Giochi proibiti

Serie: Daydreamer


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo il pranzo e l'incontro con Milena, Kassandra consegna a Davide le chiavi dell'appartamento.

~Milena.~

È da ore che mi aggiro per Oia come un’anima in pena. Ormai ho visto tutto: i mulini a vento trasformati in alberghi, gli affacci sulla caldera, tutta la strada principale fino ad Agios Georgios e ritorno. Provo odio per le cupole blu e le case bianche, che da meta da sogno e di relax dov’ero finita grazie al professore di mio fratello sono diventate una prigione buia e opprimente, dove il passato mi perseguita e torna a propormi sempre la stessa minestra: Carmen. Che poi, come diamine si faceva chiamare?! Avevo scorto al suo collo una catenina con un nome scritto in caratteri greci, e da quel poco che conosco dell’alfabeto di questa terra maledetta non era certo il suo. Carmen è il mio dolore, la mia persecuzione. Sono certa del fatto che se decidessi adesso di prendere il primo volo, che so, per Parigi, la troverei immancabilmente sotto la Tour Eiffel, perché lei non è solo una persona: è la personificazione dei miei sensi di colpa. Avevo cercato conforto nell’ambiente di sacralità della chiesa di Panagia Akathistos, ma niente: le icone ortodosse non mi davano l’impressione di essere lì per rassicurarmi, ma mi fissavano con occhio corrusco e malevolo dalla loro casa dorata, facendomi capire che per me non c’è speranza né possibilità di redenzione.

Sono le otto di sera, e mi accingo a fare per la terza volta avanti e indietro per la strada principale: ormai sono anche stufa di vedere questo posto, eppure la mia inquietudine non può che spingermi ancora una volta su quella strada lastricata di marmo ingiallito dal tempo e dai passi. Continuo a camminare, sempre più distratta, assente e mangiata viva dai sensi di colpa, finché non mi imbatto ancora in una chiesetta, manco a dirlo, con la cupola blu. Decido di girare a destra: quello scorcio l’ho già visto, eppure penso che vederlo al tramonto possa in qualche modo aiutarmi a stare più tranquilla. Il posto che raggiungo è insolitamente solitario: saranno tutti al castello, a godere di una vista speciale per il tramonto, eppure quel punto mi pare il migliore in assoluto: è il punto in cui la chiesa di Agios Spyridon e la sua gemella si fondono con il blu della caldera per dar vita a quell’immagine che si vede su tante cartoline, pubblicità e vetrine di agenzie di viaggi, e che ogni anno fa innamorare migliaia di persone dell’isola greca che fu un vulcano, e appogiandomi al parapetto chiudo gli occhi e provo a rilassarmi.

Il Sole inizia la sua corsa verso il limite del cielo, dove giace il confine con il mare, e tutto comincia a tingersi di giallo, arancio e rosso. Sono sempre da sola, a parte un ragazzo dai capelli neri tagliati alle spalle e gli occhi azzurri con la custodia di una chitarra. Mi era capitato di vedere due o tre suonatori di bouzuki per strada, ma quello era il primo chitarrista che mi capitava di incontrare. Toglie il suo strumento dalla custodia, si siede sopra quest’ultima e comincia ad accordare per mezzo di un piccolo attrezzo che posiziona sulla paletta, nel mentre mi lancia un’occhiata indirizzandomi un sorriso. Ricambio per cortesia, poi continuo a guardare il Sole che scende. Il momento in cui scomparirà dietro la linea d’acqua salata si avvicina sempre di più, e il giovane comincia a suonare delicatamente. Inizialmente sembra un mormorio, ma poi cresce d’intensità, diventa un urlo struggente che mi strazia il cuore e mi lacera i timpani: no, Giochi proibiti non dovrebbe fare quest’effetto, e invece quel brano portato al successo dal grande Andrés Segovia mi prosciuga l’anima e mi riempie gli occhi di lacrime. Piango e ricordo.

È la fine del secondo anno di scuole superiori, Carmen si siede sulla sedia al centro della sala. Il pubblico guarda curioso: lei ha aperto il concerto, lo chiuderà anche, e suonerà Giochi proibiti. Sorride alla sua insegnante, che le manda un bacio, e inizia a suonare. È bravissima, suona divinamente, sono tanto orgogliosa di lei. Ha iniziato a suonare la chitarra due anni fa in una scuola privata, e fa ogni giorno passi da gigante.

«Mila, non ti sembra bellissimo?» mi diceva, ogni volta che, quando andavo a casa sua, mi faceva ascoltare quello che aveva imparato.

«Bellissimo, davvero» rispondevo entusiasta, solo leggermente invidiosa di quello che sapeva fare. Il fatto che io avessi scelto di fare il liceo scientifico e lei il linguistico non mi avevano impedito di conservare una bellissima amicizia con lei. Ed eccomi lì, ad ascoltare quella bellissima melodia che mi riempie il cuore di gioia ogni volta anche se ormai la so a memoria. Carmen va avanti, va avanti… finché ad un certo punto non si incarta terribilmente. Non sa più dove andare, le mani corrono sulla chitarra alla ricerca di un tasto perso per sempre. Una lacrima affiora sui suoi occhi. Riprende da un punto molto più avanti, tremando come una foglia. Mi sento ferita. Chiude il brano, fa un inchino e fugge, in lacrime. Mi sento tanto inadatta, mentre l’insegnante la segue e la abbraccia, portandola in un’aula. Tremo anch’io: non posso aiutarla a superare questo primo fallimento, non sono la persona giusta. No. E me ne vado, carica di vergogna per quello che sto facendo, ma senza altre strade.

Mi riscuoto. Il Sole è tramontato da un pezzo, il ragazzo prende la chitarra e, facendomi un gesto di saluto, leva le tende. Carmen abita poco lontano, voglio andare a parlarle. Devo. Così mi avvio, e proprio nel punto che mi aveva indicato trovo un portone con due campanelli che recano il suo cognome. Uno varrà l’altro, e premo quello più in basso. Passano pochi secondi, e viene ad aprirmi il ragazzo che c’era con lei al ristorante, con un’evidente bruciatura sul collo.

«E tu che ci fai qui?» gli chiedo sbalordita.

Mi dice, un po’ infastidito: «Sei tu che devi rispondere a questa domanda.»

Continua...

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