avevo scoperto dietro una delle porte metalliche. A differenza di quello, però, il pavimento era in terra battuta. Mossi la torcia velocemente per cercare i bambini, ma non li trovai subito. Dovetti spingermi un po’ più all’interno per poter guardare lungo la parete in cui si trovava la finestrella. Vidi la sedia vuota. Sentii un vuoto all’altezza dello stomaco. Spostai ancora la torcia di qua e di là per cercare i bambini e finalmente li vidi. Sarebbe meglio dire la vidi: indossava una tunica che un tempo era stata bianca. Un ciondolo pendeva da una catenella al suo collo, una piccola croce appesa dalla parte sbagliata. Lei era immobile con gli occhi fissi su di me. Non dimostrava paura; il viso era sereno e mostrava un accenno di sorriso.
«Cazzo!» Urlai. «Gli altri, i tuoi amici: dove sono?»
«Sono qui, non li vedi? Sposta la lute, muovila!»
Sentivo chiaramente la sua voce, ma non vedevo il movimento della bocca. Non è lei che sta parlando, pensai. Spostai il fascio di luce illuminando un altro punto e lì vidi un’altra bambina. Lo spostai ancora e mi fermai su un’altra figura. E un’altra, e un’altra ancora. I miei ricordi svaniscono con alcune immagini assurde ma reali quanto la carta che state tenendo in mano in questo momento. Le figure che illuminavo spostando la luce erano molte più dei cinque bambini che pensavo potessero essere lì e tutte indossavano la stessa tunica, avevano gli stessi capelli, gli stessi occhi e lo stesso accenno di sorriso. La tunica la ricordo bene: non arrivava a terra, si potrebbe dire che fosse un abito che lasciava scoperti i piedi e le caviglie. Se sotto ci fossero stati piedi e caviglie. Spostai ancora più freneticamente il cono di luce e quello che percepii fu devastante per il mio equilibrio mentale. La tunica mi seguiva nei movimenti, la parte inferiore sventolava con il movimento, la parte superiore finiva sempre con lo stesso viso, con lo stesso accenno di sorriso, con lo stesso sguardo fisso su di me. Ricordo anche le pareti della stanza: spoglie, semplici muri dipinti di un colore indefinito. Al centro di ogni parete un crocefisso, intorno alla croce alcune frasi scritte velocemente con vernice nera, quasi tutte rese illeggibili dall’umidità e dal tempo. Ne ricordo una, sulla parete di fronte a me: una data e poche parole: 1923 – Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demoni lo credono e tremano – Giacomo 2:19.
Un ultimo barlume di sanità psichica mi spinse a uscire da quella situazione. La forza con cui cercai di sfilare il braccio e la testa dall’apertura senza pensare a come ero riuscito a spingermi tanto all’interno mi bloccò facendomi lasciare la presa sulla torcia. Nessun problema, riuscii a pensare prima del grigio uniforme in cui la mia mente precipitò, userò quella del telefono. La torcia non si ruppe: dal pavimento la luce continuò a fendere l’oscurità. L’ultima immagine che ricordo è la mia mano che aveva ripreso a sanguinare, poco, era solo un graffio, e la sensazione di umido sul palmo… il sangue, certo, ma soprattutto la lingua di quella cosa con indosso la tunica che adesso mi fissava. Le sue mani gelide mi stringevano il braccio, la sua lingua indugiava sulla ferita e i suoi occhi… Gli occhi! Dio mio! Era come guardare nella profondità di mille anime, finestre aperte verso un mondo senza pace. Sul suo viso adesso il sorriso era più evidente.
«Signore, ci può aiutare a uscire da qui?» disse un coro di voci.
Poi solo il grigio, pesante, senza tempo né spazio.
***
Del dormiveglia in cui trascorsi i successivi quattro giorni non ricordo nulla. Avevo provato più volte ad aprire gli occhi per dissolvere la nebbia in cui ero immerso, ma non riuscivo. Sapevo che sarebbe stato sufficiente un piccolo sforzo… forse non ero sicuro di volerlo. Quando la nebbia si diradò la realtà iniziò a sgretolare il velo grigio e i colori riapparvero in modo graduale.
«Non… non aprire!» dissi alla figura che si era materializzata davanti a me.
«Oh cazzo! Ci sei… era ora!». Riconobbi subito la voce che mi rispose. Mi accorsi di essere coricato, anche se non capivo dove fossi e tentai di alzarmi.
«Allontanati dalla parete. Non fare uscire nessuno, in nome di Dio!» Questo era il concetto che volevo esprimere, in realtà non so quali suoni uscissero dalla mia bocca.
«Tanto per cominciare non muoverti. Avviso l’infermiera…» Era senza dubbio Sandra. «E poi» continuò «fammi capire da quando sei diventato credente!». Aveva un modo invidiabile di affrontare le situazioni difficili.
«Io… io non posso…» tentai ancora di sollevarmi sulle braccia, ma fui immediatamente fermato e rimesso in posizione orizzontale.
«Tu puoi, anzi devi: devi stare fermo!» Si sporse sopra di me e raggiunse il pulsante per chiamare l’infermiera. Mi rilassai, sapendo che le mie forze non sarebbero state sufficienti a combattere. Sandra mollò la presa e mi guardò.
«Dio santo, Samuel! Cazzo!» Riuscivo finalmente a mettere a fuoco il suo viso: l’espressione che vedevo era un’alternanza di preoccupazione e gioia. Mi prese le mani e le tenne strette; sollevai appena il capo e vidi una serie di tentacoli e connessioni varie che entravano e uscivano dalle mie braccia… Sì, avevo recuperato la lucidità necessaria per capire dove mi trovassi. Guardai ancora il viso di Sandra: adesso vedevo anche qualche lacrima tra la gioia e la preoccupazione. Mi soffermai sugli occhi resi ancora più luminosi dalle lacrime. Occhi che raccontavano tantissimo di lei e del suo stato d’animo, come spesso le dicevo. Occhi che in quel momento mostrarono anche qualcosa che non capivo a fondo: lontananza, vuoto… erano attimi. Pensai che si trattasse di stanchezza.
Venni così a sapere cosa era successo negli ultimi quattro giorni e di come mi trovassi in quel letto di ospedale. L’ultimo giorno che ricordavo era il venerdì della settimana prima, quando ero entrato nel tunnel. Sandra, come sempre, avrebbe dovuto raggiungermi il sabato.
«Ho provato più volte a chiamarti, ma ricevevo sempre il messaggio di utente non raggiungibile» mi raccontò. «Immaginavo dove potessi essere: dentro quel buco di culo a cercare non so cosa…» Talvolta sapeva anche essere molto fine ed educata.
«Non mi sono preoccupata fino quasi a sera» la sua voce aveva un lieve tremore.
«Poi ho ricominciato a cercarti. Guarda sul tuo telefono: troverai mille chiamate perse… Così ho deciso di contattare Brandon e partire subito»
«Avete trovato l’apertura sul muro vicino a me?» Chiesi.
«Certo! Perché la cosa più importante era un buco nel muro, non un pirla svenuto, coricato a terra e mezzo dissanguato da un taglio alla mano!» Sbottò Sandra. Sbuffò e riprese, più calma. «Poi mi dirai cosa avevi fumato, ok? Oppure quanti ne avevi bevuti…»
«Davvero Sandra: niente! Avevo appena finito il mio lavoro alla tesi e stavo facendo il mio solito giro pomeridiano…». Le avevo raccontato tutto quello che ricordavo: le voci, la feritoia nel muro, i nomi dei bambini e quello che avevo visto… o avevo creduto di vedere.
«E quando siete tornati laggiù? Quando avete ritrovato il mio smartphone…»
«Il tuo cazzo di telefono era a terra, mezzo sepolto da pietre e cemento sgretolato… L’ha trovato tuo fratello. Sì, ho visto l’apertura e ho anche guardato dentro.»
Ecco di nuovo quella sensazione di gelo sulla nuca.
«E…?» La fissavo a bocca aperta.
«E… cosa? Nulla! Una stanza murata, un vecchio deposito probabilmente. Vuoto. Vuoto!»
«La sedia? I crocefissi?»
«Quale sedia? Nessuna sedia! Niente! Nessuna croce».
«Le frasi sulle pareti? Erano versetti della Bibbia» dissi «ne ricordo altri».
Sandra scosse la testa e si mosse velocemente verso la finestra. Cercavo un segno di realtà in tutto quello che avevo vissuto. Ma più probabilmente cercavo ancora risposte di questo tipo: niente! nulla! vuoto… Qualsiasi cosa che mi persuadesse che si era trattato di un incubo iniziato quando ero svenuto cadendo a terra. Sandra mi aveva raccontato anche i particolari delle difficoltà che i soccorritori avevano avuto per portarmi fuori in barella. Mi aveva anche detto che probabilmente avrei avuto un colloquio con i responsabili della sicurezza del cantiere e con qualche agente di Polizia. Non ci sarebbero state conseguenze, né per me né per altri, dopotutto non avevo commesso alcun reato, ma sarebbe stato uno sprone ad iniziare al più presto i lavori o quanto meno a bloccare in modo serio l’accesso al tunnel.
***
«In realtà qualcosa ho trovato» mi disse Sandra un giorno in cui le stavo riproponendo le stesse domande…
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L’ago della bilancia qui si è spostato decisamente verso la follia, o allucinazione.. ma vediamo un po’ che cos’ha trovato Sandra
Ciao Antonio, ho letto l’episodio qualche giorno fa e ci tenevo a commentarlo. Questo non è decisamente il mio genere, essendo una fifona, ma nonostante i brividi voglio assolutamente scoprire cosa nasconde questo tunnel. Riesci a trasmettere benissimo l’angoscia e la tensione e, allo stesso tempo, a tenere lì il lettore. La scena delle bambine è veramente inquietante, quindi ben orchestata, così come la citazione dal vangelo. Non vedo l’ora di leggere il seguito. Bravissimo!
Ciao Melania. Innanzitutto ti ringrazio per il commento.
Molta narrativa horror spesso ti lascia con domande e non con risposte… probabilmente perché tratta temi a cui è impossibile dare una risposta.
L’ultima parte del racconto dovrebbe essere pubblicata a breve. In realtà avrebbe dovuto già essere pubblicata, ma la Redazione ha deciso che non amava la mia punteggiatura nei dialoghi e mi ha chiesto di revisionarla. Vedremo. Aspetto il tuo parere se leggerai il finale.
Restando sul genere, ma in ambito cinematografico, ieri sera ho visto The Innocents, un film che non conoscevo assolutamente (su Rai4). E’ stata una sorpresa: tipico mood plumbeo da film scandinavo, molto crudele (forse troppo) e generatore di angoscia… In mezzo al nulla televisivo degli ultimi tempi talvolta si trova qualche chicca!
Grazie ancora!
Sempre molto interessante e scritto davvero bene. Devo dire che la citazione dal Vangelo apocrifo (Giacomo è un vangelo apocrifo, mi sembra, nel caso correggimi) mi ha dato un brivido – e non è solo un modo di dire.
Spero che tu abbia scritto anche il seguito.
Buongiorno Giancarlo. Non sono esperto nelle Sacre Scritture, per cui ho cercato una citazione sul maligno che potesse dare senso alla mia narrazione. Ne ho trovate molte, ovviamente, ma quella tratta della seconda lettera di Giacomo mi ha colpito in modo particolare. E quello di Giacomo è un vangelo apocrifo, se anche io non sbaglio…
Il seguito l’ho scritto: una rilettura per correggere le sviste e poi pubblicherò l’ultima parte del racconto.
Grazie!