Giovane leone

Serie: Parole di Dio, voci di uomini


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: In questa serie ogni episodio è un tassello di un mosaico di volti che emerge dalle pagine bibliche. Storie di donne e uomini di tempi remoti, le cui voci potrebbero essere le nostre.

Che ne è della tribù di Giuda? Me lo chiedo, quasi piangendo, mentre cammino su questa strada polverosa che dalla sinagoga mi conduce a casa. Una via stretta, piena di uomini e animali già ora che albeggia, soffocata tra le mura pericolanti di case costruite velocemente, che si stiracchiano come ladri verso la strada.

Come siamo finiti qui? Una volta eravamo la tribù da cui doveva uscire il salvatore, il leone di Giuda, il cui coraggio avrebbe guidato Israele verso il futuro. Eravamo i primogeniti, coloro che hanno dato il nome alla terra su cui sorge Gerusalemme, dove si innalza il tempio del nostro Dio.

“Giuda è un giovane leone. Non gli sarà tolto lo scettro, né il bastone del comando dai suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli”.

Questa è la profezia della Torah che sempre recitava mio padre, Mattan, figlio di Eleazar, fiero uomo di Giuda, come una benedizione per me e i miei fratelli.

Che ne è di queste parole? Come siamo finiti qui, a Nazaret? Siamo ancora quel leone coraggioso benedetto dai nostri padri e chiamato dal Signore a prendersi cura della nostra gente? Ti abbiamo deluso, Signore?

“Non sarà tolto lo scettro da Giuda, finché verrà colui al quale esso appartiene”.

Chi è questo “colui” di cui parli nella Torah, mio Signore? chi è questo leone coraggioso che attendiamo uscire dalla nostra gente?

Era forse mio padre? Sono forse io? È mio figlio Yosef? Noi siamo forse uomini coraggiosi?

Io, Signore, mi sono sempre sentito terribilmente ordinario, piccolo e timoroso di fronte alle vicende di questo mondo, e Yosef è come me, giovane uomo silenzioso davanti al frastuono.

Egli non parla da ieri, da quando Yoiakim ci ha portato la notizia di sua figlia:

«Miryam, manda a dire a Yosef: sono incinta.»

Ci disse queste parole con occhi rassegnati e non aggiunse altro. Provai a chiedere spiegazioni, a sapere cosa fosse successo, ma il vecchio Yoiakim era distrutto, imbarazzato e senza risposte.

«Mia figlia non mi ha detto altro», concluse con voce rotta, quasi consegnasse a noi il peso di giudicare l’accaduto e l’esito che ne sarebbe venuto.

Yosef restò muto, bianco in volto e con il capo chino. Tornò nella bottega, al suo lavoro, e da lui non udii più nulla oltre il suono regolare di sega e martello sul legno. Ecco il mio Yosef e il suo silenzio, quello che ho imparato a conoscere, ad amare e a temere: un silenzio carico di parole, pensieri e ululanti preoccupazioni che cercano ordine, quiete, soluzione. Lo stesso silenzio che assumeva quando assisteva a una lite in strada o quando un cliente scontento lo criticava. Lo stesso silenzio che, quando era bambino, mi spingeva a prenderlo in braccio e a rassicurarlo.

Ma il mio Yosef ora è un uomo e io non so più come fare per prenderlo in braccio. Non sono andato da lui. Non sono riuscito a parlargli. Sono rimasto inerme davanti al suo silenzio. Sono un codardo, mio Signore. Quali parole posso dire? Quale soluzione posso consigliare? La nostra legge lapida le donne promesse spose che commettono adulterio, e noi amiamo Miryam, mio Signore.

Anche riuscendo ad evitare la lapidazione, la vergogna accompagnerà lei e la sua famiglia per tutta la vita. Resterà per sempre, agli occhi degli altri, la donna che ha tradito una promessa, Yosef, l’uomo che si è assunto la sua vergogna, e il bambino che nascerà sarà un figlio illegittimo e un senza padre.

Yosef ha lavorato tutto il giorno, assorto forse in questi stessi pensieri, come in un combattimento la cui tensione ha impregnato l’aria di tutta la casa. Non ha mangiato, e l’ho sentito girarsi nel letto per tutta la notte fino ad addormentarsi stremato. L’ho lasciato prima dell’alba per recarmi in sinagoga, come un bambino che viene in cerca di risposta. Ma io non ho risposte, Signore. Tu non me ne hai messa nessuna nel cuore. Torno a casa da Yosef, inerme come ero ieri. E su questa strada, in mezzo alla polvere, mi torna in mente la voce di mio padre

«Ricorda, Yocab, Giuda è un giovane leone.»

Entro in casa e vedo Yosef in piedi che sta piegando dei panni bianchi con gesti lenti e gentili. Il volto sembra disteso e i suoi occhi grandi brillano risoluti nel posarsi su di me, che varco timido l’uscio.

«Buongiorno, abba», mi dice con voce ferma e serena. Dove sono finite tensione e paura?

«Buongiorno, Yosef. Sei riuscito a dormire?» chiedo.

«Si, abba. Ho dormito e ho sognato e ora ho deciso.»

Dice queste parole con lentezza, quasi lui stesso ne scoprisse il suono e il significato nel pronunciarle con la sua voce. Una voce lieve e solenne.

«Ti chiedo di recapitare un messaggio.»

«Certo, Yosef.»

Le sue parole, mio Signore, riecheggiano nella stanza come se tutto attorno a lui fosse teso per ascoltare, e ho come l’impressione di assistere a qualcosa che non riguarda solo lui o me.

«Andrai nella casa di Yoiakim e gli riferirai queste parole: prenderò Miryam come mia sposa e il bambino si chiamerà Jeshua.»

Guardo mio figlio, mio Signore, e infine comprendo la decisione del suo cuore. Mi sembra già di vedere attorno a lui e a Miryam la mormorazione, la calunnia, il disprezzo della gente, come una tempesta di fuoco dentro una fornace ardente. Egli però si staglia alto e forte in quel turbine, come se camminasse su verdi prati alla brezza del giorno. Piccolo, umile eppure intoccabile.

Gli sorrido. «Farò come hai chiesto, mio giovane leone.»

Serie: Parole di Dio, voci di uomini


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Il senso di smarrimento esistenzianle (come siamo finiti qui?), la profezia, il silenzio di Yosef che ne delinea perfettamente lo spirito, il simbolismo del leone che rinasce nella narrazione, la sacralità del sogno. Mi hai portato oltre l’emozione, in un brivido lungo la spina dorsale. Preziosissimo.

  2. Mi è piaciuto molto il racconto dal punto di vista del padre di Yosef. L’amore verso il figlio, la comprensione e la bontà verso Miryam, e la fede verso il destino del nascituro. Sono i sentimenti che avrà Yosef verso sua moglie e suo figlio. Come se tu avessi voluto narrarci, oltre al resto, il passaggio di un’eredità importante.

  3. La scelta di “riscrivere” episodi biblici mi aveva colpito fin da subito ed è un piacere seguire questa serie, atipica per il tema. La tua scrittura pulita e priva di incertezze è un punto in più.
    Ottimo lavoro, Guglielmo.

  4. Perfetta la genealogia di Gesù, una bella visione la tua. Impressionante l’ignoranza che spopola tra molti sedicenti cattolici, per questo è tanto più importante la tua opera di divulgazione, poichè veicola, grazie a una fluida narrativa, dei concetti che fanno parte della nostra culutra.

    Il nonno di Gesù, se così si può dire, mostra qui tutta la sua umana perplessità. Un giovane leone, vero. Un Re. Tutto poi così diverso da ciò che attendeva il popolo d’Israele.

    In realtà, ho la fortuna di avere un’ottimo insegnante, da cui ricevo una catechesi almeno settimanale, esperto di testi sacri. Mi fa spesso riflettere sulla bellezza della religione cattolica, sui simboli, i riti. Le festività. Soprattutto, l’unicità di una vita (Gesù) e di alcuni precetti che la rendono davvero speciale e su cui, per dirne una, Gandhi ha ripetutamente espresso il proprio apprezzamento. Approfitto di questo riferimento proprio per specificare che, in generale, colui che apprezza la propria religione è in qualche modo portato a osservare le altre, anche a coglierne la bellezza.

    Come dicevo qualche giorno fa a @ariannapaju , autrice di cui apprezzo la soffusa spiritualità, ho ricevuto qualche giorno fa un libro di una bellezza inaudita: I Santi Militari. Ebbene, oltre a scoprire storie che non immagineremmo mai, ci sono molte considerazioni dell’autore che vanno davvero controcorrente. Ora, se ti dico questo è perchè, magari in un prossimo futuro, potrebbe essere un’idea per te, forse anche per me?, scrivere della vita di alcuni santi.

    Non so se ci incroceremo ancora: comunque complimenti per questa bella iniziativa che, oltre allo spunto valido, rivela un’ottima forma, uno stile accattivante. In definitiva, un bel modo di scrivere.

    1. Interessante il tuo commento Robért. Credo che produrre narrativa a partire da questi riferimenti religiosi sia un bell’esercizio per provare a comprenderne il significato, talvolta reso poco accessibile da un linguaggio che appartiene ad un orizzonte culturale passato. La domanda che mi faccio quando scrivo è: come deve essere stato trovarsi in quella situazione e perché questo personaggio ha fatto e detto queste cose? In fin dei conti scrivere é il tentativo di mettersi nei panni di qualcuno e provare a credere al suo modo di vedere il mondo, dargli un credito di fiducia.
      Ammetto che io non amo scrivere più di quanto ami tante altre cose. Scrivo perché mi aiuta a conoscere. Scrivo dunque ciò che mi incuriosisce.
      Grazie delle tue parole Robért.

      1. Grazie, Passante. Un buon commento è sempre ispirato da un’ottimo scritto, e qui non si fa eccezione.
        Ho sempre creduto che, per chi come noi ha scelto l’arte di scrivere, le parole non debbano essere solo uno strumento, ma un vero e proprio impegno.

  5. Guglielmo, stai facendo una cosa meraviglisa “riscrivendo” queste storie così epiche e lontane. Bellissimo e intenso questo episodio, raccontato dal padre del padre, che non sono il Padre, ma sono noi perchè così terreni, veri. Complimenti.

  6. Mi commuove tutto, come sempre quando rievochiamo questo evento e non solo una volta all’anno. Qui però, in particolare, mi commuove la figura del padre di Giuseppe che si affida totalmente al suo giovane leone in cui non smette di credere. Un insegnamento per tutti i genitori. Una saggezza espressa e tramandata da padre a futuro padre del vero leone, quello atteso. Bellissimo